﻿PETR DEMJANOVIC OUSPENSKY.
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FRAMMENTI DI UN INSEGNAMENTO SCONOSCIUTO.
Parte 1.
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Titolo originale: In Search of the Miraculous. 1947.
Traduzione di: HENRY THOMASSON.
1976. Casa Editrice Astrolabio, Ubaldini Editore, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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La testimonianza degli otto anni di lavoro di Ouspensky come discepolo di Gurdjieff. Le edizioni in lingua inglese sono apparse postume nel 1947 sotto il titolo “In Search of the Miraculous" e con il sottotitolo "Fragments of an Unknown Teaching". La presente edizione italiana è tratta dalla edizione francese. G. I. Gurdjieff è morto nell'ottobre del 1949 a Parigi, dopo aver dato il suo pieno consenso alla pubblicazione contemporanea di questo libro a New York, Londra, Parigi e Vienna.
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L'AUTORE.
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PETR DEMJANOVIC OUSPENSKY, trascritto anche come Uspenskij o anche Uspensky, nacque a Mosca 5 marzo 1878 e morì a Lyne Place, Inghilterra il 2 ottobre 1947. 
I suoi libri rivelarono la sua grandezza come filosofo, matematico e pensatore e il suo vivo interesse per i problemi dell’esistenza umana.
A 18 anni sentì la necessità di raggiungere "la Grande Conoscenza", quale scopo della sua vita; iniziò a scrivere e a viaggiare in Russia, in Oriente e in Europa. Nel 1907 scoprì la teosofia.
Al riguardo, scrisse: «Produsse in me una forte impressione anche se, vedendo la sua parte debole, mi resi conto che non aveva futuro, ma mi aprì le porte ad un nuovo grande mondo. Scoprii le idee dell’esoterismo e ricevetti un impulso per lo studio delle dimensioni superiori.»
Si trasferì da Mosca a San Pietroburgo nel 1909 dove si dedicò allo studio dei tarocchi della letteratura indù e all'idea del superomismo, su cui diede letture pubbliche. Un saggio sui tarocchi fu pubblicato nel 1913, ma in questo periodo il maggior lavoro di Uspenskij fu la stesura del Tertium Organum, pubblicato nel 1912.
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Si recò a Ceylon e in India, dove trovò scuole molto interessanti, ma che non possedevano ciò che lui cercava. Agli esordi della prima guerra mondiale le sue ricerche furono interrotte e nell'agosto del 1913 fece ritorno a San Pietroburgo dove dal novembre del 1914 fino al 1915 diede pubbliche letture dei suoi viaggi in India e Ceylon. Alle sue letture su: Il problema della morte, e: In cerca del miracoloso, accorrevano di frequente numerose persone.
Si trasferì quindi a Mosca e nel periodo moscovita scrisse per numerosi giornali e fu particolarmente interessato all'idea della quarta dimensione.
Anche a Mosca proseguì nelle sue conferenze e nelle letture dei suoi viaggi fin quando dove due persone del pubblico lo informarono della esistenza di un gruppo impiegato in ricerche proprio di questo tipo sotto la guida di un mistico greco armeno: Georges Ivanovic Gurdjieff.
Volle quindi conoscere questo maestro spirituale e l'incontro fatale è raccontato nel libro: Frammenti di un insegnamento sconosciuto, tradotto in Italiano da Henri Thomasson.
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Dopo l’incontro con Gurdjieff nel 1915, concentrò il suo interesse sullo studio pratico dei metodi per lo sviluppo della consapevolezza.
Il suo pensiero combina la personale vocazione mistica alla riflessione analitica e psicologica.
Il pensiero di Uspenskij è vasto e complesso ma sono facilmente rintracciabili alcune idee chiave di facile comprensione. Una di esse implica che l'essere umano, nella sua condizione attuale, non è padrone di sé poiché costantemente in balia di forze che lo governano ma di cui non è comunque consapevole. Da questa condizione deriva la meccanicità dell'uomo la quale si sostanzia nel compiere azioni il più delle volte auto-lesive senza averne consapevolezza. Diventare consapevoli di tali forze ed evitare di esserne controllati è possibile ma ciò richiede uno sforzo intenzionale e duraturo. Tale sforzo deve essere auto-prodotto e auto-diretto e deve mirare alla conoscenza di sé tramite l'osservazione dei propri pensieri, delle proprie emozioni e delle proprie azioni; il successivo onesto ricordo delle attività compiute avrà un effetto illuminante sulla reale condizione umana. Tale inizio del percorso di illuminazione è solo l’inizio del processo di illuminazione, il quale non può avvenire, in condizioni normali, in assenza di una scuola che assista l'iniziato nel cammino.
I parallelismi tra il suo pensiero e quello di altri grandi mistici come Buddha o Socrate e Platone sono numerosi. Non a caso Uspenskij descrive l'uomo nella sua condizione attuale come "dormiente" e auspica un suo risveglio attraverso la scuola della "quarta via" in quanto alternativa alle tradizionali vie delle scuole orientali verso l'illuminazione .
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Prima di entrare nel gruppo di Gurdjieff, Uspenskij chiarì che, nella sua veste di scrittore, avrebbe voluto essere lasciato libero di decidere cosa scrivere e cosa non scrivere: non avrebbe promesso di mantenere il segreto delle idee che avrebbe imparato da Gurdjieff. Avendo inoltre lavorato per molti anni su idee esoteriche, vedeva molto difficile separare ciò che Gurdjieff insegnava da ciò che già sapeva: secondo l'accordo dunque, Uspenskij non avrebbe scritto ciò che non comprendeva.
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Nel febbraio del 1917 si confrontò con Gurdjieff circa l'idea di abbandonare la Russia e aspettare la fine della guerra in una nazione neutrale, ma non ottenne una direzione definita. Quella fu in ogni caso l'ultima visita di Gurdjieff a San Pietroburgo. Un mese dopo l'abdicazione di Nicola Secondo, Uspenskij scrisse il libro: La fine della storia Russa.
Gurdjieff lasciò Mosca alla volta del Caucaso prima della rivoluzione, chiedendo ad Uspenskij di continuare il lavoro con il gruppo di San Pietroburgo fino al suo ritorno per la Pasqua. Nella settimana seguente alla festività, ricevette un telegramma in cui era scritto che Gurdjieff sarebbe arrivato nel mese di maggio. Questo fu un periodo molto difficile per Uspenskij: in un telegramma da Alessandropoli, in giugno, scrisse: "Se vuoi riposarti vieni qui da me".
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Trascorse gli ultimi tempi del 1917 ad Essentuki, dove Gurdjieff rivelò il piano complessivo del lavoro ad un gruppo di dodici persone, com'è descritto nel capitolo 17 di Frammenti di un insegnamento sconosciuto. Qualcosa però dell'insegnamento di Gurdjieff era cambiato: Uspenskij, allontanatosi dal gruppo, incominciò ad avere meno confidenza con il maestro. Qualche mese dopo, nel febbraio del 1918, una lettera circolare con la firma dello stesso Uspenskij fu spedita da Gurdjieff a tutti i membri dei gruppi di Mosca e San Pietroburgo con l'invito di venire a Essentuki per lavorare con Gurdjieff: risposero circa 40 persone. Prima di incontrare Gurdjieff, Uspenskij conosceva già profondamente i principi e le regole delle scuole esoteriche e comprendeva che se un allievo si trova in disaccordo con il suo maestro, resta una sola cosa da fare: andarsene. Si trasferì in una casa separata, nella stessa Essentuki, e riprese i lavori ai suoi libri.
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Una testimonianza delle ragioni che lo portarono ad abbandonare Gurdjieff è riportata in una trascrizione di un incontro tenutosi a Londra il 13 ottobre 1937: «Quando incontrai Gurdjieff incominciai a lavorare con lui sulle basi di certi principi che potevo comprendere e accettare. Gurdjieff ci disse: ”Per prima cosa tutti voi non dovete credere a nulla, e secondo non dovete fare nulla che non comprendete”. Io lo accettai per questi principi. Poi dopo due o tre anni lo vidi andare contro questi principi. Chiedeva alle persone di accettare ciò in cui non credevano e di fare quello che non comprendevano. Del perché questo accadde non pretendo di avere una ragione.”»
Gurdjieff lasciò Essentuki nel 1918, Uspenskij scrisse in Frammenti di un insegnamento sconosciuto: «Avevo deciso di lasciare Essentuki ma non volevo andarmene prima di Gurdjieff. Riguardo a lui avevo una strana sensazione. Volevo aspettare fino alla fine; per fare tutto quello che mi era possibile per non avere il rimorso di non aver tentato ogni possibilità. Fu molto difficile per me rifiutare l’idea di lavorare con Gurdjieff.»
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Le ultime 10 pagine di Frammenti di un insegnamento sconosciuto contengono una breve spiegazione dell'inizio del lavoro indipendente di Uspenskij secondo le linee del gruppo di San Pietroburgo. In verità Uspenskij ottenne la possibilità di rendersi relativamente indipendente dal proprio maestro solo dopo otto anni di intenso lavoro sotto la sua direzione, e Gurdjieff stesso fu il primo a suggerirgli di dividere quello che è una persona da quello che sono le "sue" idee, tenendo conto dello specifico momento in cui gli venne dato questo consiglio all'interno di uno speciale percorso di apprendimento. Fu certamente uno dei più grandi continuatori del lavoro di Gurdjieff, con tutti i metodi speciali che da quest'ultimo apprese, riuscendo infine a sviluppare un lavoro relativamente indipendente. Tutto ciò Uspenskij lo dichiara apertamente nel libro già citato Frammenti di un insegnamento sconosciuto, compreso il fatto che una certa capacità di lavorare indipendentemente fu, tra le altre cose, il frutto di un lungo lavoro svolto con il suo maestro e il raggiungimento di un obiettivo che Uspenskij si era posto. Più tardi affermerà: "Una scuola ed un insegnamento sono utili a coloro che ne sentono il bisogno".
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Nel 1920 a Costantinopoli molte persone parteciparono dalle letture, e quando Gurdjieff arrivò qualche mese dopo da Tiflis, Uspenskij, sperando ancora di poter lavorare con lui, mise il suo gruppo nelle mani del maestro. Sorsero le stesse difficoltà di Essentuki e nell'agosto del 1921 Uspenskij partì per Londra; a Costantinopoli prima della sua partenza per l'Inghilterra Gurdjieff gli dette un totale consenso alla pubblicazione dei suoi scritti. A Londra iniziò un'altra volta un lavoro indipendente. Gurdjieff arrivò nel 1922, dopo diversi insuccessi nell'apertura del suo Istituto per lo sviluppo armonioso dell'Uomo a Berlino e Dresda. Uspenskij introdusse Gurdjieff al suo nuovo gruppo e lo aiutò a raccogliere la somma necessaria per il suo istituto in Francia. Grazie ad una considerevole somma di denaro raccolta, Gurdjieff poté comprare il Château Prieuré ad Avòn, vicino Fontainebleau in Francia, e nel 1922 aprì il suo istituto francese.
Uspenskij trovò il lavoro dell'Istituto molto interessante ma non accettò l'invito di Gurdjieff a trasferirvisi perché non comprendeva più la direzione del lavoro del maestro e percepiva elementi di instabilità nell'organizzazione. Era al Prieuré nel gennaio del 1924 quando Gurdjieff con alcuni allievi andò negli Stati Uniti; questo gli ricordò la partenza per Essentuki nel 1918. Al ritorno in Inghilterra annunciò che da quel momento il suo lavoro si sarebbe svolto in maniera indipendente.
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Uspenskij era solito ricordare ai suoi allievi che non c'era garanzia che avrebbero trovato quello che stavano cercando o che avrebbero avuto i risultati che si aspettavano. Metteva in guardia ricordando che vi sono grandi pericoli e rischi nel cammino della Quarta Via, perché questo particolare sistema lascia all'uomo molte libertà e affermava che un sistema restrittivo non può creare coscienza e volontà. Nonostante ciò, così come aveva appreso a suo tempo, esprimeva chiaramente l'indispensabilità delle regole, senza le quali nessun tipo di insegnamento può portare a dei risultati concreti diffondendo l'idea secondo cui le regole venivano create appositamente per un fine cosciente e non per crearsi un dispiacere.
A chi desiderava diventare un nuovo studente, era detto che nulla di quello che era insegnato avrebbe dovuto essere divulgato a nessuno, neppure alle famiglie o agli amici, non c'erano pagamenti, e dovevano essere ascoltate almeno cinque letture prima di sapere se si desiderava continuare il lavoro.
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Nel 1935 fu comprata una casa a venti miglia da Londra per organizzare il lavoro. Alcuni degli studenti anziani vivevano lì, diversi lavori pratici venivano svolti sotto la direzione di madame Uspenskij.
Nel 1938 fu acquistata una casa più grande a Londra, questa aveva uno studio che poteva contenere circa 300 persone. Ciò permise la fondazione della “Società storica psicologica” che dette una forma esterna al lavoro di Uspenskij. L'obiettivo dell'organizzazione della Società fu espresso in un documento scritto da Uspenskij: «Il sistema ha bisogno di lavoratori. Non ci sono idee o pensieri che non richiedano e ammettano futuri sviluppi ed elaborazioni. Ma c'è una gran difficoltà nel modo di preparare le persone per questo lavoro, perché uno studio intellettuale ordinario del sistema è insufficiente; e ci sono poche persone che accettano altri metodi di studio e che possono essere allo stesso tempo capaci di lavorare con questi metodi.»
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Dodici anni dopo, sviluppando l'obiettivo della "Società storica psicologica", Uspenskij indicò la direzione per la continuità del sistema: lo studio dei problemi dell'evoluzione dell'uomo e in particolare l'idea dello psico-trasformismo; lo studio delle scuole psicologiche nei differenti periodi storici, in differenti nazioni, e lo studio della loro influenza sulla morale e sullo sviluppo intellettuale dell'umanità; un'investigazione pratica dei metodi di studio di sé e sviluppo di sé in accordo con i metodi e i principi delle scuole psicologiche; la ricerca di testimonianze nella storia delle religioni, filosofia, scienza e arte allo scopo di stabilire la loro comune origine - dove questo fosse possibile - e i differenti livelli psicologici di ognuna di esse.
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La guerra rese impossibile continuare il lavoro in Inghilterra; la casa di Lyne divenne un luogo in cui si riunivano un gran numero di persone e Uspenskij teneva piccoli incontri. Si trasferì negli Stati Uniti dove tenne incontri a New York dal 1941 al 1946 alla Franklin Farm, una grande casa nel New Jersey che fu messa a sua disposizione. Madame Uspenskij organizzò il lavoro pratico come aveva fatto in Lyne Place in Inghilterra e Uspenskij continuò i suoi scritti e le sue letture.
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Pochi membri dei gruppi londinesi si trasferirono in America durante la guerra, alcuni riuscirono a far visita a Uspenskij dopo la guerra, ma egli non aveva, nei suoi propositi, finito il lavoro con i gruppi inglesi; sentiva che dovevano sentirsi “liberi” dal Sistema e cercare la verità attraverso i loro propri metodi. Anche se già molto ammalato, ritornò in Inghilterra all'inizio del 1947. Il clima era freddo e tutto era ancora razionato. Lo sforzo di quelli che lo volevano e aspettavano il suo ritorno fu grande, ed Uspenskij fu in grado di dirigere sei incontri.
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Pochi, se non nessuno, del gruppo prima della guerra aveva compreso che il Lavoro così come lo conoscevano non sarebbe potuto continuare senza Uspenskij stesso, e quando venne loro detto da Uspenskij che erano liberi di seguire i propri scopi e le proprie idee in qualunque direzione individuale desiderassero, fu necessario molto coraggio per accettare questa decisione.
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Il significato della vita di Uspenskij fu quello di insegnare il Sistema e la sua organizzazione del lavoro è un mistero insondabile. Ognuno può comprendere che il sistema non può essere appreso dai libri, ma che una scuola è necessaria; e una scuola dipende da un maestro il cui livello d'essere, conoscenza, e comprensione è differente da quello dei suoi allievi, Uspenskij disse che il suo sistema era differente da tutti gli altri sistemi “nell'insegnare il cambiamento di livello d'essere”, e che ogni cosa dipende da quello.
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Ad Uspenskij fu spesso domandato se il passaggio delle idee del sistema nella corrente generale delle conoscenze umane avrebbe potuto essere utile all'umanità e aiutare la scuola, a questa domanda rispose durante un incontro del 4 ottobre 1937: «Questo accadrà da sé, non c’è ragione che ci preoccupiamo di questo. Le idee si diffonderanno forse durante la nostra vita, forse dopo. Molte di esse entreranno nel linguaggio scientifico e filosofico, ma esse entreranno nella forma sbagliata. Non ci sarà la giusta distinzione fra fare e accadere, e molte idee del pensiero ordinario saranno mescolate a queste idee; quindi esse non saranno le idee come le conosciamo adesso, solo le parole saranno simili. Se non comprendete questo perderete questa via.”»
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Un estratto dalla “Strana vita di Ivan Osokin”: «A un uomo può essere dato solo ciò che può usare; ed egli può usare solo quello per cui ha sacrificato qualcosa. Se un uomo vuole acquisire grande conoscenza o nuovi poteri, egli deve sacrificare altre cose che sono importanti per lui in quel momento. In più può ricevere solo in proporzione a quello che ha lasciato. Non puoi avere nessun risultato senza le giuste cause. Attraverso il tuo sacrificio tu crei le cause. Adesso la domanda importante è cosa sacrificare e come sacrificarlo. Tu hai detto che non hai nulla. Non è proprio vero. Hai la tua vita. Quindi puoi sacrificare la tua vita. È un piccolo prezzo da pagare, visto che la vuoi gettare via in ogni caso. Non ho bisogno dell’intera tua vita. Venti anni, o anche quindici saranno sufficienti. Quando questo tempo sarà finito sarai in grado di utilizzare questa conoscenza per te stesso.»
Le carte di P.D. Uspenskij sono conservate nell'archivio della Yale University. Fra i principali allievi di Uspenskij, da ricordare il matematico John Godolphin Bennett.
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Le Opere.
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Il suo primo libro: La quarta dimensione fu pubblicato nel 1909, il suo secondo: Tertium Organum nel 1912 e: Un nuovo modello dell'universo nel 1931. Quest'ultimo lavoro introduce l'idea dell'esoterismo e l'idea dell'esistenza di luoghi nel mondo dove antiche conoscenze esoteriche sono non solo preservate, ma anche tramandate a gruppi di iniziati. Uspenskij scrisse anche il racconto: La strana vita di Ivan Osokin, in cui esplorò il concetto dell'eterna ricorrenza. Viaggiò attraverso l'Europa e l'Oriente alla ricerca dei luoghi dove si trovava la conoscenza esoterica a cui ambiva.
Fu il suo incontro con Gurdjieff, con il quale passò molti anni studiando l'insegnamento di quest'ultimo, che determinò la direzione futura dei suoi scritti e delle sue ricerche per il resto della sua vita.
Scrisse sull'insegnamento di Gurdjieff in un libro originariamente intitolato: Frammenti di un insegnamento sconosciuto, pubblicato postumo nel 1947 con il titolo: In cerca del miracoloso, frammenti di un insegnamento sconosciuto.
Il primo manoscritto di Frammenti con una data certa risale al 1925 a Londra. Uspenskij stava rivisitando i testi quando nel settembre del 1939 scoppiò la seconda guerra mondiale. Dopo tre anni di studio con Gurdjieff, Uspenskij pubblicò solamente ciò che aveva scritto in precedenza (La strana vita di Ivan Osokin e Un nuovo modello dell'universo) e nulla riguardo al Sistema. I tre libri del Sistema furono pubblicati postumi da madame Uspenskij.
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FRAMMENTI DI UN INSEGNAMENTO SCONOSCIUTO.
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La testimonianza degli otto anni di lavoro di Ouspensky come discepolo di Gurdjieff.
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CAPITOLO PRIMO.
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Ritornai in Russia nel novembre del 1914, all'inizio della prima guerra mondiale, dopo un viaggio piuttosto lungo attraverso l'Egitto, Ceylon e l'India. La guerra mi aveva sorpreso a Colombo, dove mi imbarcai per ritornare passando per l'Inghilterra. 
Lasciando Pietroburgo per il mio viaggio, avevo detto che sarei andato alla ricerca del miracoloso. Il 'miracoloso' è molto difficile da definire, ma per me questa parola aveva un senso assolutamente preciso. 
Già da molto tempo ero giunto alla conclusione che, per sfuggire al labirinto di contraddizioni nel quale viviamo, occorreva una via completamente nuova, diversa da tutto ciò che avevamo conosciuto o seguito fino a quel momento Tuttavia, non avrei saputo dire dove questa via nuova, o perduta, cominciasse. Già allora avevo riconosciuto come un fatto innegabile che, al di là della sottile pellicola di falsa realtà, esisteva un'altra realtà, dalla quale, per una qualche ragione, qualcosa ci separava. Il 'miracoloso' era la penetrazione in quella realtà sconosciuta e a me pareva che la via verso di essa poteva essere trovata in Oriente. Perché in Oriente? Era difficile a dirsi. Vi era forse in questa idea qualcosa di romantico, ma vi era pure la reale convinzione che, in ogni caso, nulla potesse esser trovato in Europa. 
Durante il viaggio di ritorno e le settimane che trascorsi a Londra, tutte le conclusioni a cui ero giunto attraverso la mia ricerca furono sconvolte dall'assurdità selvaggia della guerra e da tutte le emozioni che erano nell'aria, che riempivano le conversazioni e i giornali e che spesso mi colpivano contro il mio volere. 
Ma quando ritornai in Russia e ritrovai i pensieri con i quali ero partito, sentii che la mia ricerca e ogni minima cosa che la riguardasse erano più importanti di tutto ciò che capitava e poteva capitare in un mondo di 'evidenti assurdità'.
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NOTA: Ciò si riferisce ad un libretto che avevo da bambino. Si intitolava Evidenti Assurdità e faceva parte della Piccola Collezione Stoupin. Conteneva illustrazioni di questo genere: un uomo che portava una casa sulle spalle, una vettura con ruote quadrate, ecc. Quel libro mi aveva molto impressionato a quell'epoca, dato che vi erano numerose illustrazioni nelle quali non riuscivo a scoprire ciò che vi fosse di assurdo. Esse erano in tutto somiglianti alle cose ordinarie della vita. In seguito, incominciai a pensare che quel libro dava effettivamente immagini della vita reale, essendomi convinto sempre più, crescendo, che tutta la vita è fatta di 'evidenti assurdità'. Le mie ulteriori esperienze non fecero che rafforzare questa mia convinzione. FINE NOTA.
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Pensai allora che la guerra doveva essere considerata come una di quelle condizioni di esistenza catastrofiche e di portata generale, nelle quali noi tutti si deve vivere, lavorare e cercare risposte alle nostre domande e ai nostri dubbi. La guerra, la grande guerra europea alla cui possibilità non volevo credere e la cui realtà mi ostinavo a non riconoscere, era divenuta un fatto. 
Vi eravamo dentro, e vidi che essa doveva essere considerata come un grande memento mori, che mostrava come fosse urgente affrettarsi e come fosse impossibile credere in una ‘vita’ che non conduceva in nessuna parte. 
La guerra non poteva toccarmi personalmente, per lo meno non prima della catastrofe finale, che d'altronde mi sembrava inevitabile per la Russia, forse per tutta l'Europa, ma non ancora imminente; sebbene allora, naturalmente, la catastrofe che si avvicinava sembrasse solo temporanea e nessuno potesse ancora concepire tutta la disintegrazione e la distruzione, allo stesso tempo interiore ed esteriore, in cui avremmo dovuto vivere in avvenire. 
Riassumendo l'insieme delle mie impressioni dell'Oriente, e in particolare dell'India, dovevo ammettere che, al ritorno, il mio problema appariva ancora più difficile e complicato che non alla partenza. Non solo l'India e l'Oriente non avevano perso nulla della loro miracolosa attrattiva, bensì questo fascino si era arricchito di nuove sfumature che prima non potevo supporre. Avevo chiaramente visto che qualcosa poteva essere trovato in Oriente, qualcosa che da tanto tempo aveva cessato di esistere in Europa, e ritenevo che la direzione da me presa fosse quella giusta. Allo stesso tempo, tuttavia, avevo acquistato la certezza che il segreto fosse nascosto molto meglio e molto più profondamente di quanto avessi potuto supporre. 
Alla partenza, sapevo già che stavo andando alla ricerca di una o più scuole. A ciò ero arrivato già da molto tempo: mi ero reso conto che non potevano essere sufficienti gli sforzi personali, indipendenti, e che era indispensabile entrare in contatto con un pensiero reale e vivente, che deve pure esistere in qualche parte, ma con il quale abbiamo perso ogni contatto. 
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Questo lo capivo, ma era l'idea che mi facevo delle scuole che doveva modificarsi di molto durante i miei viaggi: in un senso divenne più semplice e più concreta, in un altro più fredda e più distaccata. Voglio dire che le scuole persero molto del loro carattere favoloso.
Alla mia partenza ammettevo ancora molte cose fantastiche riguardo alle scuole. Ammettere è forse una parola un po' forte. Per meglio dire, sognavo la possibilità di un contatto non fisico con le scuole, di un contatto in qualche modo su di un altro piano. Non potevo spiegarlo chiaramente, ma mi sembrava che già il contatto iniziale con una scuola dovesse avere un carattere miracoloso. Immaginavo, per esempio, la possibilità di entrare in contatto con scuole già esistite in un lontano passato, come la scuola di Pitagora o le scuole d'Egitto, oppure la scuola di quei monaci che costruirono Notre-Dame e così via.
Mi pareva che le barriere dello spazio e del tempo sarebbero dovute sparire a tale contatto. L'idea delle scuole era in se stessa fantastica e nulla in relazione ad esse mi sembrava troppo fantastico. 
Così non vedevo alcuna contraddizione tra queste idee e i miei sforzi per trovare in India delle vere scuole. Mi sembrava che proprio in India mi sarebbe stato possibile stabilire una specie di contatto che avrebbe potuto in seguito diventare permanente e indipendente da qualsiasi interferenza esteriore. 
Durante il mio viaggio di ritorno, ricco di incontri e di impressioni di ogni genere, l'idea delle scuole divenne per me molto più reale e tangibile e perse il suo carattere fantastico. Ciò senza dubbio perché, come me ne resi conto allora, una 'scuola' non richiede soltanto una ricerca, ma una 'selezione' o una scelta, beninteso da parte nostra. 
Che esistessero scuole, non potevo dubitarne. Ma dovevo ancora convincermi che le scuole di cui avevo sentito parlare e con le quali avrei potuto entrare in contatto non erano per me. Erano di natura religiosa o di carattere semi-religioso e di tono evidentemente devozionale. Non mi attiravano, soprattutto per il fatto che se avessi cercato una via religiosa l'avrei potuta trovare in Russia. Altre scuole erano di tipo leggermente sentimentale, morale-filosofico, con una sfumatura di ascetismo, come le scuole dei discepoli o dei fedeli di Ramakrishna; tra questi ultimi vi erano persone gradevoli, ma non ebbi l'impressione che avessero una conoscenza reale. Altre scuole, generalmente descritte come 'scuole di yoga', basate sulla creazione di stati di trance, avevano ai miei occhi qualcosa del genere spiritico. Non potevo fidarmi; esse conducevano tutte o a mentire a se stessi, oppure a ciò che i mistici 
ortodossi nella letteratura monastica russa chiamano seduzione.
C'era un altro tipo di scuola con il quale non potevo prendere contatto e di cui sentii solo parlare. Queste scuole promettevano molto, ma chiedevano anche molto. Richiedevano tutto e subito. Sarebbe quindi stato necessario restare in India e abbandonare per sempre ogni pensiero di ritorno in Europa; avrei dovuto rinunciare a tutte le mie idee, ai miei progetti, ai miei piani, e impegnarmi su di una via di cui non potevo sapere nulla in anticipo. 
Queste scuole mi interessavano moltissimo e le persone che erano state in relazione con esse e che me ne avevano parlato si distinguevano nettamente dalla gente comune. Tuttavia mi pareva che dovessero esservene altre d'un tipo più razionale e che un uomo avesse il diritto, fino ad un certo punto, di sapere dove andava. 
Parallelamente, giunsi alla conclusione che una scuola, poco importa il suo nome — scuola d'occultismo, d'esoterismo o di yoga — debba esistere sul piano terrestre ordinario come qualsiasi altro genere di scuola: una scuola di pittura, di danza o di medicina. Mi rendevo conto che l'idea delle scuole su un altro piano era solamente un segno di debolezza: ciò significava che i sogni avevano sostituito la ricerca reale. 
Capivo così che i sogni sono uno dei più grandi ostacoli a un nostro eventuale cammino verso il miracoloso. 
Mentre ero diretto in India, facevo progetti per prossimi viaggi. Questa volta desideravo cominciare dall'Oriente mussulmano: dall'Asia Centrale russa e dalla Persia. Ma nulla di tutto ciò era destinato a realizzarsi. 
Da Londra, attraverso la Norvegia, la Svezia e la Finlandia, giunsi a Pietroburgo, già ribattezzata ‘Pietrogrado', allora al culmine della speculazione e del patriottismo. Poco dopo, part Il per Mosca per riprendere il mio lavoro presso il giornale del quale ero stato corrispondente in India. Mi ci trovavo da circa sei settimane, quando accadde un piccolo fatto che doveva essere il punto di partenza di numerosi avvenimenti. 
Un giorno in cui mi trovavo alla redazione del giornale, mentre preparavo il numero del giorno seguente, scopersi, credo ne La Voce di Mosca, un trafiletto relativo alla messa in scena di un balletto intitolato La Lotta dei Magi, che si diceva fosse opera di un 'Indù'. L'azione del balletto doveva svolgersi in India e dare un quadro completo della magia dell'Oriente con miracoli di fachiri, danze sacre, ecc. Non mi piacque il tono millantatore, ma, dato che gli autori di balletti indiani erano piuttosto rari a Mosca, ritagliai il trafiletto e lo inserii nel mio articolo, aggiungendo semplicemente che vi sarebbe stato sicuramente in questo balletto tutto ciò che non può essere trovato nell'India reale, ma che i turisti vanno a cercarvi. 
Poco tempo dopo, per diverse ragioni, lasciai il giornale e andai a Pietroburgo. 
Qui, nel marzo e aprile 1915, tenni conferenze pubbliche sui miei viaggi in India. I titoli erano: Alla ricerca del Miracoloso e  Il problema della Morte. In queste conferenze, che dovevano servire da introduzione ad un libro sui miei viaggi, che progettavo di scrivere, dicevo che in India il 'miracoloso' non era certo là dove lo si sarebbe dovuto cercare, che tutte le vie abituali erano vane e che l'India custodiva i suoi segreti molto meglio di quanto si credesse, ma il 'miracoloso' vi esisteva effettivamente e appariva attraverso molte cose accanto alle quali si passava senza afferrarne la giusta portata e il significato nascosto, o senza sapere come avvicinarle. Ed era ancor sempre alle 'scuole’ che io pensavo. 
Malgrado la guerra, le mie conferenze risvegliarono un considerevole interesse. Ciascuna attirò più di mille persone nella sala Alexandrowski della Duma municipale di Pietroburgo. Ricevetti numerose lettere, molti vennero a trovarmi e sent Il che, sulla base di una 'ricerca del miracoloso', sarebbe stato possibile riunire un grandissimo numero di persone che non potevano più sopportare le forme abituali della menzogna e della vita nella menzogna. 
Dopo Pasqua andai a Mosca per tenervi le stesse conferenze. Tra le persone incontrate in tale occasione ce n'erano due, un musicista e uno scultore, che giunsero ben presto a parlarmi di un gruppo di Mosca impegnato in diverse ricerche ed esperienze 'occulte' sotto la direzione di un certo G., un greco del Caucaso. Si trattava proprio, come compresi, di quell'Indù autore e regista del balletto menzionato dal giornale che mi era capitato sotto gli occhi tre o quattro mesi prima. Debbo confessare che tutto ciò che le due persone mi dissero su questo gruppo e su ciò che vi succedeva — ogni sorta di prodigi di autosuggestione — mi interessò ben poco. Avevo troppo spesso sentito storie di quel genere e mi ero fatto un'opinione ben chiara al riguardo. 
Signore che vedono improvvisamente fluttuare nelle loro camere occhi che le affascinano e che esse seguono di strada in strada finché arrivano alla casa di un certo Orientale cui appartengono quegli occhi. Oppure persone che in presenza di quello stesso Orientale hanno bruscamente l'impressione che egli le stia trapassando con lo sguardo e che veda tutti i loro sentimenti, pensieri e desideri; provano nelle gambe una strana sensazione, non possono più muoversi e cadono in suo potere fino al punto che egli può fare di loro tutto ciò che desidera, anche a distanza.
Storie di questo genere mi erano sempre parse nient'altro che letteratura scadente. La gente inventa miracoli a proprio uso e inventa esattamente ciò che ci si può aspettare da loro. È un misto di superstizione, autosuggestione e debolezza intellettuale; ma queste storie, per quanto ho potuto osservare, non prendono mai forma senza una certa collaborazione delle persone a cui si riferiscono. 
Essendo in tal modo prevenuto dalle mie esperienze precedenti, soltanto in seguito agli sforzi persistenti di una delle mie nuove conoscenze, M., accettai di incontrare G. e di avere una conversazione con lui. 
Il mio primo incontro modificò completamente la mia opinione su lui e su ciò che egli poteva darmi. 
Me ne ricordo molto bene. Eravamo arrivati in un piccolo caffè lontano dal centro, in una via rumorosa. Vidi un uomo non più giovane, di tipo orientale, con baffi neri ed occhi penetranti, che mi colpì subito perché sembrava del tutto fuori posto in quel luogo e in quella atmosfera.
Ero ancora pieno d'impressioni d'Oriente e quest'uomo dal viso di Rajah indiano o di Sceicco arabo, che potevo facilmente immaginare con un barracano bianco o un turbante dorato, produceva, in quel piccolo caffè di bottegai e di rappresentanti, con il suo soprabito nero dal collo di velluto e la bombetta nera, l'impressione inattesa, strana e quasi allarmante di un uomo mal travestito, la cui vista ci imbarazza, perché vediamo che non è ciò che pretende di essere e dobbiamo tuttavia parlare e comportarci come se non ce ne accorgessimo. G. parlava un russo scorretto con un forte accento caucasico e quell'accento, al quale siamo abituati ad associare qualsiasi cosa eccetto che idee filosofiche, rafforzava ancora la stranezza e il carattere sorprendente di quella impressione.
Non ricordo l'inizio della nostra conversazione; credo avessimo parlato dell'India, dell'esoterismo e delle scuole di yoga. Ritenni che G. avesse viaggiato molto, fosse stato in certi luoghi dei quali avevo appena sentito parlare e che avevo vivamente desiderato visitare. Non solo le mie domande non lo imbarazzavano, ma mi parve che mettesse in ogni risposta molto più di quanto io chiedessi. Mi piaceva il suo modo di parlare che era, ad un tempo, prudente e preciso. M. ci lasciò. G. mi intrattenne su ciò che faceva a Mosca. Non lo capivo bene. Dalle sue parole risultava che nel suo lavoro, di carattere soprattutto psicologico, la chimica aveva una parte importantissima. Dato che l'ascoltavo per la prima volta, presi naturalmente alla lettera le sue parole.
Ciò che voi dite mi ricorda un fatto che mi è stato riferito su una scuola dell'India del Sud, a Travancore. Un bramino, uomo per molti aspetti eccezionale, parlava a un giovane inglese di una scuola dedita allo studio della chimica del corpo umano; tale scuola aveva dimostrato, diceva, che introducendo o eliminando diverse sostanze, si poteva cambiare la natura morale e psicologica dell'uomo. Questo è molto simile a ciò di cui voi mi avete parlato. 
Può darsi, disse G., ma può anche essere una cosa del tutto diversa. Certe scuole adottano apparentemente gli stessi metodi, ma li comprendono in modo assolutamente diverso. Una similitudine di metodi o anche di idee non prova niente. 
Un'altra questione mi interessa molto. Gli yogi si servono di diverse sostanze per provocare certi stati. Non si tratterebbe in certi casi di narcotici? Ho fatto io stesso numerosi esperimenti in questo campo e tutto quello che ho letto sulla magia mi dimostra chiaramente che le scuole di ogni tempo e di ogni paese hanno fatto larghissimo uso di narcotici per la creazione di stati che rendono possibile la 'magia' . 
Sì, rispose G., in molti casi queste sostanze sono ciò che voi chiamate 'narcotici'. Ma possono essere usate, lo ripeto, per fini di tutt'altro genere. Certe scuole si servono dei narcotici nel modo giusto. I loro allievi li prendono, in tal caso, per studiare se stessi, per conoscersi meglio, per esplorare le proprie possibilità e discernere in anticipo ciò che potranno raggiungere effettivamente al termine di un lavoro prolungato.
Quando un uomo ha potuto, in questo modo, toccare la realtà di ciò che ha imparato teoricamente, lavora da quel momento coscientemente, sa dove va. Questa è talvolta la via più facile per persuadersi della reale esistenza delle possibilità che l'uomo spesso suppone in se stesso. A questo fine esiste una chimica speciale. Vi sono sostanze particolari per ogni funzione. Ogni funzione può essere rafforzata o indebolita, svegliata o assopita. È tuttavia indispensabile una conoscenza approfondita della macchina umana e di questa chimica speciale. In tutte le scuole che seguono questo metodo, le esperienze sono effettuate soltanto quando sono veramente necessarie e soltanto sotto il controllo esperto e competente di uomini che possono prevedere tutti i risultati e prendere tutte le misure necessarie contro i rischi di conseguenze indesiderabili. Le sostanze che vengono usate in queste scuole non sono, dunque, come voi le chiamate, solo dei 'narcotici', benché gran parte di esse siano preparate a base di droghe quali l'oppio, l'haschish, ecc.
Altre scuole adoperano sostanze identiche o analoghe non al fine di esperienza o di studio, ma per raggiungere, non fosse che per un breve tempo, i risultati voluti. Un uso abile di tali droghe può rendere un uomo momentaneamente molto intelligente o molto forte. Dopo di che, beninteso, quell'uomo muore o impazzisce, ma ciò non è preso in considerazione.
Tali scuole esistono. Vedete, dunque, che dobbiamo parlare con prudenza delle scuole. Esse possono fare praticamente le stesse cose, ma i risultati saranno completamente diversi. 
Tutto ciò che G. aveva detto mi aveva profondamente interessato. 
C'erano, lo sentivo, punti di vista nuovi, diversi da tutto quanto avevo incontrato fino a quel giorno.
Mi invitò ad accompagnarlo in una casa in cui alcuni suoi allievi dovevano riunirsi.
Prendemmo una vettura per andare a Sokolniki. Per strada G. mi raccontò quanto la guerra avesse interferito con i suoi piani: molti suoi allievi erano partiti alla prima mobilitazione, apparecchi e strumenti costosissimi, ordinati all'estero, erano andati perduti. Poi mi parlò delle forti spese che la sua opera esigeva, degli appartamenti molto cari che aveva affittato e verso i quali, credetti di capire, ci stavamo dirigendo.
Mi informò, in seguito, che il suo lavoro interessava numerose personalità di Mosca, 'professori' e 'artisti', precisò. Ma quando gli domandai chi precisamente, non mi fece alcun nome.
Domando questo perché sono nato a Mosca; inoltre vi ho lavorato per dieci anni come giornalista, quindi, più o meno, conosco quasi tutti.
G. non rispose nulla. 
Giungemmo in un grande appartamento vuoto situato sopra una scuola municipale, evidentemente destinato ai maestri di quella scuola. Penso che fosse dove un tempo era il vecchio Stagno Rosso.
Alcuni allievi di G. erano riuniti; tre o quattro giovani e due signore, che sembravano maestre di scuola. Ero già stato in simili locali. L'assenza stessa di mobilio confermava la mia idea, dato che non venivano forniti mobili alle maestre di scuole municipali. A questo pensiero, provai un sentimento strano verso G. Perché mi aveva raccontato quella storia di appartamenti costosissimi? Innanzi tutto questo non era suo; inoltre, lo si poteva occupare gratuitamente e in ogni caso non avrebbe potuto essere affittato a più di dieci rubli al mese. C'era qualcosa di così singolare in questo bluff troppo scoperto che io pensai subito dovesse avere un significato particolare. 
Mi è difficile ricostruire l'inizio della conversazione con gli allievi di G. Ud Il diverse cose che mi sorpresero; mi sforzai di scoprire in che cosa consistesse il loro lavoro, ma essi non mi diedero risposte dirette, usando con insistenza, in certi casi, una terminologia bizzarra e per me incomprensibile. Suggerirono di leggere il principio di un racconto scritto, mi dissero, da un allievo di G., assente da Mosca in quel momento. 
Naturalmente accettai e uno di loro cominciò la lettura ad alta voce di un manoscritto. L'autore raccontava in che modo aveva conosciuto G. La mia attenzione fu attratta dal fatto che l'autore, all'inizio della storia, avesse letto la medesima nota che io, l'inverno precedente, avevo trovato ne La voce di Mosca a proposito del balletto  La lotta dei Magi .
Inoltre — e ciò mi piacque infinitamente perché me l'aspettavo — l'autore raccontava come, al suo primo incontro, avesse sentito che G. lo teneva in qualche modo sul palmo della mano, lo soppesava e lo lasciava ricadere. Il racconto era intitolato Lampi di verità, ed era stato scritto da un uomo evidentemente sprovvisto di qualsiasi esperienza letteraria. Nonostante ciò, faceva una certa impressione, poiché conteneva indicazioni di un sistema in cui io sentivo qualcosa di molto interessante, che, d'altra parte, sarei stato assolutamente incapace di formulare a me stesso, e alcune idee strane e del tutto inattese sull'arte, che trovarono in me una fortissima risonanza.
Seppi più tardi che l'autore era una persona immaginaria e che il racconto era stato scritto da due allievi di G., presenti alla lettura, con l'intenzione di esporre le sue idee in forma letteraria. Più tardi ancora, venni a sapere che l'idea stessa di questo racconto era di G. 
La lettura si fermò alla fine del primo capitolo. G. aveva ascoltato tutto il tempo con attenzione. Stava su un divano, seduto su una gamba ripiegata, beveva caffè nero in un grande bicchiere, fumava, e mi lanciava di tanto in tanto uno sguardo. Mi piacevano i suoi movimenti, improntati di sicurezza e di una certa grazia felina; persino nel suo silenzio c'era qualcosa che lo distingueva dagli altri. Sent Il che avrei preferito incontrarlo non a Mosca, in quell'appartamento, ma in uno dei luoghi che avevo recentemente lasciato, sul sagrato di qualche moschea del Cairo, tra le rovine di un quartiere di Ceylon o in qualche tempio dell'India del Sud: Tanjore, Trichinopoly o Madura.
Ebbene, che ve ne pare di questa storia?, domandò G. dopo un breve silenzio, quando la lettura ebbe fine.
Gli dissi di averla ascoltata con interesse, ma che essa aveva, secondo me, il difetto di non essere chiara, non si capiva esattamente di che si trattasse. L'autore parlava della fortissima impressione prodotta su di lui da un nuovo insegnamento, ma non dava alcuna idea soddisfacente sull'insegnamento stesso. Gli allievi di G. mi fecero notare che non avevo capito la parte più importante della storia. G. da parte sua non diceva niente.
Quando chiesi loro che cosa fosse il sistema che studiavano e quali fossero le caratteristiche che lo distinguevano, mi risposero nel modo più vago. Poi parlarono del 'lavoro su di sé', ma furono incapaci di spiegarmi in che consistesse. Nell'insieme, la mia conversazione con gli allievi di G. era piuttosto difficile; sentivo in loro qualcosa di calcolato e artificiale, come se recitassero una parte imparata in precedenza. Inoltre, gli allievi non potevano competere con il maestro. Appartenevano tutti a quel particolare ambiente piuttosto povero dell'intellighenzia moscovita che conoscevo molto bene e dal quale non potevo aspettarmi nulla di interessante. Era proprio strano, pensavo, incontrarli sul cammino del miracoloso. Al tempo stesso li trovavo tutti gentili e perbene. 
Le storie che M. mi aveva raccontato non provenivano certamente da questa sorgente e non si riferivano a loro.
Vorrei chiedervi qualcosa, disse G. dopo un silenzio. Questo articolo potrebbe essere pubblicato da un giornale? Pensavamo di interessare in qualche modo il pubblico alle nostre idee.
È assolutamente impossibile, risposi. Questo non è un articolo, ossia qualcosa che ha un principio e una fine; non è che l'inizio di una storia ed è troppo lungo per un quotidiano. Vedete, noi contiamo il numero delle righe. Per la lettura occorrono circa due ore: il che vuoi dire circa tremila righe. Conoscete certamente ciò che noi chiamiamo 'racconto d'appendice' in un quotidiano — un tale articolo è generalmente di trecento righe. Questa parte della storia occuperebbe in tal modo dieci articoli. Nei giornali di Mosca, un racconto d'appendice a puntate non viene mai pubblicato più di una volta la settimana, il che farebbe dieci settimane, mentre si tratta di una conversazione svoltasi in una sola notte. Potrebbe essere accettato solo da una rivista mensile, ma non ne vedo alcuna di genere adatto. Ad ogni modo, vi si chiederebbe la storia completa prima di darvi una risposta.
G. non rispose nulla e la conversazione si interruppe. Ma io avevo subito sentito in G. qualcosa di straordinario e man mano che la serata avanzava, quell'impressione non aveva fatto che rafforzarsi. Al momento di accomiatarmi, un pensiero mi attraversò la mente come un lampo: dovevo al più presto e senza indugio, fare in modo di rivederlo, perché se non lo avessi fatto, rischiavo di perdere ogni contatto con lui. Gli domandai quindi se sarebbe stato possibile incontrarlo un'altra volta, prima della mia partenza per Pietroburgo. Mi disse che si sarebbe trovato allo stesso caffè, il giorno seguente, alla stessa ora. 
Usc Il con uno di quei giovani. Mi sentivo molto strano: una lunga lettura di cui avevo capito molto poco, persone che non rispondevano alle mie domande, lo stesso G. con i suoi modi non comuni e la sua influenza sugli allievi, che avevo costantemente sentito — tutto ciò provocava in me un insolito desiderio di ridere, gridare, cantare, come se fossi appena scappato da scuola o da qualche strana prigionia. 
Provavo il bisogno di comunicare le mie impressioni a questo giovane e di abbandonarmi a qualche facezia sul conto di G. e di quella storia piuttosto pretenziosa e opprimente. Già mi vedevo raccontare questa serata ad alcuni miei amici. Fortunatamente mi fermai a tempo, pensando: Certo si precipiterà al telefono per riferire tutto agli altri. Tra di loro sono tutti amici. 
Provai così a tenermi a freno e, senza parlare, lo accompagnai al tram che doveva ricondurci al centro di Mosca. Dopo un percorso abbastanza lungo, arrivammo in piazza Okhotny Nad, nei cui paraggi abitavo, e lì, sempre in silenzio, ci stringemmo la mano e ci separammo. 
L'indomani mi trovai allo stesso caffè in cui avevo incontrato G. la prima volta, e vi tornai anche il giorno dopo e i giorni seguenti. Nella settimana che trascorsi a Mosca vidi G. ogni giorno. Mi resi conto ben presto che egli sapeva molto di ciò che mi interessava sapere. Tra l'altro, mi spiegò certi fenomeni che avevo avuto occasione di osservare in India e che nessuno era stato capace di spiegarmi, né sul posto, né più tardi. Nelle sue spiegazioni, sentivo la sicurezza dello specialista, una analisi molto acuta dei fatti e un sistema che non potevo afferrare, ma di cui sentivo la presenza, perché le sue spiegazioni mi facevano pensare non solo ai fatti in discussione, ma a molte altre cose che avevo già osservato o supposto.
Non incontrai più il gruppo di G. Di se stesso, G. parlava poco.
Una o due volte menzionò i suoi viaggi in Oriente. Mi avrebbe interessato sapere dove precisamente fosse stato, ma fui incapace di scoprirlo.
Per quanto riguardava il suo lavoro di Mosca, G. diceva di avere due gruppi senza relazione fra di loro e occupati in lavori diversi, secondo il grado della loro preparazione e le loro possibilità, come egli si espresse. Ogni membro di questi gruppi pagava mille rubli all'anno e poteva lavorare con lui, pur continuando nella vita le proprie attività ordinarie.
Dissi che, a mio parere, mille rubli all'anno erano una somma troppo forte per quelli che non avevano redditi.
G. replicò che non c'era altra soluzione, poiché, data la natura stessa del lavoro, egli non poteva avere troppi allievi. D'altra parte, non desiderava 
e non doveva — accentuò queste parole — spendere il proprio denaro per l'organizzazione del lavoro. Il suo lavoro non era, non poteva essere, di genere caritatevole, e i suoi allievi dovevano trovare da soli i fondi per l'affitto degli appartamenti dove potersi riunire, per gli esperimenti e tutto il resto. Oltre a ciò, aggiunse, l'osservazione ha dimostrato che le persone deboli nella vita si rivelano altrettanto deboli nel lavoro.
Vi sono altri aspetti di questa idea, disse G. Il lavoro di ciascuno può comportare spese, viaggi, ed altro. Se la vita di un uomo è talmente mal organizzata che la spesa di mille rubli può ostacolarlo, sarebbe meglio per lui non intraprendere nulla con noi. Supponete che un giorno il suo lavoro esiga che egli si rechi al Cairo o altrove. Egli deve avere i mezzi per farlo. Con la nostra richiesta vediamo se è in grado di lavorare con noi oppure no.
A parte questo, continuò, ho veramente troppo poco tempo per sacrificarlo agli altri, senza essere sicuro che farà loro del bene. Valuto molto il mio tempo, dato che ne ho bisogno per la mia opera, per cui non posso e, come ho già detto, non voglio usarlo improduttivamente.
E vi è un'ultima ragione: per apprezzare una cosa bisogna pagarla.
Ascoltavo queste parole con uno strano sentimento. Da un lato, tutto quello che G. diceva mi piaceva. Ero attratto dall'assenza di qualsiasi elemento sentimentale, di qualsiasi verbosità convenzionale sull' 'altruismo' e il 'bene dell'umanità', ecc. D'altra parte, ero sorpreso dal desiderio palese che egli aveva di convincermi su questo argomento del denaro, mentre io non avevo nessun bisogno di essere convinto.
Se vi era un punto sul quale non ero d'accordo, era semplicemente sul modo di raccogliere il denaro, poiché nessuno degli allievi che avevo visto poteva pagare mille rubli l'anno. Se G. aveva realmente scoperto in Oriente delle tracce visibili e tangibili di una conoscenza nascosta e se continuava le sue ricerche in questa direzione, allora era chiaro che la sua opera aveva bisogno di fondi, proprio come qualsiasi altro lavoro scientifico, come una spedizione in qualche parte sconosciuta del mondo, scavi in un'antica città, o qualsiasi investigazione che richieda numerosi ed elaborati esperimenti fisici o chimici. Non era affatto necessario cercare di convincermi di tutto questo. Al contrario, pensavo che, se G. mi avesse dato la possibilità di conoscere meglio quello che faceva, sarei probabilmente stato in grado di procurargli tutti i fondi di cui poteva aver bisogno per dare una salda base alla sua opera e pensavo anche di presentargli persone meglio preparate. Ma naturalmente non avevo che un'idea molto vaga di quello che poteva essere il suo lavoro.
Senza dirlo apertamente, G. mi fece capire che mi avrebbe accettato come suo allievo se ne avessi espresso il desiderio. Gli dissi che il più grande ostacolo da parte mia era che per il momento non potevo vivere a Mosca, perché mi ero impegnato con un editore di Pietroburgo, e che stavo preparando vari libri da pubblicare. G. mi disse che andava talvolta a Pietroburgo, mi promise di venirci presto e di avvertirmi del suo arrivo.
Ma se mi unissi al vostro gruppo, dissi a G., mi troverei di fronte ad un difficilissimo problema. Non so se esigete dai vostri allievi la promessa di mantenere il segreto su tutto quello che imparano da voi; io non potrei fare una simile promessa. Vi sono state due occasioni nella mia vita in cui avrei avuto la possibilità di unirmi a gruppi impegnati in un lavoro che, per quanto posso capire, mi pare simile al vostro, e ciò mi avrebbe molto interessato a quel tempo. Ma, in entrambi i casi, la mia adesione mi avrebbe impegnato a mantenere il segreto su tutto ciò che avrei potuto imparare. E io rifiutai in entrambi i casi, perché sono innanzitutto uno scrittore e desidero essere assolutamente libero di decidere da solo che cosa scriverò e che cosa non 
scriverò. Se prometto di mantenere il segreto su qualcosa che mi verrà detto, forse in seguito potrebbe essere molto difficile separare ciò che mi sarà stato detto da ciò che avrebbe potuto venirmi in mente in relazione con quell'argomento, o anche senza relazione. Per esempio, oggi so molto poco delle vostre idee, ma so che quando cominceremo a parlare, arriveremo molto presto alle questioni di tempo e di spazio, alle dimensioni di ordine superiore e così via. Sono questioni sulle quali lavoro da molti anni. Non ho alcun dubbio che esse debbano occupare un posto importante nel vostro sistema. 
G. annui.
Bene, vedete che se ora parlassimo sotto il vincolo del segreto, da questo momento non saprei più cosa posso scrivere e cosa non posso più scrivere.
Ma quali sono, dunque, le vostre idee su questo argomento?, disse G. Non si deve parlare troppo. Vi sono cose che vengono dette solo per gli allievi.
Potrei accettare questa condizione soltanto temporaneamente. Naturalmente sarebbe ridicolo se mi mettessi subito a scrivere su quello che potrei imparare da voi. Ma se non intendete, per principio, fare segreto delle vostre idee, se vi preoccupate unicamente che non siano trasmesse sotto una forma alterata, allora posso sottoscrivere una tale condizione e attendere di avere una migliore comprensione del vostro insegnamento. Mi è capitato di frequentare un gruppo di persone che si dedicavano a una serie di esperimenti scientifici su vastissima scala.
Non facevano mistero del loro lavoro. Ma avevano posto la condizione che nessuno di loro avrebbe avuto diritto di parlare o scrivere di un qualsiasi esperimento, a meno che non fosse egli stesso in grado di effettuarlo. Fino a quando fosse incapace di ripetere egli stesso l'esperimento, doveva tacere.
Non vi potrebbe essere miglior formula, disse G., e se siete d'accordo nell'osservare questa regola, tale questione non si porrà mai tra noi.
Vi sono condizioni per entrare nel vostro gruppo? domandai. E chi vi entra è legato per sempre al gruppo e a voi? In altre parole, desidero sapere se è libero di ritirarsi e di abbandonare il lavoro, oppure se deve assumersi obblighi definitivi. Come vi comportate verso di lui se non li adempie?.
Non vi è alcuna condizione, disse G., e non ve ne possono essere. Il nostro punto di partenza è che l'uomo non conosce se stesso, che egli non è (accentuò queste parole), ossia non è ciò che potrebbe e dovrebbe essere. Per questa ragione non può prendere alcun impegno, né assumersi alcun obbligo. Non può decidere nulla riguardo al futuro.
Oggi è una persona, domani un'altra. Non è dunque legato a noi in alcun modo e, se lo desidera, può in qualsiasi momento lasciare il lavoro e andarsene. Non vi è alcun obbligo, né nella nostra relazione con lui, né nella sua con noi.
Se ne ha voglia, egli può studiare. Dovrà studiare per molto tempo e lavorare molto su se stesso. Il giorno in cui avrà imparato abbastanza, allora la cosa sarà diversa. Vedrà da solo se il nostro lavoro gli piace o no. Se lo desidera, potrà lavorare con noi; se no, potrà andarsene.
Fino a quel momento è libero. Dopo di che, se rimarrà, sarà in grado di decidere o disporre per l'avvenire.
Per esempio, considerate questo: un uomo potrebbe trovarsi, non all'inizio naturalmente, ma più tardi, nella situazione di dover mantenere, almeno per un certo tempo, il segreto su qualche cosa che ha imparato. Ma come può promettere di mantenere il segreto un uomo che non conosce se stesso? Naturalmente può promettere, ma può mantenere la promessa? Infatti egli non è uno, vi sono in lui una moltitudine di uomini. Qualcuno in lui promette e crede di voler mantenere il segreto. Ma domani un altro in lui lo dirà alla moglie o ad un amico davanti a una bottiglia di vino; oppure qualcuno, interrogandolo con 
astuzia, può fargli dire tutto senza che egli neppure se ne accorga.
Oppure, può essere suggestionato o, quando meno se lo aspetta, lo si aggredirà e, spaventandolo, gli si farà fare tutto ciò che si vuole. Quale specie di impegno potrebbe dunque assumere? No, con un tale uomo non parleremo seriamente. Per essere capace di conservare un segreto, un uomo deve conoscere se stesso e deve essere. E un uomo come lo sono tutti è ben lontano da questo.
Talvolta poniamo condizioni temporanee alla gente come un test. Generalmente smettono molto presto di osservarle, ma non ha molta importanza, dato che non confidiamo mai un segreto serio ad un uomo nel quale non abbiamo fiducia. Intendo dire che questo non ha molta importanza per noi, sebbene distrugga certamente la nostra relazione con lui ed egli perda, in tal modo, l'occasione di imparare qualche cosa da noi, supposto che da noi vi sia qualcosa da imparare. Ciò può anche avere ripercussioni spiacevoli per tutti i suoi amici personali, anche se essi non se l'aspettano.
Ricordo che conversando con G., durante quella prima settimana in cui facemmo conoscenza, gli parlai della mia intenzione di ritornare in Oriente.
Vale la pena di pensarci? gli domandai. E credete che io possa trovare laggiù quello che cerco?.
È bene andarci per riposare durante le vacanze, disse G. Ma non vale la pena di andarci per quello che voi cercate; tutto ciò può essere trovato qui.
Compresi che parlava del lavoro con lui. Gli domandai: Ma le scuole che si trovano in Oriente, nel centro di tutte le tradizioni, non offrono vantaggi particolari?.
Nella sua risposta G. mi disse parecchie cose che compresi solo molto più tardi.
Supposto che voi troviate delle scuole, non troverete che scuole 'filosofiche'. In India non vi sono che scuole del genere. Le cose erano state ripartite, molto tempo fa, in questo modo: in India la 'filosofia, in Egitto la 'teoria', e nella regione che oggi corrisponde alla Persia, Mesopotamia e Turkestan, la 'pratica' .
È tuttora sempre così?.
In parte anche ora, ma non potete afferrare chiaramente ciò che intendo per 'filosofia', 'teoria' e 'pratica'. Questi termini non devono essere intesi nel senso in cui lo sono comunemente.
Oggi in Oriente non troverete che scuole specializzale; non ci sono scuole generali. Ogni maestro, o guru, è uno specialista in qualche cosa. Uno è astronomo, un altro scultore, un terzo musicista. E tutti gli allievi devono studiare prima di tutto la materia che è la specialità del loro maestro, dopo di che passano a un'altra materia, e così via. Per studiare tutto ci vorrebbe un migliaio di anni.
Ma voi come avete studiato?.
Io non ero solo. Vi erano ogni tipo di specialisti fra noi. Ognuno studiava secondo i metodi della propria scienza particolare. Dopo di che, quando ci si riuniva, ci comunicavamo i risultati ottenuti.
E dove sono ora i vostri compagni?.
G. restò silenzioso, poi, guardando lontano, disse lentamente: Alcuni sono morti, altri continuano i loro lavori, altri sono in clausura.
Questa parola del linguaggio monastico, sentita in un momento così inatteso, mi fece provare uno strano senso di disagio.
Allo stesso tempo, sent Il che G. 'recitava' una parte con me, come se cercasse deliberatamente di gettarmi ogni tanto una parola che potesse interessarmi e orientare i miei pensieri in una direzione definita.
Quando tentai di domandargli più chiaramente dove avesse trovato ciò che sapeva, a quale fonte avesse attinto le sue conoscenze e fin dove si estendessero, non mi diede una risposta diretta.
Voi saprete, mi disse, che quando siete andato in India i giornali hanno parlato del vostro viaggio e delle vostre ricerche. Diedi ai miei allievi il compito di leggere i vostri libri, di determinare attraverso di essi chi voi foste e di stabilire su questa base ciò che voi sareste stato capace di trovare. Così, voi eravate ancora per strada e noi sapevamo già ciò che avreste trovato .
Un giorno interrogai G. sul balletto che era stato citato nei giornali e di cui si parlava nel racconto intitolato Lampi di Verità. Gli domandai se quel balletto avesse la natura di un 'mistero'.
Il mio balletto non è un 'mistero', disse G.. Il mio scopo era di realizzare uno spettacolo significativo e magnifico; naturalmente c'è un significato nascosto sotto la forma esteriore, ma non ho voluto manifestarlo, né accentuarlo. Certe danze hanno un posto importante in questo balletto. Spiegherò brevemente perché. Immaginate che, per studiare i movimenti dei corpi celesti, per esempio i pianeti del sistema solare, sia costruito un meccanismo speciale destinato a dare una rappresentazione visiva delle leggi di quei movimenti e a farceli ricordare. In tale meccanismo ogni pianeta, rappresentato da una sfera di dimensioni appropriate, è posto a una certa distanza da una sfera centrale che rappresenta il sole. Messo in moto il meccanismo, tutte le sfere cominciano a girare su se stesse spostandosi lungo le traiettorie prescritte, riproducendo in forma visibile le leggi che reggono i movimenti dei pianeti.
Questo meccanismo ricorda tutto quanto si sa sul sistema solare. Vi è qualcosa di analogo nel ritmo di certe danze. Per mezzo dei movimenti strettamente definiti dei danzatori e le loro combinazioni, certe leggi sono rese manifeste e intelligibili a coloro che le conoscono. Sono le danze 'sacre'. Durante i miei viaggi in Oriente fui più volte testimone di tali danze, eseguite in antichi templi durante i servizi divini. Alcune di esse sono riprodotte nel mio balletto.
Inoltre, vi sono tre idee alla base della 'Lotta dei Magi'. Ma se io rappresentassi questo balletto su una scena ordinaria, il pubblico non le comprenderebbe mai.
Ciò che G. disse in seguito mi fece capire che non si sarebbe trattato di un balletto nel senso stretto della parola, ma di una serie di scene drammatiche e mimate legate da un intreccio, accompagnate da musica, con intermezzi di canti e danze. La parola più appropriata per indicare questa sequenza di scene sarebbe stata 'rivista', ma senza alcun elemento comico.
Le scene importanti rappresentavano la scuola di un 'Mago nero' e quella di un 'Mago bianco', con gli esercizi dei loro allievi ed episodi di una lotta fra le due scuole. L'azione doveva svolgersi nel cuore di una città orientale e comprendere una storia d'amore che avrebbe avuto un senso allegorico; il tutto intrecciato con varie danze sacre, danze di dervisci e danze nazionali asiatiche.
Fui particolarmente interessato quando G. disse che i medesimi attori avrebbero dovuto recitare e danzare nella scena del 'Mago bianco' e in quella del 'Mago nero', e che essi ed i loro movimenti avrebbero dovuto essere tanto belli ed attraenti nella prima scena, quanto deformi e ripugnanti nella seconda.
Voi capite, disse G., che in questo modo essi potranno vedere e studiare tutti i lati di se stessi; questo balletto avrà quindi un'immensa importanza per lo studio di sé.
A quel tempo ero ben lontano dal poterlo capire chiaramente ed ero soprattutto colpito da una contraddizione.
Nell'articolo che avevo letto sul giornale, si diceva che questo balletto sarebbe stato rappresentato a Mosca e che celebri danzatori vi avrebbero preso parte. Come conciliate ciò con l'idea dello studio di sé? Costoro non reciteranno e non balleranno certamente per studiare se stessi.
Nulla è ancora deciso, e l'autore dell'articolo che voi avete letto non era ben informato. Forse si farà in modo del tutto diverso; comunque, sta di fatto che coloro che reciteranno in questo balletto dovranno vedere se stessi, che lo vogliano o no.
E chi scrive la musica?.
Neppure questo è stato ancora deciso.
G. non aggiunse altro e io non avrei più sentito parlare di questo balletto per cinque anni.
A Mosca, un giorno parlavo a G. di Londra, dove avevo soggiornato brevemente qualche tempo prima, e della spaventosa meccanizzazione che stava invadendo le grandi città europee, senza la quale era probabilmente impossibile vivere e lavorare nel vortice di quegli enormi 'giocattoli meccanici'.
Le persone stanno trasformandosi in macchine, dicevo, e non dubito che un giorno diventeranno macchine perfette. Ma sono ancora capaci di pensare? Non lo credo. Se tentassero di pensare, non sarebbero delle così belle macchine.
Sì, rispose G., è vero, ma solo in parte. La vera questione è questa: di quale pensiero si servono nel loro lavoro? Se si servono del pensiero appropriato, potranno persino pensare meglio, nella loro vita attiva in mezzo alle macchine. Ma ancora una volta a condizione che si servano del pensiero appropriato.
Non comprendevo ciò che G. intendeva per 'pensiero appropriato' e lo compresi solo molto più tardi.
In secondo luogo, la meccanizzazione di cui voi parlate non è affatto pericolosa. Un uomo può essere un uomo — ed egli accentuò questa parola — pur lavorando con le macchine. Vi è un'altra specie di meccanizzazione molto più pericolosa: essere noi stessi una macchina. Non avete mai pensato che tutti gli uomini sono essi stessi delle macchine?. 
Sì, da un punto di vista strettamente scientifico, tutti gli uomini sono macchine guidate da influenze esteriori. Ma la questione è: può il punto di vista scientifico essere interamente accettato?.
Scientifico o non scientifico, per me è lo stesso, disse G. Voglio farvi comprendere ciò che dico. Guardate! Tutte quelle persone che voi vedete — e indicava la strada — sono semplicemente macchine, niente di più.
Credo di Capire quello che voi intendete. Ho spesso pensato come nel mondo siano pochi coloro che possano resistere a questa forma di meccanizzazione e scegliere la propria via.
È proprio questo il vostro più grave errore! disse G.. Voi pensate che qualcosa possa scegliere la propria via, qualcosa che possa resistere alla meccanizzazione; voi pensate che tutto non sia egualmente meccanico.
Ma come! esclamai. Certamente no! L'arte, la poesia e il pensiero sono fenomeni di tutt'altro ordine.
Esattamente dello stesso ordine. Queste attività sono meccaniche esattamente come tutte le altre. Gli uomini sono macchine e da parte di macchine non ci si può aspettare altro che azioni meccaniche.
Benissimo, gli dissi, ma non vi sono persone che non siano macchine?.
Può darsi che ce ne siano, disse G.; soltanto, non sono quelle che voi vedete. Non le conoscete. È proprio questo che voglio farvi capire.
Mi pareva piuttosto strano che egli insistesse tanto su questo punto.
Ciò che diceva mi sembrava ovvio e incontestabile. Allo stesso tempo, non mi erano mai piaciute le metafore che in quattro parole pretendono di dire tutto. Esse omettono le distinzioni. Io del resto avevo sempre sostenuto che le distinzioni sono ciò che vi è di più importante e che, per comprendere le cose, bisogna prima di tutto considerare i punti in cui esse differiscono. Mi sembrava strano, di conseguenza, che G. insistesse tanto su un'idea che mi appariva innegabile, a condizione tuttavia di non farne un assoluto e di ammettere delle eccezioni.
Le persone si assomigliano talmente poco, dissi. Ritengo impossibile metterle tutto nello stesso sacco. Vi sono selvaggi, vi sono persone meccanizzate, vi sono intellettuali, vi sono dei gen Il.
Assolutamente giusto, disse G. Le persone sono molto differenti, ma la reale differenza tra le persone voi non la conoscete e non potete vederla. Le differenze di cui voi parlate, semplicemente non esistono.
Questo deve essere compreso. Tutte le persone che voi vedete, che conoscete, che vi può capitare di conoscere, sono macchine, vere e proprie macchine che lavorano soltanto sotto la pressione di influenze esterne, come voi stesso avete detto. Macchine sono nate e macchine moriranno. Che c'entrano i selvaggi e gli intellettuali? Anche ora, in questo preciso istante, mentre parliamo, parecchi milioni di macchine cercano di annientarsi a vicenda. In che cosa differiscono, quindi? Dove sono i selvaggi e dove gli intellettuali? Sono tutti uguali...
Ma vi è una possibilità di cessare di essere una macchina. È a questo che noi dobbiamo pensare e non certo ai diversi tipi di macchine esistenti. È vero che le macchine differiscono le une dalle altre; un'automobile è una macchina, un grammofono è una macchina e un fucile è una macchina. Ma questo che cosa cambia? È la stessa cosa, si tratta sempre di macchine.
Ricordo un'altra conversazione che si può collegare a questa.
Che cosa pensate della moderna psicologia?, domandai un giorno a G. con l'intenzione di sollevare la questione della psicoanalisi, della quale avevo diffidato fin dal primo giorno.
Ma G. non mi permise di andare così lontano.
Prima di parlare di psicologia, disse, dobbiamo capire chiaramente di che cosa tratta o di che cosa non tratta questa scienza. L'oggetto proprio alla psicologia sono gli uomini, gli esseri umani. Di quale psicologia, ed egli accentuò questa parola, si può parlare quando non si tratta che di macchine? È la meccanica che è necessaria per lo studio delle macchine e non la psicologia. Ecco perché noi cominciamo con la meccanica. Siamo ancora molto lontani dalla psicologia.
Domandai: Può un uomo smettere di essere una macchina?.
Ah! È proprio questo il problema. Se voi aveste fatto più spesso simili domande, forse le nostre conversazioni avrebbero potuto condurre a qualche cosa. Sì, è possibile smettere di essere una macchina, ma, per questo, è necessario prima di tutto conoscere la macchina. Una macchina, una vera macchina, non conosce se stessa e non può conoscersi. Quando una macchina conosce se stessa, da quell'istante ha cessato di essere una macchina; per lo meno non è più la stessa macchina di prima. Comincia già ad essere responsabile delle proprie azioni.
Questo significa, secondo voi, che un uomo non è responsabile delle proprie azioni?.
Un uomo — ed egli sottolineò questa parola — è responsabile. Una macchina no.
Un'altra volta domandai a G.: Qual è, secondo voi, la migliore preparazione per lo studio del vostro metodo? Per esempio, è utile studiare la cosiddetta letteratura 'occulta' o 'mistica'?.
Dicendo questo, pensavo in modo particolare ai 'Tarocchi' e a tutta la letteratura riguardante i 'Tarocchi'. 
Sì, disse G., attraverso la lettura si può trovare molto. Per esempio, considerate il vostro caso: voi potreste conoscere già molte cose se foste capace di leggere. Mi spiego: se voi aveste compreso tutto quello che avete letto nella vostra vita, avreste già la conoscenza di ciò che ora cercate. Se aveste capito tutto quanto è scritto nel vostro libro, qual è il suo titolo? — e invece delle parole Tertium Organum' pronunciò qualcosa di assolutamente impossibile — toccherebbe a me venire da voi, inchinarmi e pregarvi di insegnarmi. Ma voi non comprendete né quello che leggete, né quello che scrivete. Non capite neppure quel che significa la parola comprendere. La comprensione è tuttavia la cosa essenziale, e la lettura può essere utile solo a condizione che si comprenda ciò che si legge.
Ma naturalmente nessun libro può dare una preparazione reale. È quindi impossibile dire quali siano i libri migliori. Ciò che un uomo conosce bene — e accentuò la parola 'bene' — questa può essere la sua preparazione. Se un uomo sa bene come si prepara il caffè, o come si fanno bene le scarpe, allora è già 
possibile parlare con lui. Il guaio è che nessuno conosce bene qualcosa. Tutto è conosciuto alla meglio, in modo superficiale.
Si trattava ancora di una svolta inaspettata che G. dava alle sue spiegazioni. Le sue parole, oltre al loro senso ordinario, ne contenevano sempre un altro completamente diverso. Ma intravedevo già che per arrivare a questo senso nascosto, bisognava cominciare dal loro senso usuale e semplice. Le parole di G., prese nel senso più semplice, erano sempre piene di significato, ma esse ne avevano anche altri. Il significato più ampio e più profondo, rimaneva velato per molto tempo.
Un'altra conversazione è rimasta nella mia memoria. Domandavo a G. che cosa un uomo dovesse fare per assimilare il suo insegnamento.
Cosa deve fare?, esclamò come se la domanda lo sorprendesse.
Ma egli è incapace di fare qualcosa. Deve prima di tutto comprendere certe cose. Ha migliaia d'idee false e di concezioni false soprattutto su di sé e deve cominciare con il liberarsi perlomeno da alcune di esse, se vuole acquistare qualcosa di nuovo. Altrimenti, il nuovo sarebbe edificato su una base falsa ed il risultato sarebbe ancora peggiore.
Come ci si può liberare dalle idee false? domandai. Noi dipendiamo dalle forme della nostra percezione. Le idee sono prodotte dalle forme della nostra percezione. 
G. scosse la testa: Di nuovo voi parlate di un'altra cosa. Voi parlate degli errori derivanti dalle percezioni, ma non si tratta di questo. Nei limiti di 
date percezioni si può sbagliare più o meno. Come vi ho già detto, la suprema illusione dell'uomo è la sua convinzione di poter fare. Tutti pensano di poter fare, vogliono fare, e la loro prima domanda riguarda sempre ciò che dovranno fare. Ma a dire il vero, nessuno fa qualcosa e nessuno può fare qualcosa.
Questa è la prima cosa che bisogna capire. Tutto accade. Tutto ciò che sopravviene nella vita di un uomo, tutto ciò che si fa attraverso di lui, tutto ciò che viene da lui — tutto questo accade. E questo capita allo stesso modo come la pioggia cade perché la temperatura si è modificata nelle regioni superiori dell'atmosfera, come la neve fonde sotto i raggi del sole, come la polvere si solleva con il vento.
L'uomo è una macchina. Tutto quello che fa, tutte le sue azioni, le sue parole, pensieri, sentimenti, convinzioni, opinioni, abitudini, sono i risultati di influenze esteriori, di impressioni esteriori. Di per se stesso un uomo non può produrre un solo pensiero, una sola azione.
Tutto quello che dice, fa, pensa, sente — accade. L'uomo non può scoprire nulla, non può inventare nulla. Tutto questo accade.
Ma per stabilire questo fatto, per comprenderlo, per convincersi della sua verità, bisogna liberarsi da mille illusioni sull'uomo, sul suo potere creativo, sulla sua capacità di organizzare coscientemente la sua propria vita, e così via. Tutto questo in realtà non esiste. Tutto accade — movimenti popolari, guerre, rivoluzioni, cambiamenti di governi, tutto accade. E capita esattamente nello stesso modo in cui tutto accade nella vita dell'uomo preso individualmente. L'uomo nasce, vive, muore, costruisce case, scrive libri, non come lo desidera, ma come capita.
Tutto accade. L'uomo non ama, non desidera, non odia — tutto accade. 
Nessuno vi crederà se gli dite che non può fare nulla. Questa è la cosa più offensiva e spiacevole che si possa dire alla gente. Ed è particolarmente spiacevole e offensiva perché è la verità e nessuno vuol conoscere la verità.
Se capite questo, ci sarà più facile parlare. Ma una cosa è capire con l'intelletto che l'uomo non può far nulla ed un'altra sentirlo vivamente 'con tutta la propria massa'; essere realmente convinti che è così e mai dimenticarlo.
Questa questione del fare (G. accentuava tutte le volte questa parola) si collega del resto a un'altra. Alla gente sembra sempre che gli altri non facciano nulla come si dovrebbe, che gli altri facciano tutto sbagliato. Invariabilmente ognuno pensa che lui potrebbe fare meglio. Nessuno comprende né vuol comprendere che ciò che viene fatto attualmente in un certo modo — e soprattutto ciò che è stato già fatto — non poteva essere fatto altrimenti. Avete notato come parlano tutti della guerra? Ognuno ha il proprio piano, la propria teoria. Ognuno è del parere che niente viene fatto come si dovrebbe.
In verità però, tutto viene fatto nell'unico modo possibile. Se una sola cosa potesse essere fatta diversamente, tutto potrebbe diventare diverso.
E allora forse non ci sarebbe stata la guerra. 
Cercate di, capire quel che dico: tutto dipende da tutto, tutte le cose sono collegate, non vi è niente di separato. Tutti gli avvenimenti seguono dunque il solo cammino che possono prendere. Se le persone potessero cambiare, tutto potrebbe cambiare. Ma esse sono quelle che sono, e di conseguenza le cose, anche esse sono quelle che sono. 
Era molto difficile da mandar giù.
Non vi è nulla, assolutamente nulla, che possa essere fatto?, domandai.
Assolutamente nulla.
E nessuno può fare nulla?.
È un'altra questione. Per fare, bisogna essere. E bisogna per prima cosa comprendere cosa significa essere. Se continueremo queste conversazioni, vedrete che ci serviremo di un linguaggio speciale e che per essere in grado di parlare con noi, bisogna imparare questo linguaggio.
Non vale la pena di parlare nel linguaggio ordinario, perché, in questa lingua è impossibile comprenderci. Questo vi stupisce. Ma è la verità. Per riuscire a comprendere è necessario imparare un'altra lingua. Nella lingua che parla la gente non ci si può capire. Vedrete più tardi perché è così.
E poi bisogna imparare a dire la verità. Anche questo vi sembra strano. Non vi rendete conto che si debba imparare a dire la verità.
Vi sembra che basti desiderare o decidere di dirla. E io vi dico che è relativamente raro che le persone dicano una bugia deliberatamente.
Nella maggior parte dei casi pensano di dire la verità. Mentono continuamente, sia a se stessi che agli altri. Di conseguenza nessuno comprende gli altri, né se stesso. Pensateci: potrebbero esserci tante discordie, profondi malintesi e tanto odio verso il punto di vista o l'opinione altrui, se le persone fossero capaci di comprendersi l'un l'altro? Ma non possono comprendersi perché non possono non mentire. Dire la verità è la cosa più difficile del mondo; si deve studiare molto, e per molto tempo, per poter un giorno dire la verità. Il desiderio solo non basta. Per dire la verità, bisogna essere diventati capaci di conoscere cosa è la verità e cos'è una menzogna; e prima di tutto in se stessi. E questo nessuno lo vuol conoscere.
Le conversazioni con G. e la forma imprevista che egli dava ad ogni idea mi interessavano ogni giorno di più, ma dovevo partire per Pietroburgo.
Ricordo il mio ultimo colloquio con lui. L'avevo ringraziato per la considerazione accordata e per le spiegazioni che, già lo vedevo, avevano cambiato molte cose per me.
Ciò non toglie, gli dissi, che la cosa più importante sono i fatti. Se potessi vedere dei fatti reali, autentici, di un carattere nuovo e sconosciuto,  questi soli potrebbero convincermi che sono sulla buona strada. Stavo ancora pensando ai 'miracoli'.
Ci saranno dei fatti, disse G. Ve lo prometto. Ma prima, sono necessarie molte cose.
Non compresi allora quello che egli volesse dire, lo cap Il solo più tardi, quando G., mantenendo la parola, mi mise realmente di fronte a dei 'fatti'. Ma questo doveva accadere solamente un anno e mezzo più tardi, nell'agosto 1916.
Serbo ancora il ricordo di una delle ultime conversazioni di Mosca, durante la quale disse certe cose che mi divennero intelliggibili solo più tardi.
Mi parlava di un uomo che avevo incontrato con lui una volta, e delle sue relazioni con certe persone.
È un uomo debole, mi diceva. Le persone si servono di lui, inconsciamente, ben inteso. E questo perché egli le considera. Se non le considerasse, tutto cambierebbe e le persone stesse cambierebbero.
Mi parve strano che un uomo non dovesse considerare gli altri.
Che cosa intendete per considerare} gli domandai. Vi capisco e non vi capisco. Questa parola ha significati diversissimi .
È precisamente il contrario, disse G. Ha soltanto un significato. Cercate di pensarci.
Più tardi compresi quello che G. intendeva per considerazione. E mi resi conto dell'enorme posto che essa occupa nella nostra vita e di tutto ciò che ne deriva. G. chiamava 'considerazione' l'attitudine che crea una schiavitù interiore, una dipendenza interiore. Avemmo in seguito numerose occasioni di riparlarne.
Mi ricordo di un'altra conversazione sulla guerra. Eravamo seduti al caffè Phillipoff sulla Tverskaya. Era pieno zeppo e molto rumoroso. La speculazione e la guerra creavano un'atmosfera febbrile, spiacevole.
Avevo persino rifiutato di andare in quel caffè. Ma G. aveva insistito e, come sempre con lui, avevo ceduto. Mi ero già reso conto a quell'epoca, che egli talvolta creava deliberatamente situazioni che dovevano rendere la conversazione più difficile, come se volesse chiedermi uno sforzo supplementare e un atto di rassegnazione a condizioni penose o scomode, per il piacere di parlare con lui.
Ma questa volta il risultato non fu particolarmente brillante; il rumore era tale che non riuscivo a sentire le cose più interessanti.
All'inizio capivo le sue parole. Ma il filo mi sfuggì poco a poco. Dopo aver fatto diversi tentativi per seguire le sue osservazioni, delle quali afferravo solo parole isolate, cessai di ascoltare e mi misi ad osservare semplicemente come egli parlava.
La conversazione era cominciata con la mia domanda: Si può fermare la guerra?.
E G. aveva risposto: Sì, si può.
Tuttavia credevo di esser certo, dai nostri precedenti colloqui, che egli avrebbe risposto: No, non si può.
Ma tutta la questione è: 'In che modo?', egli riprese. Occorre un grande sapere per comprenderlo. Che cos'è la guerra? La guerra è un risultato di influenze planetarie. In qualche punto, lassù, due o tre pianeti si sono avvicinati troppo, ne risulta una tensione. Avete notato come vi irrigidite quando una persona vi sfiora su un marciapiede stretto? La stessa tensione si produce tra i pianeti. Per essi ciò non dura che uno o due secondi, forse. Ma qui, sulla terra, le persone si mettono a massacrarsi e continuano a massacrarsi per anni. Sembra loro, in tali periodi, di odiarsi a vicenda; o che sia loro dovere massacrarsi per qualche sublime ideale; oppure di dover difendere qualcosa o qualcuno e che ciò sia molto nobile, o qualche altra cosa del genere.
Perché sono incapaci di rendersi conto fino a che punto non altro sono che semplici pedine sulla scacchiera. Si attribuiscono un'importanza; si credono liberi di andare e venire a loro piacimento; pensano di poter decidere di fare questo o quello. Ma in realtà tutti i loro movimenti, tutte le loro azioni sono il risultato di influenze planetarie. E la loro importanza singola è nulla. La parte principale spetta alla luna. Ma parleremo poi della luna. Bisogna soltanto capire che né l'Imperatore Guglielmo, né i generali, né i ministri, né i parlamenti significano o fanno qualcosa. Su grande scala, tutto ciò che avviene è regolato dall'esterno, sia da accidentali combinazioni di influenze, sia da leggi cosmiche generali.
Fu tutto quello che intesi. Soltanto molto più tardi compresi che egli aveva allora voluto spiegarmi come le influenze accidentali possono essere sviate o trasformate in qualcosa di relativamente inoffensivo.
Era quella un'idea realmente interessante che si riferiva al significato esoterico dei 'sacrifici'. In ogni caso, quell'idea aveva in quel momento solo un valore storico e psicologico. La cosa più importante — che egli aveva detto solo di sfuggita, così che sul momento non vi avevo prestato alcuna attenzione e di cui mi ricordai solo più tardi, cercando di ricostruire la conversazione — riguardava la differenza dei tempi per i pianeti e per l'uomo.
Ma, anche quando me ne ricordai, per lungo tempo non riusc Il a comprendere il pieno significato di quell'idea. Più tardi mi apparve come fondamentale.
Fu pressapoco a quell'epoca che avemmo una conversazione sul sole, i pianeti e la luna. Sebbene mi avesse molto colpito, ho completamente dimenticato in che modo fu avviata. Ma ricordo che G., disegnato un piccolo diagramma, cercò di spiegarmi quella che egli chiamava la 'correlazione delle forze nei differenti mondi'. Ciò si riferiva alla conversazione precedente sulle influenze che agiscono sull'umanità. L'idea era, grosso modo, questa: l'umanità, o più esattamente la vita organica sulla terra è sottoposta a influenze simultanee provenienti da fonti varie e da mondi diversi: influenze dei pianeti, influenze della luna, influenze del sole, influenze delle stelle. Esse agiscono tutte contemporaneamente, ma con la preminenza dell'una o dell'altra a seconda dei momenti. E per l'uomo esiste una certa possibilità di fare una scelta di influenze; vale a dire, di passare da una influenza ad un'altra.
Spiegare in che modo, richiederebbe dimostrazioni troppo lunghe, disse G.; ne parleremo un'altra volta. Per il momento, vorrei che comprendeste questo: è impossibile liberarsi da un'influenza senza assoggettarsi ad un'altra. Tutta la difficoltà, tutto il lavoro su di sé, consiste nello scegliere l'influenza alla quale ci si vuole sottomettere ed a mettersi effettivamente sotto quest'influenza. E per questo è necessario saper prevedere qual è l'influenza più vantaggiosa.
Quello che mi aveva interessato in questa conversazione, è che G. aveva parlato dei pianeti e della luna come di esseri viventi, con un'età definita, un periodo di vita pure definito e possibilità di sviluppo e di passaggio su altri piani dell'essere. Dalle sue parole risultava che la luna non era un 'pianeta morto' come lo si ammette generalmente, ma al contrario un 'pianeta allo stato nascente', un pianeta al suo primissimo stadio di sviluppo, che non aveva ancora raggiunto il 'grado di intelligenza che possiede la terra', per usare le sue parole.
La luna cresce e si sviluppa, disse G., e un giorno forse arriverà allo stesso livello di sviluppo della terra. Allora, accanto a essa, apparirà una nuova luna e la terra diventerà il sole per tutte e due. Vi fu un tempo in cui il sole era come la terra oggi e la terra come la luna attuale. In tempi ancora più remoti, il sole era una luna.
Questo aveva attirato subito la mia attenzione. Nulla mi era mai parso più artificiale, più dogmatico, più sospetto di tutte le teorie correnti sull'origine dei pianeti e dei sistemi solari, a cominciare da quella di Kant-Laplace fino alle più recenti, con tutte le aggiunte e variazioni. Il 'grosso pubblico' considera queste teorie, o per lo meno l'ultima di cui è venuto a conoscenza, come scientificamente dimostrate. Ma in realtà, nulla è meno scientifico, nulla è meno provato. Proprio per questo, il fatto che il sistema di G. ammettesse una teoria del tutto diversa, una teoria organica che traeva le sue origini da principi completamente nuovi e che rivelava un ordine universale diverso, mi appariva interessantissimo, e importante.
Che relazione c'è tra l'intelligenza della terra e quella del sole?, domandai.
L'intelligenza del sole è divina, rispose G. Tuttavia la terra può pervenire alla stessa elevazione; ma naturalmente non vi è nulla di certo e la terra può morire prima di essere giunta a qualcosa.
Da che cosa può dipendere ciò?.
La risposta di G. fu molto vaga.
Vi è un periodo definito, egli disse, nel quale certe cose possono essere compiute. Se al termine del tempo prescritto, quello che dovrebbe essere fatto non lo è stato, allora la terra può perire senza essere arrivata al grado che avrebbe potuto raggiungere.
Questo periodo è conosciuto?.
È conosciuto, disse G., ma non ci sarebbe nessun vantaggio se la gente lo sapesse. Sarebbe persino peggio. Alcuni lo crederebbero, altri non lo crederebbero, altri ancora chiederebbero le prove. Poi comincerebbero a prendersi a pugni. Finisce sempre così con la gente.
A Mosca, alla stessa epoca, avemmo sull'arte diverse conversazioni interessanti. Erano in relazione con il racconto che era stato letto la prima sera in cui vidi G.
Per il momento, egli disse, non comprendete ancora che gli uomini possono appartenere a livelli molto diversi, senza apparire per nulla differenti. Allo stesso modo come vi sono diversi livelli di uomini, vi sono diversi livelli di arte. Ma oggi voi non vedete che la differenza di questi livelli è molto più grande di quanto si possa credere; mettete tutto sullo stesso piano, accostate cose diversissime e immaginate che i diversi livelli vi siano accessibili.
Tutto ciò che voi chiamate arte non è che riproduzione meccanica, imitazione della natura — o di altri 'artisti' — semplici fantasie, o tentativo di originalità: tutto questo per me non è arte. La vera arte è qualcosa di assolutamente differente. In certe opere d'arte, in particolare nelle opere più antiche, siete colpiti da un qualcosa che non potete spiegarvi e che non ritrovate nelle opere d'arte moderne. Ma, dato che non capite dov'è la differenza, lo dimenticate subito e continuate a raccogliere tutto nella stessa rubrica. Tuttavia c'è un'enorme differenza tra la vostra arte e quella di cui parlo.
Nella vostra arte, tutto è soggettivo: la percezione che ha l'artista di questa o quella sensazione, le forme in cui cerca di esprimerla, e la percezione che hanno gli altri di queste forme. In presenza di un unico ed eguale fenomeno, un artista può sentire in un certo modo, un altro artista in un modo completamente diverso. Uno stesso tramonto può provocare una sensazione di gioia nell'uno e di tristezza nell'altro. Possono sforzarsi di esprimere le stesse percezioni con metodi o forme senza relazione tra loro; oppure percezioni completamente diverse sotto una stessa forma — secondo l'insegnamento che hanno ricevuto, o in opposizione ad esso.
E gli spettatori, gli ascoltatori o lettori percepiranno non ciò che l'artista voleva comunicare, o ciò che egli sentiva, ma ciò che le forme con le quali avrà espresso le sue sensazioni faranno loro provare per associazione. Tutto è soggettivo e tutto è accidentale, vale a dire basato sulle associazioni: le impressioni accidentali dell'artista, la sua creazione (egli accentuò la parola 'creazione') e le percezioni degli spettatori, ascoltatori o lettori.
Nella vera arte, al contrario, nulla è accidentale, tutto è matematico.
Tutto può essere calcolato e previsto in anticipo. L'artista sa e comprende il messaggio che vuole trasmettere e la sua opera non può produrre una certa impressione su di un uomo e un'impressione del tutto diversa su di un altro — a condizione naturalmente che si tratti di persone dello stesso livello. La sua opera produrrà sempre, con una certezza matematica, la stessa impressione.
Tuttavia la stessa opera d'arte produrrà effetti diversi su uomini di livelli diversi. Quelli di un livello inferiore non riceveranno mai ciò che ricevono quelli di un livello più elevato. Ecco l'arte vera, oggettiva. Prendete per esempio un'opera scientifica — un libro di astronomia o di chimica. Non può essere capito in due modi: qualsiasi lettore sufficientemente preparato capirà ciò che l'autore ha voluto dire e proprio nel modo in cui l'autore vuole essere capito. Un'opera d'arte oggettiva è del tutto simile ad uno di questi libri, con la sola differenza che si rivolge all'emozione dell'uomo e non alla sua testa.
Esistono al giorno d'oggi opere d'arte di questo genere?.
Naturalmente, ne esistono — rispose G. La grande Sfinge d'Egitto è una di esse, come pure certe note opere architettoniche, certe statue di dei ed altre cose ancora. Certi visi di dei o di esseri mitologici possono essere letti come libri, non con il pensiero, lo ripeto, ma con l'emozione, purché questa sia sufficientemente sviluppata. Durante i nostri viaggi in Asia centrale, abbiamo trovato nel deserto, ai piedi del Hindu Kush, una curiosa scultura che in un primo tempo avevamo pensato rappresentasse un antico dio o demone. In principio ci diede solo un'impressione di stranezza. Ma presto cominciammo a sentire il contenuto di quella figura: si trattava di un grande e complesso sistema cosmologico.
A poco a poco, a passo a passo, cominciammo a decifrare quel sistema: era tracciato sul suo corpo, sulle gambe, sulle braccia, sulla testa, sugli occhi, sulle orecchie e dappertutto. In quella statua, nulla era stato lasciato al caso, nulla era privo di significato. E, gradatamente, comprendemmo l'intenzione degli uomini che l'avevano scolpita.
Cominciammo a sentire i loro pensieri, ì loro sentimenti. Ad alcuni di noi pareva di vedere i loro visi e di sentire le loro voci. In ogni caso avevamo colto il senso di quello che volevano trasmetterci attraverso i millenni, e non solamente questo senso ma tutti i sentimenti e le emozioni che erano legati ad esso. Quella era davvero arte!.
Mi interessava molto quanto G. aveva detto sull'arte. Il suo principio di suddivisione tra arte soggettiva e arte oggettiva evocava in me molte cose. Ancora non capivo tutto quello che egli metteva in quelle parole. Ma avevo sempre sentito nell'arte certe divisioni e gradazioni, che d'altra parte non potevo né definire, né formulare, e che nessun altro aveva mai formulato. Sapevo tuttavia che queste divisioni e gradazioni esistevano; di modo che tutte le discussioni sull'arte che non le riconoscevano mi parevano frasi vuote di senso ed inutili. Grazie alle indicazioni che G. mi aveva dato sui differenti livelli, che non arriviamo a vedere né a comprendere, sentivo che doveva esistere una via di accesso a questa possibilità di gradazioni che avevo sentita, ma non avevo potuto definire.
In generale, molte delle cose dette da G. mi stupivano. Vi erano idee che non potevo accettare e che mi sembravano fantastiche, senza fondamento. Altre, al contrario, coincidevano stranamente con quanto avevo pensato io e si ricollegavano a risultati ai quali ero giunto da molto tempo. Ero soprattutto interessato al tessuto che si rivelava in tutto ciò che aveva detto. Sentivo già che nel suo sistema le idee non erano distaccate l'una dall'altra come lo sono in tutti i sistemi filosofici e scientifici, ma formavano un tutto indivisibile, di cui d'altra parte avevo visto, fino ad ora, solo alcune parti.
Tali erano i miei pensieri, sul treno che di notte mi portava da Mosca a Pietroburgo. Mi domandavo se avevo veramente trovato quello che cercavo. Era dunque possibile che G. conoscesse effettivamente ciò che era indispensabile conoscere per passare dalle parole o dalle idee agli atti, ai 'fatti'? Non ero ancora certo di nulla e non avrei potuto formulare nulla con precisione. Ma avevo l'intima convinzione che per me qualcosa era già cambiato e che ora tutto stava per prendere una via diversa. 
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CAPITOLO SECONDO.
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A Pietroburgo l'estate trascorreva tra le consuete attività letterarie. 
Preparavo nuove edizioni dei miei libri, correggevo bozze... Era quella terribile estate del 1915, con la sua atmosfera sempre più deprimente da cui non riuscivo a liberarmi malgrado tutti gli sforzi. Ormai si combatteva sul territorio russo e la guerra si avvicinava di giorno in giorno.
Tutto cominciava a vacillare. La segreta tendenza al suicidio, che è stata così determinante nella vita russa, si faceva sempre più evidente.
Era in atto una 'prova di forza'. I tipografi erano continuamente in sciopero. Il mio lavoro era fermo. Non potevo più dubitare che la catastrofe ci avrebbe travolti prima che avessi potuto realizzare i miei progetti. Nonostante tutto, i miei pensieri ritornavano sovente agli incontri di Mosca. Quante volte mi ero detto, quando le cose diventavano particolarmente difficili: Lascio tutto e raggiungo G. a Mosca. A questo pensiero provavo sempre un senso di sollievo.
Il tempo passava. Un giorno, era già autunno, fui chiamato al telefono e sent Il la voce di G. Era venuto per qualche giorno a Pietroburgo. Subito fui da lui, e, tra una conversazione e l'altra con alcuni visitatori, mi parlò come già aveva fatto a Mosca.
Alla vigilia della sua partenza, mi disse che sarebbe ritornato presto. Alla sua seconda visita, quando gli parlai di un certo gruppo di Pietroburgo che frequentavo e dove si discuteva di tutti gli argomenti immaginabili, dalla guerra alla psicologia, mi disse che avrebbe potuto essere utile una relazione con gruppi del genere, poiché si proponeva di intraprendere a Pietroburgo un lavoro analogo a quello di Mosca.
Ripartì per Mosca, promettendomi di essere di ritorno entro una quindicina di giorni. Parlai di lui ad alcuni miei amici e cominciammo ad attendere il suo arrivo.
Anche questa volta non si trattenne che pochi giorni; tuttavia, riusc Il a presentargli qualche persona. Riguardo alle sue intenzioni ed ai suoi piani, egli diceva di voler organizzare il lavoro su una scala più vasta, tenere conferenze, effettuare una serie di esperimenti e dimostrazioni, al fine di interessare al suo lavoro persone la cui preparazione fosse più estesa e più varia.
Tutto questo mi ricordava in parte ciò che avevo inteso a Mosca, ma non capivo bene di quali 'esperimenti' e 'dimostrazioni' egli parlasse; ciò non doveva chiarirsi che in seguito.
Ricordo un incontro, come sempre con G., in un piccolo caffè, sulla prospettiva Nevsky.
G. mi parlò in modo abbastanza particolareggiato della organizzazione dei gruppi in relazione al suo lavoro e della loro funzione in tale lavoro. Una o due volte egli usò la parola 'esoterico', che non aveva ancora mai pronunciata davanti a me. Avrei voluto sapere che cosa intendesse dire. Ma quando tentai di interromperlo per domandargli il senso che dava a quella parola, egli rispose elusivamente.
Non ha importanza; usate la parola che volete. La questione non è questa. L'essenziale è che un 'gruppo' è il principio di tutto. Un uomo solo non può fare niente, non può raggiungere niente, un gruppo veramente guidato può fare molto. Perlomeno ha una possibilità di arrivare a risultati che un uomo solo non sarebbe mai in grado di ottenere.
Voi non vi rendete conto della vostra situazione. Voi siete in prigione e tutto ciò che potete desiderare, se avete del buon senso, è di evadere. Ma come evadere? Occorre perforare un muro, scavare una galleria. Un uomo solo non può fare niente, ma supponete che siano dieci o venti e che lavorino a turno; assistendosi l’un l'altro, possono finire la galleria ed evadere.
Inoltre, nessuno può fuggire dalla prigione senza l'aiuto di coloro che sono già fuggiti. Solo essi possono dire in qual modo l’evasione è possibile e far giungere ai prigionieri gli utensili e tutto ciò che può essere necessario. Ma un prigioniero isolato non può trovare questi uomini liberi o venire in contatto con loro. È necessaria una organizzazione. Nulla può essere portato a compimento senza una organizzazione.
G. doveva ritornare sovente su questo esempio della 'prigione' e della 'evasione dalla prigione'. Era talvolta il punto di partenza di tutto ciò che diceva e gli piaceva sottolineare che ogni prigioniero può trovare un giorno la sua possibilità di evasione, a condizione, beninteso, che egli sappia rendersi conto di essere in prigione. Ma fintanto che non riesce a rendersene conto, fino a quando si crede libero, quale possibilità potrà avere? Non si può cooperare con la forza alla liberazione di un uomo che non vuole essere libero, che anzi desidera assolutamente il contrario. La liberazione è possibile, ma esclusivamente come risultato di fatiche prolungate, di grandi sforzi e, soprattutto, di sforzi coscienti verso uno scopo definito.
A poco a poco introdussi presso G. un numero sempre maggiore di persone. E, ogni volta che egli veniva a Pietroburgo, organizzavo in casa di amici o in gruppi già esistenti delle riunioni e delle letture alle quali egli prendeva parte.
Trenta o quaranta persone presero l'abitudine di venire a queste riunioni. Dal gennaio 1916 G. venne regolarmente a Pietroburgo ogni quindici giorni, talvolta con qualcuno dei suoi allievi di Mosca.
G. aveva un suo modo di combinare queste riunioni, che non capivo molto bene. Mi pareva che rendesse le cose più difficili del necessario. Per esempio, accadeva raramente che egli mi autorizzasse a fissare in anticipo una data precisa. Di solito si veniva a sapere, alla fine di una riunione, che G. sarebbe rientrato a Mosca il giorno dopo. Ma il mattino seguente diceva di aver deciso di restare fino alla sera. L'intera giornata la trascorreva nei caffè dove incontrava persone che desideravano vederlo. Ed era solo la sera, un'ora o un'ora e mezzo prima che incominciassero le nostre riunioni abituali, che mi diceva: Perché non riunirci stasera? Avvertite quelli che vorranno venire e dite che saremo nel tal luogo.
Mi precipitavo al telefono, ma verso le sette o le sette e mezzo di sera naturalmente tutti erano già impegnati e non potevo riunire che un piccolo gruppo di persone. Per coloro che abitavano fuori Pietroburgo, a Tsarkoye, ecc, era regolarmente impossibile raggiungerci.
Non riuscivo, allora, a vedere perché G. agisse in tal modo. In seguito, però, cominciai ad individuare chiaramente il motivo principale: G. non voleva in alcun modo rendere facile il contatto con il suo insegnamento.
Al contrario, riteneva che la gente avrebbe potuto apprezzare le sue idee soltanto superando difficoltà accidentali o arbitrarie.
Nessuno apprezza, diceva, ciò che viene senza sforzo. Se un uomo ha già provato qualcosa, siate certi che resterà tutto il giorno vicino al telefono per non perdere un eventuale invito, oppure chiamerà egli stesso, domanderà, si informerà. E se uno aspetta di essere chiamato o si informa di persona in anticipo, solo per rendersi le cose più comode, fatelo aspettare ancora. Certo, per quelli che abitano fuori Pietroburgo non è facile. Ma non ci possiamo far niente. Più tardi, forse, avremo delle riunioni a date fisse. Per il momento è impossibile, bisogna che le persone si manifestino, e che noi possiamo vedere come apprezzano ciò che hanno inteso.
Tutti questi punti di vista, e molti altri ancora, restavano allora per me quasi incomprensibili.
Però, tutto ciò che G. diceva sia nelle riunioni che altrove mi interessava sempre più.
A una di quelle riunioni, qualcuno fece una domanda circa la possibilità di reincarnazione; domandò inoltre se fosse possibile credere a casi di comunicazione con i morti.
Molte cose sono possibili, disse G., ma occorre comprendere che l'essere dell'uomo, sia nella vita che dopo la morte, ammesso che esista dopo la morte, può essere di qualità molto differente. L'uomo macchina, per il quale tutto dipende dalle influenze esteriori, per cui tutto accade, che ora è un certo uomo, il momento dopo un altro e più tardi ancora un terzo, non ha avvenire di sorta: viene sepolto e basta. È polvere e ritorna polvere. Questo è detto per lui.
Perché si possa parlare di vita futura, di qualsiasi genere, ci deve essere una certa cristallizzazione, una certa fusione delle qualità interiori dell'uomo: una certa indipendenza dalle influenze esteriori. Se in un uomo vi è qualcosa capace di resistere alle influenze esteriori, allora proprio questo qualcosa potrà resistere anche alla morte del corpo fisico. Ora pensate: che cosa potrà resistere alla morte del corpo fisico in un uomo che sviene o dimentica tutto quando si taglia il dito mignolo? Se in un uomo vi è qualche cosa, questo qualcosa può sopravvivere; ma se non vi è niente, allora niente può sopravvivere. Ma anche se questo 'qualcosa' sopravvive, il suo avvenire può essere molto vario. In certi casi di completa cristallizzazione, dopo la morte si può produrre ciò che la gente chiama 'reincarnazione'; in altri casi, ciò che chiamano una 'esistenza nell'aldilà'. Nei due casi, la vita continua nel 'corpo astrale' o con l'aiuto del 'corpo astrale': sapete ciò che significa questa espressione.
Ma i sistemi che conoscete e che parlano di 'corpo astrale' affermano che tutti gli uomini lo possiedono. Ciò è assolutamente falso. Ciò che può essere chiamato 'corpo astrale' è ottenuto per fusione, cioè per mezzo di una lotta e di un lavoro interiore terribilmente duro. L'uomo non nasce con un corpo astrale, e soltanto pochissimi uomini arrivano ad averne uno. Una volta costituito, il 'corpo astrale' può continuare a vivere dopo la morte del corpo fisico, e può rinascere in un altro corpo fisico: ecco la 'reincarnazione'. Se non è rinato, allora, nel corso del tempo muore anch'esso; non è immortale, ma può vivere molto tempo dopo la morte del corpo fisico.
Fusione, unità interiore, sono ottenute nell'uomo per 'frizione', per mezzo della lotta tra il 'sì' e il 'no'. Se un uomo vive senza lotta interiore, se in lui tutto accade senza opposizione, se va sempre seguendo la corrente, o come il vento lo spinge, allora resterà come è. Ma se una lotta ha inizio in lui e soprattutto se questa lotta ha una linea definita, allora gradualmente certe caratteristiche permanenti cominciano a formarsi in lui; egli comincia a 'cristallizzare'. Ma, se la cristallizzazione è possibile su una base giusta, lo è altresì su di una base falsa. Per esempio, la paura del peccato, o una fede fanatica in una idea qualsiasi, possono provocare una lotta terribilmente intensa tra il 'sì' e il 'no', e un uomo può cristallizzare su tali basi. Ma questa sarà una cristallizzazione sbagliata e incompleta. Quest'uomo perderà così ogni altra possibilità di sviluppo. Affinchè gli sia restituita la possibilità di uno sviluppo ulteriore, egli dovrà essere innanzitutto 'rifuso' e questo può essere compiuto soltanto attraverso terribili sofferenze.
La cristallizzazione è possibile su qualsiasi base. Prendete ad esempio un brigante di buona razza, un brigante autentico. Ne ho conosciuti io stesso nel Caucaso. Un tale brigante resterà sul ciglio di una strada, fucile alla mano, dietro una roccia, per otto ore senza fare il minimo movimento. Potreste fare altrettanto? A ogni istante, cercate di capirlo, una lotta si scatena in lui. Egli ha caldo, ha sete, le mosche lo divorano; ma non si muove. Un altro è monaco; ha paura del diavolo; batte la testa contro il suolo e prega tutta la notte. Così la cristallizzazione si compie. In tal modo è possibile generare in se stessi una forza interiore enorme; si possono sopportare torture; si può ottenere tutto ciò che si vuole. Questo significa che in questi uomini, a 
partire da un certo momento, vi è qualcosa di solido, di permanente.
Persone di questa fatta possono diventare immortali. Ma con quale vantaggio? Un uomo di questa specie diventa una 'cosa immortale', 'una cosa', benché una certa quantità dì coscienza sia talvolta conservata in lui. Però, occorre ricordarlo, si tratta di casi eccezionali.
Nelle conversazioni che seguirono quella serata, un fatto mi colpì: di tutto quello che G. aveva detto nessuno aveva inteso la stessa cosa; certuni avevano prestato attenzione solo a considerazioni secondarie, non essenziali, e non ricordavano altro. I principi fondamentali esposti da G. erano sfuggiti alla maggioranza. Pochissimi furono coloro che fecero domande sull'essenza di ciò che era stato detto. Una di queste domande mi è rimasta in mente: Come si può provocare la lotta tra il 'sì' e il 'no'?
È necessario il sacrificio, disse G. Se niente è sacrificato, niente può essere ottenuto, ed è indispensabile sacrificare ciò che è prezioso al momento stesso, sacrificare molto e per molto tempo. Tuttavia, non per sempre. Questo di solito non è capito, invece è importantissimo.
Occorrono sacrifici, ma quando il processo di cristallizzazione è compiuto, le rinunce, le privazioni e i sacrifici non sono più necessari.
Un uomo può allora avere tutto ciò che vuole. Per lui non vi è più legge: egli è per se stesso la propria legge.
Tra coloro che venivano alle nostre riunioni, a poco a poco prese forma un piccolo gruppo di persone che non perdevano mai un'occasione di ascoltare G. e che si riunivano tra di loro in sua assenza. Fu così che ebbe inizio il primo gruppo di Pietroburgo.
A quell'epoca mi trovavo sovente con G. e cominciavo a comprenderlo meglio; si era colpiti dalla sua grande semplicità interiore e dalla sua naturalezza che facevano completamente dimenticare che egli rappresentava per noi il mondo del miracoloso e dell'ignoto. In lui si sentiva anche, molto fortemente, la totale assenza di ogni specie di affettazione o di desiderio di fare impressione. Inoltre lo si sentiva completamente disinteressato, del tutto indifferente alla sua comodità, al suo benessere e capace di non risparmiare la sua fatica nel lavoro, qualunque fosse. Gli piaceva trovarsi in una compagnia viva, allegra; amava organizzare pranzi copiosi con enorme abbondanza di bevande e cibi di cui egli, d'altronde, non toccava quasi nulla. Molti ricevevano l'impressione che egli fosse goloso e amasse la bella vita in genere: ma a noi sembrava spesso che egli cercasse di creare questa impressione; già allora avevamo tutti capito che egli 'recitava una parte'.
Avevamo molto fortemente la sensazione che egli recitasse. Spesso dicevamo fra noi di non vedere il vero G., e che non l'avremmo visto mai. In qualsiasi altro uomo tanto 'recitare' avrebbe prodotto un'impressione di falsità; in lui dava un'impressione di forza, benché, come ho già detto, non fosse sempre così; capitò, a volte, che esagerasse.
Apprezzavo particolarmente il suo senso dell'umorismo e la completa assenza di ogni pretesa alla 'santità' o al possesso di poteri 'miracolosi', benché, come ne acquistammo la convinzione più tardi, egli possedesse il sapere e la capacità di creare fenomeni inconsueti di ordine psicologico. Ma rideva sempre di coloro che attendevano da lui dei miracoli. Il talento di quest'uomo era straordinariamente vario; sapeva tutto e sapeva fare tutto. Un giorno mi disse di aver portato dai suoi viaggi in Oriente una collezione di tappeti, fra i quali molte copie ed altri senza valore artistico particolare. Avendo scoperto che il prezzo dei tappeti era più alto a Pietroburgo che a Mosca, ne portava in ciascuno dei suoi viaggi una balla completa.
Secondo un'altra versione, egli comprava semplicemente i suoi tappeti a Mosca, alla Tolkutchka, e veniva a venderli a Pietroburgo.
Non capivo chiaramente le ragioni di questo maneggio, ma sentivo che ciò era legato all'idea di 'recita'.
La vendita di quei tappeti era, di per se stessa, notevole. G. metteva un annuncio sui giornali, che richiamava parecchia gente. Naturalmente, in tali occasioni, lo si prendeva per un semplice mercante di tappeti caucasico. Mi accadeva di passare ore ad osservarlo mentre parlava con la gente. E vidi come egli sapeva prenderli, a volte, dal loro lato debole.
Un giorno che aveva fretta, o era stanco di giocare al mercante di tappeti, a una signora, visibilmente ricca, ma attaccata al denaro, che aveva scelto una dozzina di bei pezzi per i quali mercanteggiava disperatamente, egli offrì tutti i tappeti che erano nella stanza per circa un quarto del prezzo di quelli che aveva scelto. Sul momento ella si mostrò sorpresa, ma poi si rimise a mercanteggiare. G. sorrise; le disse che avrebbe riflettuto e che le avrebbe dato una risposta l'indomani.
Ma l'indomani era partito per Pietroburgo e la donna non ebbe nulla. Episodi di questo genere si ripetevano spesso.
Nella sua parte di mercante di tappeti G. dava l'impressione di un uomo mascherato, di una specie di Harun-al-Raschid o dell'uomo dal 'berretto che rende invisibili' dei racconti delle fate.
Un giorno in cui non ero presente, un 'occultista' ciarlatano venne a trovarlo. L'uomo era più o meno conosciuto nei circoli spiritici di Pietroburgo; più tardi, sotto i Bolscevichi, sarebbe diventato 'professore'. Cominciò dicendo che aveva molto sentito parlare di G. e della sua scienza e che desiderava fare la sua conoscenza.
G., come ebbe a dirmi lui stesso, prese a recitare la sua parte di mercante di tappeti. Col più marcato accento caucasico e nel suo russo stentato, si mise a convincere l' 'occultista' del suo errore, affermando che non aveva mai fatto altro che vendere tappeti; e prese subito a srotolarli per farglieli acquistare.
L' 'occultista' sparì convinto di essere stato beffato dai suoi amici. Quella canaglia, evidentemente, non aveva un quattrino, disse G., altrimenti gli avrei rifilato almeno un paio dei miei tappeti.
Un Persiano si recava da lui per riparare i tappeti. Un giorno trovai G. che stava osservando molto attentamente come egli facesse il suo lavoro.
Vorrei capire come fa e non ci riesco ancora. Vede quell'uncinetto del quale si serve? Tutto il segreto è lì. Ho voluto comprarglielo, ma si è rifiutato di venderlo. 
All'indomani, arrivato più presto del solito, vidi G. seduto in terra, mentre riparava un tappeto esattamente come il Persiano. Attorno a lui erano sparse lane di vari colori ed egli si serviva di quel medesimo tipo di uncinetto che aveva visto nelle mani del Persiano. Se l'era visibilmente fabbricato lui stesso con una lima, ricavandolo dalla lama di un temperino da due soldi e, nello spazio di un mattino, aveva sondato tutti i misteri riguardanti la riparazione dei tappeti.
Imparai molto da lui sui tappeti, che rappresentavano, egli mi diceva, una delle forme più arcaiche dell'arte. Egli parlava delle antiche usanze relative alla loro fattura. In certe località dell'Asia tutto un villaggio lavora su un medesimo tappeto; tutti, giovani e vecchi, nelle lunghe veglie invernali, si riuniscono in una grande casa, dove, divisi in gruppi, stanno in piedi o seduti secondo un ordine stabilito dalla tradizione. Allora ogni gruppo comincia il suo lavoro. Gli uni ripuliscono la lana dalle pietruzze o dalle schegge di legno. Altri l'ammorbidiscono con dei bastoni. Un terzo gruppo la pettina. Un quarto la fila. Un quinto la tinge. Un sesto, o forse il ventiseiesimo, tesse il tappeto vero e proprio.
Uomini, donne, bambini, tutti hanno il loro proprio lavoro tradizionale. E, dal principio alla fine, il lavoro è accompagnato da musiche e canti. Le filatrici, con il fuso in mano, danzano una danza speciale, mentre lavorano, e nella loro diversità, i gesti di tutti formano come un unico movimento, su di un solo e medesimo ritmo. Inoltre ogni località ha il suo proprio motivo musicale, i propri canti, le proprie danze, da tempo immemorabile legati alla fabbricazione dei tappeti. E, mentre mi diceva queste cose, mi venne in mente che forse il disegno e il colore dei tappeti dovevano avere una corrispondenza con la musica, che essi erano la sua espressione in linee e colori; che i tappeti potevano ben essere delle registrazioni di questa musica, le partiture che permettevano la riproduzione dei motivi musicali. In questa idea per me non vi era nulla di strano, perché spesso mi accadeva di 'vedere' la musica sotto forma di complessi disegni.
Da qualche conversazione fortuita con G. potei farmi un'idea di come era stata la sua vita.
Egli aveva trascorso la sua infanzia alla frontiera dell'Asia Minore, in condizioni di esistenza strane, arcaiche, quasi bibliche. Greggi di innumerevoli pecore. Spostamenti da un luogo all'altro. Incontri con gente straordinaria... La sua immaginazione era stata colpita in particolar modo dagli Yezidi, gli Adoratori del Diavolo, che avevano attirato la sua attenzione con i loro incomprensibili costumi e la loro strana dipendenza da leggi sconosciute. Per esempio, mi diceva di aver osservato, quando era bambino, che i ragazzi Yezidi erano incapaci di uscire da un cerchio tracciato per terra attorno a loro.
I suoi primi anni erano trascorsi in un'atmosfera da fiaba, di leggende e di tradizioni. Attorno a lui il 'miracoloso' era stato un fatto reale. Predizioni sul futuro che egli aveva intese ed alle quali tutti, attorno a lui, accordavano piena fiducia, si erano realizzate e gli avevano aperto gli occhi su molte altre cose.
L'insieme di tutte quelle influenze aveva così creato in lui, fin dalla più tenera età, una tendenza verso il misterioso, l'incomprensibile e il magico.
Mi disse di avere molto viaggiato in Oriente quando ancora era giovanissimo.
Cosa vi fosse di vero nei suoi racconti non potei mai precisarlo. Ma nel corso dei suoi viaggi egli si era certamente trovato a contatto con mille fenomeni che avevano evocato per lui l'esistenza di una certa conoscenza, di certi poteri e possibilità che andavano oltre alle ordinarie possibilità dell'uomo, ed aveva conosciuto individui che possedevano la chiaroveggenza ed altri poteri miracolosi.
Gradatamente, mi disse, le sue assenze da casa ed i suoi viaggi cominciarono a seguire una direzione definita: andava alla ricerca della conoscenza e delle persone che la possedevano. Dopo grandi difficoltà, scoprì infine le sorgenti di questa conoscenza, insieme a parecchi compagni partiti, come lui, alla ricerca del 'miracoloso'. 
In tutte le storie che egli raccontava di se stesso, vi erano molti elementi contraddittori e poco credibili. Ma mi ero già reso conto che non si poteva richiedergli nulla di comune e che non poteva essere applicato a lui nessun criterio di misura corrente. 
Con lui non si poteva essere sicuri di nulla. Poteva dire oggi una cosa e domani un'altra completamente diversa, senza che si potesse mai, in un certo senso, accusarlo di contraddizione; bisognava comprendere e scoprire il legame che univa il tutto. 
Parlava raramente, e sempre in maniera evasiva, delle scuole e dei luoghi dove aveva trovato la conoscenza che indubbiamente possedeva. Citava i monasteri tibetani, il Chitral, il Monte Athos, le scuole Sufi in Persia, a Bukhara e nel Turkestan orientale; citava ancora i dervisci di diversi ordini che aveva conosciuto, ma senza mai precisare molto. 
Un gruppo permanente cominciava a prendere forma. Un giorno in cui eravamo con G., gli domandai: Perché la conoscenza è tenuta così accuratamente segreta? Se l'antica conoscenza è stata preservata e se, parlando in generale, esiste una conoscenza distinta dalla nostra scienza e dalla nostra filosofia, o ad esse anche superiore, perché non diventa proprietà comune? Perché i suoi detentori si rifiutano di lasciarla entrare nel circuito generale della vita, in vista di una lotta migliore o più decisiva 
contro la menzogna, il male e l'ignoranza?.
Questo è, io penso, un problema che generalmente sorge in tutti coloro che incontrano per la prima volta le idee dell'esoterismo.
Vi sono due risposte, disse G.; in primo luogo, questa conoscenza non è tenuta segreta, e in secondo luogo non può, per la sua stessa natura, diventare proprietà comune. Esamineremo subito questo secondo punto. Vi proverò in seguito che la conoscenza, egli accentuò la parola, è molto più accessibile di quanto si creda a coloro che sono capaci di assimilarla; il guaio è che la gente o non la vuole o non la può ricevere.
Ma innanzitutto bisogna capire che la conoscenza non può appartenere a tutti e non può neppure appartenere a molti. Tale è la legge. Voi non la comprendete, perché non vi rendete conto che la conoscenza, come ogni cosa di questo mondo, è materiale. È materiale, ossia possiede tutte le caratteristiche della materialità. Ora, una delle prime caratteristiche della materialità è che la materia è sempre limitata, voglio dire che la quantità di materia in un dato luogo e in determinate condizioni è sempre limitata. Anche la sabbia del deserto e l'acqua dell'oceano sono in quantità invariabile e strettamente misurata. Di conseguenza, 
dire che la conoscenza è materiale significa che in un luogo e in un tempo dato ve ne è una quantità definita.
Si può dunque affermare che, nel corso di un certo periodo, poniamo un secolo, l'umanità dispone di una quantità definita di conoscenza. Ma noi sappiamo, attraverso un'osservazione anche elementare della vita, che la materia della conoscenza possiede qualità interamente diverse a seconda che essa sia assorbita in piccole o in grandi quantità. Presa in grande quantità in un dato 
luogo, da un uomo, o da un piccolo gruppo di uomini, essa da risultati molto buoni; presa in piccola quantità da ognuno degli individui che compongono una grande massa di uomini, essa non da alcun risultato, o forse talvolta dei risultati negativi, contrari a quelli che si attendevano.
Dunque, se una quantità definita di conoscenza viene ad essere distribuita tra milioni di uomini, ciascun individuo ne riceverà pochissima, e questa piccola dose di conoscenza non potrà cambiare nulla né nella sua vita, né nella sua comprensione delle cose. Qualunque sia il numero di coloro che assorbiranno questa piccola dose, il suo effetto sulla loro vita sarà nullo, seppure non la renderà anche più difficile.
Ma se, al contrario, grandi quantità di conoscenza possono essere concentrate in un piccolo gruppo di persone, allora questa conoscenza darà risultati grandissimi. Da questo punto di vista, è molto più vantaggioso che la conoscenza sia preservata in un piccolo gruppo e non diffusa tra le masse.
Se, per dorare degli oggetti, prendiamo una certa quantità d'oro, dobbiamo conoscere o calcolare il numero esatto degli oggetti che con questa quantità si potranno dorare. Se tentiamo di dorarne un numero maggiore, la doratura risulterà ineguale, a chiazze, ed essi appariranno peggiori che se non fossero stati dorati del tutto; di fatto, avremo sprecato il nostro oro.
La distribuzione della conoscenza si basa su un principio rigorosamente analogo. Se la conoscenza dovesse esser data a tutti, nessuno riceverebbe nulla. Se essa è riservata a pochi, ciascuno ne riceverà abbastanza non solo per conservare ciò che riceve, ma per accrescerlo.
A prima vista questa teoria sembra molto ingiusta, perché la situazione di coloro ai quali la conoscenza è, in certo qual modo, rifiutata affinché altri ne possano ricevere di più, sembra tristissima, immeritata e più crudele di quanto dovrebbe. La realtà è però del tutto diversa; nella distribuzione della conoscenza non vi è ombra di ingiustizia.
Il fatto è che l'enorme maggioranza della gente ignora il desiderio di conoscere; essa rifiuta la sua parte di conoscenza, trascura persino di prendere, nella distribuzione generale, la parte che le è assegnata per i bisogni della vita. Questo è particolarmente evidente in periodi di pazzia collettiva, di guerre, di rivoluzioni, quando gli uomini sembrano ad un tratto perdere persino quel piccolo granello di buon senso che di solito avevano e, trasformati in completi automi, si abbandonano a giganteschi massacri, perdendo persino l'istinto di conservazione.
Enormi quantità di conoscenza rimangono così, in certo modo, non richieste, e possono essere distribuite a coloro che sanno apprezzarne il valore.
Non vi è nulla di ingiusto in tutto questo, perché coloro che ricevono la conoscenza non prendono niente che appartenga ad altri, non privano gli altri di qualcosa; prendono soltanto ciò che gli altri hanno rigettato come inutile e che, in ogni caso, andrebbe perduto se essi non lo prendessero.
L'accumulare conoscenza da parte di alcuni, dipende dal fatto che altri la rifiutano. 
Vi sono periodi nella vita dell'umanità, che generalmente coincidono con l'inizio del declino delle civiltà, in cui le masse perdono irrimediabilmente la ragione e si mettono a distruggere tutto ciò che era stato creato in secoli e millenni di cultura.
Tali periodi di demenza, che spesso coincidono con cataclismi geologici, perturbazioni climatiche, ed altri fenomeni di carattere planetario, liberano una grandissima quantità di questa materia di conoscenza. Ciò che, a sua volta, rende necessario un lavoro di ricupero, senza il quale essa andrebbe perduta. Così, il lavoro consistente nel raccogliere la materia sparsa della conoscenza, 
molto spesso coincide con il declino e la distruzione di culture e civiltà.
Questo aspetto della questione è chiaro. Le masse non si preoccupano della conoscenza, non vogliono saperne, e i loro capi politici, nel proprio interesse, non lavorano che a rafforzarne l'avversione, la paura del nuovo e dell'ignoto. La schiavitù nella quale vive l'umanità è basata su questa paura. È persino difficile immaginarne tutto l'orrore.
La gente non comprende il valore di ciò che perde. Ma per capire la causa di tale schiavitù basta osservare come vivono le persone, ciò che costituisce lo scopo della loro esistenza, l'oggetto dei loro desideri, delle loro passioni e aspirazioni, a che pensano, di cosa parlano, cosa servono e adorano. Guardate dove va a finire il denaro della società colta dei nostri tempi; a parte la guerra, considerate ciò che impone i prezzi più alti, dove si riversano le grandi folle.
Se si riflette un momento intorno a questi fatti, diventa chiaro che l'umanità, così com'è ora, con gli interessi di cui vive, non può aspettarsi niente di diverso da ciò che ha. Ma come ho già detto, non può essere altrimenti. Immaginate che, per tutta l'umanità, non vi sia che una mezza libbra di conoscenza disponibile all'anno! Se questa conoscenza viene diffusa tra le masse, ciascuno ne riceverà così poco che continuerà a restare il pazzo che era. Ma, grazie al fatto che pochissimi uomini hanno il desiderio di questa conoscenza, coloro che la chiedono potranno riceverne, per così dire, un granello ciascuno, e acquistare la possibilità di diventare più intelligenti. Tutti non potrebbero diventare intelligenti, anche se lo desiderassero. Se anche 
diventassero intelligenti, non servirebbe a nulla, perché esiste un equilibrio generale che non potrebbe essere rovesciato.
Ecco un aspetto. L'altro, come ho già detto, consiste nel fatto che nessuno nasconde nulla; non vi è il minimo mistero. Ma l'acquisizione o la trasmissione della vera conoscenza esige grande fatica e grandi sforzi, sia da parte di chi riceve che da parte di chi da. Coloro che possiedono questa conoscenza fanno tutto ciò che possono per trasmetterla e comunicarla al più gran numero possibile di uomini, per aiutarli ad avvicinarsi ad essa e renderli capaci di prepararsi a ricevere la verità.
Ma la conoscenza non può essere data con la forza a coloro che non la vogliono e, come abbiamo appena visto, un esame imparziale della vita dell'uomo medio, dei suoi interessi, di ciò che riempie le sue giornate, dimostrerà immediatamente che è impossibile accusare gli uomini che posseggono la conoscenza di nasconderla, di non volerla trasmettere o di non desiderare di insegnare agli altri ciò che essi sanno.
Colui che desidera la conoscenza deve fare egli stesso gli sforzi iniziali per trovarne la sorgente, per avvicinarla, servendosi delle indicazioni date a tutti, ma che generalmente la gente non desidera vedere, né riconoscere. La conoscenza non può venire agli uomini senza che essi facciano degli sforzi. Essi lo capiscono benissimo quando non si tratta che di conoscenze ordinarie; ma nel caso della grande conoscenza, posto che ne ammettano la possibilità di esistenza, pensano che ci si possa aspettare qualcosa di diverso. Ognuno sa benissimo, per esempio, che chi voglia imparare il cinese dovrà lavorare intensamente per molti anni; tutti sanno che cinque anni di studi sono indispensabili per afferrare i principi della medicina, e più del doppio, forse, per lo studio 
della musica e della pittura. E tuttavia certe teorie affermano che la conoscenza può venire senza alcuno sforzo, che essa può essere acquisita anche dormendo. Il solo fatto che esistano simili teorie costituisce una spiegazione supplementare del fatto che la conoscenza non può raggiungere gli uomini.
Allo stesso tempo è essenziale comprendere che gli sforzi indipendenti di un uomo per raggiungere qualcosa in questa direzione non possono, da soli, dare alcun risultato. Un uomo può raggiungere la conoscenza soltanto con l'aiuto di coloro che la posseggono.
Questo deve essere compreso fin dall'inizio. Bisogna imparare da coloro che sanno.
Ad una delle riunioni seguenti, in risposta ad una questione sull'immortalità, G. sviluppò alcune idee che già aveva dato sulla reincarnazione e la vita futura.
All'inizio della riunione, qualcuno aveva domandato: Si può dire che l'uomo possiede l'immortalità?.
L'immortalità, disse G., è una di quelle qualità che l'uomo si attribuisce senza avere una sufficiente comprensione del loro significato. Altre qualità di questo genere sono l'individualità, nel senso di unità interiore, l'Io permanente ed immutabile, la 'coscienza' e la 'volontà'. Tutte queste qualità possono appartenere all'uomo — egli accentuò la parola 'possono' — ma ciò non significa certo che esse già gli appartengano di fatto o possano appartenere a chiunque. 
Per comprendere ciò che è l'uomo attualmente, vale a dire al livello attuale del suo sviluppo, è indispensabile potersi rappresentare fino a un certo punto ciò che egli può essere, vale a dire ciò che può raggiungere.
Infatti, soltanto comprendendo la sequenza corretta del suo possibile sviluppo, l'uomo cesserà di attribuirsi quanto attualmente non possiede, ma che forse potrà acquistare attraverso grandi sforzi e grandi fatiche.
Secondo un insegnamento antico, del quale sussistono tracce in molti sistemi di ieri e di oggi, l'uomo che abbia raggiunto il completo sviluppo possibile, un uomo nel pieno senso della parola è composto di quattro corpi. Questi quattro corpi sono costituiti da sostanze che diventano sempre più sottili, si compenetrano e formano quattro organismi indipendenti aventi tra loro una relazione ben definita, ma capaci di azione indipendente.
Ciò che permette l'esistenza di quattro corpi è il fatto che l'organismo umano, ossia il corpo fisico, ha una organizzazione così complessa che in certe condizioni può svilupparsi in esso un organismo nuovo e indipendente che offra all'attività della coscienza uno strumento molto più adeguato e più sensibile del corpo fisico. La coscienza manifestata in questo nuovo corpo è in grado di governarlo, ed ha pieno potere e pieno controllo sul corpo fisico. In questo secondo corpo, in certe condizioni, un terzo corpo può formarsi, avente anch'esso le proprie caratteristiche.
La coscienza manifestata in questo terzo corpo ha pieno potere e pieno controllo sui primi due; e il terzo corpo può acquistare 
conoscenze inaccessibili sia al secondo che al primo. Nel terzo corpo, in certe condizioni ne può crescere un quarto che differisce dal terzo quanto il terzo dal secondo ed il secondo dal primo. La coscienza manifestata nel quarto corpo ha pieno controllo sui primi tre corpi e su di sé.
Questi quattro corpi sono definiti in modi diversi dai vari insegnamenti.
G. tracciò lo schema riprodotto sotto e disse:  Il primo è il corpo fisico, nella terminologia cristiana, il corpo 'carnale', il secondo, sempre secondo la terminologia cristiana è il corpo 'naturale', il terzo è il corpo 'spirituale', e il quarto, nella terminologia del Cristianesimo Esoterico, è il 'corpo divino'.
Secondo la terminologia teosofica, il primo è il corpo fisico, il secondo è il 'corpo astrale', il terzo è il 'corpo mentale' e il quarto il 'corpo causale'.
... 
NOTA:  Vale a dire il corpo che porta in se stesso le cause delle sue azioni: è indipendente da cause esteriori; è il corpo della volontà. FINE NOTA.
...
SCHEMA: 1° CORPO. 2° CORPO. 3° CORPO. 4° CORPO .
Corpo carnale. Corpo naturale. Corpo spirituale. Corpo divino.
Corpo fisico. Corpo astrale. Corpo mentale. Corpo causale. 
Carrozza. Cavallo. Cocchiere. Padrone.
...
Nel linguaggio figurato di certi insegnamenti orientali, il primo è la carrozza (corpo), il secondo è il cavallo (sentimenti, desideri), il terzo è il cocchiere (pensiero), e il quarto è il Padrone (Io, coscienza, volontà). 
Paralleli e raffronti di questo genere si possono trovare nella maggior parte dei sistemi che riconoscono nell'uomo qualche cosa di più che il corpo fisico. Ma quasi tutti questi sistemi, mentre ripetono, in forma più o meno familiare, le definizioni e le divisioni dell'insegnamento antico, hanno dimenticato o omesso il tratto più importante, ossia che l'uomo non nasce con i corpi sottili e che questi richiedono una cultura artificiale, possibile solo in determinate condizioni, esteriori e interiori, 
favorevoli.
 Il 'corpo astrale' non è un complemento indispensabile per l'uomo.
È un gran lusso, che non è alla portata di tutti. L'uomo può vivere benissimo senza corpo astrale. Il suo corpo fisico possiede tutte le funzioni necessarie alla vita. Un uomo senza 'corpo astrale' può anche dare l'impressione di essere un uomo molto intelligente, persino molto spirituale, e ingannare così non soltanto gli altri, ma sé stesso.
Naturalmente, questo è ancora più vero per il 'corpo mentale' e il quarto corpo. L'uomo ordinario non possiede questi corpi, né le funzioni corrispondenti. Ma egli crede spesso di possederle, e riesce a farlo credere agli altri. Le ragioni di questo errore sono, in primo luogo, il fatto che il corpo fisico lavora con le stesse sostanze di cui sono costituiti i corpi superiori, ma queste sostanze non si cristallizzano in lui, esse non gli appartengono; in secondo luogo, il fatto che tutte le funzioni del corpo fisico sono analoghe a quelle dei corpi superiori, pur essendo naturalmente molto diverse. La differenza capitale tra le funzioni di un uomo che non possiede che il corpo fisico, e le funzioni dei quattro corpi è che, nel primo caso, le funzioni del corpo fisico 
governano tutte le altre; in altre parole, tutto è governato dal corpo che è, a sua volta, governato dalle influenze esteriori. Nel secondo caso, la direzione o il controllo emana dal corpo superiore.
Le funzioni del corpo fisico possono essere considerate parallelamente alle funzioni dei quattro corpi.
G. tracciò un altro diagramma che rappresentava le funzioni parallele di un uomo avente solo il corpo fisico e di un uomo avente i quattro corpi. Nel primo caso, disse G., ossia nel caso delle funzioni di un uomo avente soltanto il corpo fisico, l'automa dipende dalle influenze esteriori, e le tre altre funzioni dipendono dal corpo fisico e dalle influenze esteriori che esso riceve. Desideri o avversioni — 'desidero', 'non desidero', 'mi piace', 'non mi piace' — ossia le funzioni che occupano il posto del secondo corpo, dipendono dagli shock e dalle influenze accidentali. Il pensare, che corrisponde alle funzioni del terzo corpo, è un processo interamente automatico. La 'volontà' manca nell'uomo meccanico: egli ha soltanto desideri; la maggiore o minore permanenza 
dei suoi desideri e appetiti, è chiamata una forte o debole volontà.
Nel secondo caso, ossia nel caso di un uomo in possesso dei quattro corpi, l'automatismo del corpo fisico dipende dall'influenza degli altri corpi. In luogo dell'attività discorde e spesso contraddittoria dei differenti desideri, vi è un unico Io, intero, indivisibile e permanente, vi è una individualità che domina il corpo fisico e i suoi desideri, e può superare le sue ripugnanze e le sue resistenze. Invece di un processo meccanico di pensiero, vi è la coscienza. E vi è la volontà, vale a dire un potere non più composto semplicemente da desideri svariati, il più delle volte contraddittori, appartenenti ai differenti 'io', ma derivante dalla coscienza e governato dall'individualità o da un 'Io' unico e permanente.
Soltanto questa volontà può essere chiamata 'libera', perché essa è indipendente dall'accidente e non può più essere alterata, né 
diretta dall'esterno.
Un insegnamento orientale descrive le funzioni dei quattro corpi, la loro crescita graduale e le condizioni di questa crescita, nel modo seguente:
Immaginiamo un vaso o un alambicco riempito di diverse polveri metalliche. Tra queste polveri, che sono in contatto le une con le altre, non esiste alcuna relazione definita. Ogni cambiamento accidentale della posizione dell'alambicco modifica la posizione relativa delle polveri. Se si scuote l'alambicco o gli si da un colpo con un dito, allora la polvere che si trovava in alto può apparire in fondo, a metà, o viceversa. Non vi è nulla di permanente nella situazione rispettiva di queste polveri e in tali condizioni, non può esservi nulla di permanente. È una immagine esatta della nostra vita psichica. Ad ogni momento, nuove influenze 
possono modificare la posizione della polvere che si trova in alto e farne venire al suo posto un'altra, di natura assolutamente opposta.
Questo stato relativo delle polveri viene chiamato dalla scienza stato di mescolanza meccanica. La caratteristica fondamentale delle relazioni reciproche delle polveri in questo stato di mescolanza è la loro variabilità e la loro instabilità.
È impossibile rendere stabili le relazioni reciproche delle polveri che si trovano in uno stato di mescolanza meccanica. Ma esse possono essere fuse; la loro natura metallica rende possibile l'operazione. A tal fine, può essere acceso sotto l'alambicco un fuoco speciale, che, scaldando e mescolando le polveri, alla fine le farà fondere insieme. Così fuse, le polveri si trovano allo stato di composto chimico. Da questo momento, non possono più essere separate tanto facilmente come nel loro stato di mescolanza meccanica, quando bastava una piccola scossa per farle cambiare di posto. Il contenuto dell'alambicco ora è diventato indivisibile, 'individuale'. È un'immagine della formazione del secondo corpo. Il fuoco, grazie a cui la fusione è avvenuta, è il prodotto di una 'frizione' che a sua volta è il prodotto della lotta tra il 'sì' e il 'no' nell'uomo.
Se un uomo non resiste mai ad alcuno dei suoi desideri, o è loro condiscendente, se li lusinga, se arriva persino ad incoraggiarli, 
allora non vi sarà mai un conflitto interiore in lui, non 'frizione', non fuoco. Ma se per raggiungere uno scopo definito egli lotta con i desideri che lo ostacolano, giungerà allora a creare un fuoco che trasformerà gradualmente il suo mondo interiore in un Tutto.
Torniamo al nostro esempio. Il composto chimico ottenuto per fusione possiede certe qualità, un certo peso specifico, una certa conducibilità elettrica, e così via. Queste qualità costituiscono le caratteristiche della sostanza in questione. Ma se la si lavora in una certa maniera, il numero delle sue caratteristiche può essere accresciuto, ossia possono essere date alla lega nuove proprietà che non le appartenevano prima. Sarà possibile magnetizzarla, renderla radioattiva, ecc.
Il processo mediante il quale sono comunicate alla lega nuove proprietà corrisponde al processo che conduce alla formazione del terzo corpo e all'acquisizione di una nuova conoscenza e di nuovi poteri con l'aiuto di questo terzo corpo.
Quando il terzo corpo è stato formato ed ha acquistato tutte le proprietà, poteri e conoscenze che gli sono accessibili, rimane ancora il problema di fissarle. Tutte queste nuove proprietà che gli sono state comunicate da influenze di una certa specie, possono in effetti essergli tolte, sia da quelle stesse influenze che da altre. Ma, per mezzo di un lavoro speciale che i tre corpi devono fare insieme, i caratteri acquisiti possono essere resi proprietà permanente e inalterabile del terzo corpo.
Il processo di fissazione di queste proprietà acquisite, corrisponde al processo di formazione del quarto corpo.
In verità, soltanto l'uomo che possieda i quattro corpi completamente sviluppati può essere chiamato Uomo nel pieno senso della parola. Così, l'uomo compiuto possiede numerose proprietà che l'uomo ordinario non possiede. Una di queste proprietà è l’immortalità. Tutte le religioni e tutti gli insegnamenti antichi contengono l'idea che con l'acquisizione del quarto corpo l'uomo acquista l'immortalità; e tutte indicano delle vie per acquisire il quarto corpo, ossia l'immortalità.
In relazione a ciò, alcuni insegnamenti paragonano l'uomo ad una casa di quattro stanze. L'uomo vive in una sola, la più piccola e la più povera di tutte, senza supporre minimamente, fino a che non glielo si dice, l'esistenza delle altre, che sono piene di tesori. Quando egli ne sente parlare, incomincia a cercare le chiavi di queste stanze, e specialmente della quarta, la più importante. E quando un uomo ha trovato il mezzo di penetrarvi, diventa realmente il padrone della sua casa, perché è soltanto allora che la casa gli appartiene completamente e per sempre.
La quarta stanza da all'uomo l'immortalità e tutti gli insegnamenti religiosi si sforzano di indicargli il cammino verso di essa. Vi è un grandissimo numero di strade, più o meno lunghe, più o meno dure, ma tutte, senza eccezione, conducono o cercano di condurre in una stessa direzione, che è quella dell'immortalità.
Alla seguente riunione G. riprese: Dicevo l'ultima volta che l’immortalità non è una proprietà con la quale l'uomo nasce, ma una proprietà che può essere acquisita. Tutte le vie che conducono all'immortalità, quelle che sono generalmente conosciute e le altre, possono essere ripartite in tre categorie:
1. La via del fachiro. 
2. La via del monaco. 
3. La via dello yogi. 
La via del fachiro è quella della lotta con il corpo fisico, è la via del lavoro sulla prima stanza ed è lunga, difficile e incerta. Il fachiro si sforza di sviluppare la volontà fisica, il potere sul corpo. Egli vi riesce attraverso terribili sofferenze, torturando il corpo. Tutta la via del fachiro è fatta di esercizi fisici incredibilmente penosi. Egli sta in piedi, nella medesima posizione, senza un movimento, per ore, giorni, mesi o anni; oppure siede con le braccia tese, su un nudo sasso, al sole, alla pioggia, alla neve; oppure si infligge il supplizio del fuoco o quello del formicaio in cui egli tiene le gambe nude, e così via.
Se non cade ammalato o non muore, si sviluppa in lui ciò che può essere chiamato volontà fisica ed egli raggiunge allora la quarta camera, vale a dire la possibilità di formare il quarto corpo. Ma le altre sue funzioni, emozionali e intellettuali, rimangono non sviluppate. Egli ha conquistato la volontà, ma non possiede niente cui applicarla, non può farne uso per acquistare la conoscenza o perfezionare se stesso. In generale, è troppo vecchio per cominciare un lavoro nuovo.
Ma dove vi sono scuole di fachiri, si trovano pure scuole di yogi. Generalmente gli yogi non perdono di vista i fachiri. E allorché un fachiro raggiunge ciò a cui aspirava, prima di essere troppo vecchio, essi lo prendono in una delle loro scuole, dove per prima cosa lo curano e ricreano in lui il potere di movimento, dopo di che incominciano ad istruirlo. Un fachiro deve imparare di nuovo a parlare e a camminare come un bimbo piccolo. Ma egli possiede ora una volontà che ha superato difficoltà incredibili e che potrà aiutarlo a superare le difficoltà che l'attendono ancora nella seconda parte del suo cammino, allorché si tratterà di sviluppare le sue funzioni intellettuali ed emozionali.
Non potete immaginarvi le prove alle quali si sottomettono i fachiri. 
Non so se voi abbiate mai visto veri fachiri. Io, ne ho incontrati molti; mi ricordo di uno di essi che viveva nel cortile interno di un tempio indiano; ho perfino dormito al suo fianco. Giorno e notte, per vent'anni, egli si era tenuto sulla punta delle dita dei piedi e delle mani. Non era più capace di raddrizzarsi né di spostarsi. I suoi discepoli lo portavano a braccia, lo conducevano al fiume dove lo lavavano come un oggetto. Ma un tale risultato non si ottiene in un giorno. Pensate a tutto ciò che aveva dovuto superare, alle torture che aveva dovuto subire per raggiungere quel grado.
E un uomo non diventa fachiro per sentimento religioso, o perché egli comprenda le possibilità e i risultati di questa via. In tutti i paesi d'Oriente dove esistono fachiri, il popolino ha l'usanza di votare ai fachiri un ragazzo nato dopo qualche avvenimento felice. Accade anche che i fachiri adottino degli orfani o acquistino i figli di povera gente.
Questi bambini diventano loro allievi e li imitano di buon grado, o vi sono costretti; alcuni lo fanno solo esteriormente, ma altri col tempo diventano realmente fachiri.
Si aggiunga che altri seguono questa via semplicemente per essere stati colpiti dallo spettacolo di qualche fachiro. Accanto a tutti i fachiri che si possono vedere nei templi, si trovano persone che li imitano, sedute o in piedi, nella stessa posizione.
Costoro non lo fanno a lungo, certamente, ma a volte per parecchie ore. E accade anche che un uomo, entrato per caso in un tempio in un giorno di festa, dopo aver cominciato ad imitare qualche fachiro che l'aveva particolarmente impressionato, non ritorni a casa mai più, ma si aggiunga alla folla dei suoi discepoli; più tardi, col passare del tempo diventerà anche lui un fachiro.
Capirete che io in questi casi non do più alla parola 'fachiro' il suo senso proprio. In Persia, la parola fachiro indica semplicemente un mendicante; in India, i giocolieri, i saltimbanchi sono soliti chiamare se stessi fachiri. Gli europei, soprattutto gli europei istruiti, danno molto spesso il nome di fachiro agli yogi come pure a monaci erranti di diversi ordini.
Ma in realtà la via del fachiro, la via del monaco e la via dello yogi sono completamente differenti. Non ho parlato finora che dei fachiri. Questa è la prima via.
La seconda è quella del monaco. È la via della fede, del sentimento religioso e del sacrificio. Un uomo che non abbia fortissime emozioni religiose e una immaginazione religiosa molto intensa non può diventare un 'monaco' nel vero senso della parola. Pure la via del monaco è molto dura e molto lunga. Il monaco passa degli anni, decine di anni, a lottare contro se stesso, ma tutto il suo lavoro è concentrato sulla 'seconda stanza', sul secondo corpo, ossia sui sentimenti. Sottomettendo tutte le altre emozioni a una sola emozione, la fede, egli sviluppa in se stesso l’unità, la volontà sulle emozioni, e per questa via egli raggiunge la quarta stanza. Ma il suo corpo fisico e le sue capacità intellettuali possono restare non sviluppate. Per essere in grado di servirsi di ciò che egli avrà raggiunto, dovrà coltivarsi fisicamente e intellettualmente.
Questo non potrà essere condotto a buon fine se non mediante nuovi sacrifici, nuove austerità, nuove rinunce. Un monaco deve ancora diventare uno yogi e un fachiro. Rarissimi sono coloro che arrivano così lontano; più rari sono ancora coloro che superano tutte le difficoltà. La maggior parte muoiono prima o non diventano 'monaci' che in apparenza.
La terza via è quella dello yogi. È la via della conoscenza, la via dell'intelletto. Lo yogi lavora sulla 'terza stanza' per arrivare a penetrare nella quarta con i suoi sforzi intellettuali. Lo yogi riesce a raggiungere la 'quarta stanza' sviluppando il suo intelletto, ma il suo corpo e le sue emozioni restano da sviluppare e, come il fachiro ed il monaco, egli è incapace di trarre profitto da ciò che ha realizzato. Egli sa tutto, ma non può fare nulla. Per diventare capace di fare deve conquistare il dominio sul suo corpo e sulle sue emozioni, ossia sulla prima e sulla seconda stanza. Per riuscirvi, deve rimettersi al lavoro ed egli non 
otterrà alcun risultato se non con degli sforzi prolungati. Però in questo caso ha il vantaggio di comprendere la sua posizione, di conoscere ciò che gli manca, ciò che deve fare e la direzione da seguire. Ma, come sulla via del fachiro e del monaco, rarissimi sono coloro che acquistano una tale conoscenza sulla via dello yogi, ossia raggiungono il livello in cui un uomo può sapere dove va. La maggior parte si arrestano ad un certo grado e non vanno oltre.
Le vie si differenziano l'una dall'altra anche nella loro relazione con il maestro o guida spirituale.
Sulla via del fachiro un uomo non ha maestro nel vero senso di questa parola. Il maestro in questo caso non insegna, serve semplicemente da esempio. Il lavoro dell'allievo consiste nell'imitare il maestro.
L'uomo che segue la via del monaco ha un maestro, e una parte dei suoi doveri, una parte del suo compito, è di avere nel suo maestro una fede assoluta, egli deve sottomettersi assolutamente a lui, in obbedienza. Ma l'essenziale sulla via del monaco è la fede in Dio, l'amore di Dio, gli sforzi ininterrotti per obbedire a Dio e servirlo, anche se nella sua comprensione dell'idea di Dio e del servizio di Dio può esservi una grande parte di soggettività e molte contraddizioni.
Sulla via dello yogi senza un maestro non si può fare nulla e non si deve fare nulla. L'uomo che abbraccia questa via deve, all'inizio, imitare il suo maestro come il fachiro e credere in lui come il monaco.
Ma in seguito diviene gradualmente il maestro di se stesso. Egli impara i metodi del suo maestro e si esercita gradualmente ad applicarli a se stesso.
Ma tutte le vie, la via del fachiro come le vie del monaco e dello yogi hanno un punto comune: tutte incominciano da ciò che vi è di più difficile, un cambiamento di vita totale, una rinuncia a tutto ciò che è di questo mondo. Un uomo che ha una casa, una famiglia, deve abbandonarle, deve rinunciare a tutti i piaceri; attaccamenti e doveri della vita, e partire per il deserto, entrare in un monastero o in una scuola di yogi. Fin dal primo giorno, dai primi passi sulla via egli deve morire al mondo; soltanto così egli può sperare di raggiungere qualcosa su una di queste vie.
Per cogliere l'essenza di questo insegnamento, è indispensabile comprendere che le vie sono gli unici metodi che possono garantire lo sviluppo delle possibilità nascoste dell'uomo. Ciò mostra d'altronde come un tale sviluppo sia raro e difficile. Lo sviluppo di queste possibilità non è una legge. La legge per l'uomo è una esistenza nel cerchio delle influenze meccaniche, è lo stato di 'uomo macchina'. La via dello sviluppo delle possibilità nascoste è una via contro la natura, contro Dio.
Ciò spiega le difficoltà e il carattere esclusivo delle vie. Esse sono ardue e strette. Ma al tempo stesso nulla potrebbe esser raggiunto senza di esse. Nell'oceano della vita ordinaria, e specialmente della vita moderna, le vie sono un fenomeno piccolo, appena percettibile, che, dal punto di vista della vita stessa, non ha la minima ragione d'essere. Ma questo piccolo fenomeno contiene in se stesso tutto ciò di cui l'uomo può disporre per lo sviluppo delle sue possibilità nascoste. Le vie si oppongono alla vita di tutti i giorni, basata su altri principî e assoggettata ad altre leggi. In ciò consiste il loro potere e il loro significato. In una vita ordinaria, per quanto colma di interessi filosofici, scientifici, religiosi o sociali, non vi è nulla e non può esservi nulla che offra le possibilità contenute nelle vie. Infatti, esse conducono o potrebbero condurre l'uomo all'immortalità. La vita mondana, anche la più riuscita, conduce alla morte e non potrebbe condurre a nient'altro. L'idea delle vie non può essere compresa, se si ammette la possibilità di un'evoluzione dell'uomo senza il loro aiuto.
Come regola generale, è duro per un uomo rassegnarsi a quest'idea; essa gli pare esagerata, ingiusta e assurda. Egli ha una povera comprensione del senso della parola 'possibilità'. Si immagina che, se vi sono delle possibilità in lui, debbano svilupparsi e che debbano pur esserci dei mezzi di sviluppo alla sua portata. Da un totale rifiuto di riconoscere in se stesso qualsiasi genere di possibilità, l'uomo, in generale, passa immediatamente a un'esigenza imperiosa del loro sviluppo inevitabile.
È difficile per lui abituarsi all'idea che non soltanto le sue possibilità possono restare al loro stadio attuale di sottosviluppo, ma che esse possono atrofizzarsi definitivamente e che d'altra parte il loro sviluppo esige da lui sforzi prodigiosi e perseveranti. In generale, se noi consideriamo le persone che non sono né fachiri, né monaci, né yogi, e delle quali possiamo affermare con sicurezza che non lo saranno mai, siamo in grado di affermare con certezza assoluta che le loro possibilità non possono svilupparsi e non saranno mai sviluppate. È indispensabile persuadersene profondamente per comprendere ciò che sto per dire.
Nelle condizioni ordinarie della vita civilizzata, la situazione di un uomo, anche intelligente, che cerca la conoscenza, è senza speranza, poiché egli non ha la minima possibilità di trovare attorno a sé qualcosa che somigli ad una scuola di fachiri o ad una scuola di yogi; quanto alle religioni dell'occidente, esse sono degenerate a tal punto che da molto tempo non vi è più nulla di vivente in esse. Infine dall'occultismo o dallo 'spiritismo' non c'è altro da aspettarsi che qualche ingenua esperienza.
E la situazione sarebbe veramente disperata se non esistesse un'altra possibilità, quella di una quarta via.
La quarta via non richiede che ci si ritiri dal mondo, non esige la rinuncia a tutto ciò che formava la nostra vita. Essa comincia molto più lontano che non la via dello yogi. Ciò significa che bisogna essere preparati per impegnarsi sulla quarta via e che questa preparazione deve essere acquisita nella vita ordinaria, essere molto seria e abbracciare parecchi aspetti differenti.
Inoltre un uomo che vuole seguire la quarta via deve riunire nella sua vita condizioni favorevoli al lavoro, o che in ogni caso non lo rendano impossibile. Infatti, bisogna convincersi che sia nella vita esteriore che nella vita interiore di un uomo, certe condizioni possono costituire per la quarta via barriere insormontabili.
Aggiungiamo che questa via, contrariamente a quella del fachiro, del monaco e dello yogi, non ha una forma definita. Prima di tutto essa deve essere trovata. È la prima prova. Ed è difficile, poiché la quarta via è ben lontana dall'essere conosciuta quanto le altre tre vie tradizionali.
C'è molta gente che non ne ha mai sentito parlare ed altri che negano semplicemente la sua esistenza o anche la sua possibilità.
Tuttavia, l'inizio della quarta via è ben più facile dell'inizio delle vie del fachiro, del monaco e dello yogi. È possibile seguire la quarta via e lavorare su di essa rimanendo nelle condizioni abituali di vita e continuando il lavoro usuale, senza rompere le relazioni che si avevano con la gente, senza abbandonare nulla. Anzi, le condizioni di vita nelle quali un uomo si trova quando inizia il lavoro — dove il lavoro, per così dire, lo sorprende — sono le migliori possibili per lui, perlomeno all'inizio.
Infatti, queste condizioni gli sono naturali.
Esse sono quell'uomo stesso, poiché la vita di un uomo e le sue condizioni corrispondono a ciò che egli è. La vita le ha create sulla sua misura; di conseguenza ogni altra condizione sarebbe artificiale e il lavoro non potrebbe, in questo caso, toccare contemporaneamente tutti i lati del suo essere. 
Così, la quarta via tocca tutti i lati dell'essere umano simultaneamente.
È il lavoro sulle tre camere contemporaneamente. Il fachiro lavora sulla prima camera, il monaco sulla seconda, lo yogi sulla terza. Quando raggiungono la quarta camera, il fachiro, il monaco e lo yogi lasciano dietro di sé molte cose incompiute e non possono fare uso di ciò che hanno raggiunto, poiché non sono padroni di tutte le loro funzioni. Il fachiro è padrone del suo corpo, ma non delle emozioni, né dei pensieri; il monaco è padrone delle sue emozioni, ma non del corpo, né del pensiero; lo yogi è padrone del suo pensiero, ma non del corpo, né delle emozioni.
La quarta via differisce dunque dalle altre in quanto la sua principale richiesta è una richiesta di comprensione. L'uomo non deve fare nulla senza comprendere — salvo a titolo di esperienza, sotto il controllo e la direzione del suo maestro. Più un uomo comprenderà quello che fa, più i risultati dei suoi sforzi saranno validi. È un principio fondamentale della quarta via. I risultati ottenuti nel lavoro sono proporzionali alla coscienza che si ha di questo lavoro. La 'fede' non è richiesta su questa via; al contrario, la fede di qualsiasi tipo costituisce un ostacolo. Sulla quarta via un uomo deve assicurarsi da sé della verità di ciò che gli viene detto. E fin quando non avrà acquisito questa certezza, non deve fare nulla. 
Il metodo della quarta via è il seguente: se si comincia un lavoro su una camera, un lavoro corrispondente deve essere intrapreso simultaneamente sulle altre due; ossia, mentre si lavora sul corpo fisico, bisogna lavorare simultaneamente sul pensiero e sulle emozioni; lavorando sul pensiero, bisogna lavorare sul corpo fisico e sulle emozioni; mentre si lavora sulle emozioni, occorre lavorare sul pensiero e sul corpo fisico. Ciò che permette di riuscire è la possibilità, nella quarta via, di fare uso di un sapere particolare, inaccessibile nelle vie del fachiro, del monaco e dello yogi. Questo sapere rende possibile un lavoro simultaneo nelle tre direzioni. Tutta una serie di esercizi paralleli sui tre piani: fisico, mentale ed emozionale, servono a questo scopo.
Inoltre, nella quarta via è possibile individualizzare il lavoro di ciascuno; vale a dire, ogni persona deve fare solo ciò che gli è necessario e nulla che sia inutile per lui. Infatti, la quarta via fa a meno di tutto il superfluo che si è mantenuto per tradizione nelle altre vie.
Così, allorché un uomo raggiunge la volontà mediante la quarta via, egli può servirsene, poiché ha acquistato il controllo di tutte le sue funzioni fisiche, emozionali ed intellettuali. Egli ha risparmiato per giunta molto tempo con questo lavoro simultaneo e parallelo sui tre lati del suo essere.
La quarta via è talvolta chiamata la via dell'uomo astuto. L'uomo astuto conosce un segreto che il fachiro, il monaco e lo yogi non conoscono. In che modo l'uomo astuto abbia appreso questo segreto non si sa. Forse l'ha trovato in qualche vecchio libro, forse l'ha ereditato, forse l'ha comperato, forse l'ha rubato a qualcuno. Fa lo stesso. L'uomo astuto conosce il segreto, e con il suo aiuto supera il fachiro, il monaco, lo yogi.
Il fachiro è, tra i quattro, colui che opera nella maniera più grossolana; sa pochissimo, e comprende pochissimo. Supponiamo che egli riesca, dopo un mese di intense torture, a sviluppare una certa energia, una certa sostanza che produca in lui determinati cambiamenti. Egli lo fa assolutamente all'oscuro, ad occhi chiusi, non conoscendo né lo scopo, né i metodi, né i risultati, semplicemente per imitazione.
Il monaco sa un po' meglio ciò che vuole; è guidato dal sentimento religioso, dalla tradizione religiosa, da un desiderio di compiutezza, di salvezza; egli ha fede nel maestro che gli dice ciò che deve fare e crede che i suoi sforzi ed i suoi sacrifici 'piacciano a Dio'. Supponiamo che in una settimana di digiuni, di continue preghiere, di privazioni e di penitenze, riesca a raggiungere ciò che il fachiro non aveva potuto sviluppare in sé che in un mese di torture.
Lo yogi ne sa molto di più. Sa ciò che vuole, sa perché lo vuole, sa come può ottenerlo. Egli sa per esempio che, per arrivare al suo scopo, deve sviluppare in sé una certa sostanza. Egli sa che questa sostanza può essere prodotta in un giorno mediante un certo tipo di esercizio mentale o mediante una concentrazione intellettuale. Così per un giorno intero, senza permettersi una sola idea estranea, tiene l’attenzione fissa sopra questo esercizio ed ottiene ciò di cui ha bisogno.
In questa maniera uno yogi riesce a raggiungere in un giorno la stessa cosa che il monaco raggiunge in una settimana, e il fachiro in un mese.
Ma sulla quarta via la conoscenza è ancora più esatta e più perfetta. 
L'uomo che la segue conosce con precisione di quali sostanze ha bisogno per raggiungere i suoi scopi e sa che queste sostanze possono essere elaborate nel corpo con un mese di sofferenza fisica, una settimana di tensione emozionale o un giorno di esercizi mentali — e anche, che queste sostanze possono essere introdotte nell'organismo dal di fuori, se si sa come fare. E così, invece di passare un giorno intero in esercizi come lo yogi, una settimana in preghiere come il monaco, e un mese in supplizi come il fachiro, l'uomo che segue la quarta via si accontenta di preparare e di ingoiare una piccola pillola che contiene tutte le sostanze richieste e in questo modo, senza perdere tempo, ottiene i risultati voluti.
Bisogna ancora notare, disse G., che oltre a queste vie giuste e legittime, vi sono anche vie artificiali che non danno che risultati temporanei e vie decisamente sbagliate che possono anche dare risultati permanenti, ma nefasti. Pure su queste vie l'uomo cerca la chiave della quarta stanza e qualche volta la trova. Ma ciò che trova nella quarta stanza, non ci è dato sapere.
Accade anche che la porta della quarta stanza venga aperta artificialmente con un grimaldello e in entrambi i casi è possibile che la stanza sia vuota.
Con ciò G. terminò di parlare. 
Ad una delle riunioni seguenti si parlò ancora una volta delle vie.
Per un uomo di cultura occidentale, io dicevo, è naturalmente difficile credere e accettare l'idea che un fachiro ignorante, un monaco ingenuo, o uno yogi separato dal mondo possano essere sulla via dell'evoluzione, mentre un europeo colto, armato della sua 'scienza esatta' e degli ultimi metodi di investigazione, non ha alcuna possibilità e gira in un cerchio dal quale non può sperare di uscire.
Sì, ed è perché la gente crede nel progresso e nella cultura, disse G., Ma non vi è nessun progresso di nessun genere. Ogni cosa è esattamente com'era migliaia e decine di migliaia di anni fa. La forma esteriore cambia. L'essenza non cambia. L'uomo resta esattamente lo stesso. Le persone colte e civilizzate vivono con gli stessi interessi dei selvaggi più ignoranti. La civiltà moderna è basata sulla violenza, la schiavitù e le belle frasi; ma tutte le belle frasi sulla civiltà ed il progresso non sono che parole.
Questo naturalmente produceva un'impressione particolarmente profonda su di noi, poiché veniva detto nel 1916, quando l'ultima dimostrazione della 'civiltà', una guerra quale il mondo non aveva mai visto, non faceva che crescere ed ampliarsi trascinando milioni di uomini nella sua orbita.
Mi ricordavo d'aver visto alcuni giorni prima, sulla Liteyny, due enormi camion carichi sino all'altezza di un primo piano di stampelle di legno nuove e neppure ancora verniciate. Non so perché, quei camion mi avevano particolarmente colpito. In quelle montagne di stampelle per gambe che non erano ancora state falciate, vi era un'ironia particolarmente cinica su tutte le illusioni in cui la gente si culla. Mio malgrado, immaginavo che camion esattamente simili stavano attraversando Berlino, Parigi, Vienna, Londra, Roma e Costantinopoli. E adesso tutte queste città che io conoscevo e che amavo, proprio perché erano così diverse e contrastanti, mi erano diventate ostili, come erano ormai ostili le une alle altre, separate da nuove muraglie di odio e di crimini.
Un giorno in cui eravamo riuniti, parlai di questi camion carichi di stampelle e dei pensieri che erano sorti in me.
Ma che volete, disse G. Gli uomini sono macchine. Le macchine sono obbligatoriamente cieche, incoscienti, non possono essere altrimenti, e tutte le loro azioni devono corrispondere alla loro natura. Tutto accade. Nessuno fa nulla. Progresso e civiltà nel senso reale di queste parole, possono apparire soltanto al termine di sforzi coscienti. Non possono apparire come risultato di azioni incoscienti e meccaniche.
Quali sforzi coscienti potrebbe fare una macchina? E se una macchina è incosciente, cento macchine lo sono pure, e mille e diecimila e milioni di macchine. Ora, l'attività incosciente di milioni di macchine deve necessariamente concludersi in sterminio e rovina. È precisamente nelle manifestazioni incoscienti e involontarie che sta tutto il male. Voi non capite ancora e non potete immaginare tutte le conseguenze di questo flagello. Ma verrà il giorno in cui comprenderete.
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CAPITOLO TERZO.
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Nel novembre del 1915 avevo già afferrato alcuni punti fondamentali dell'insegnamento psicologico di G. Il primo, quello sul quale insisteva maggiormente, era l’assenza di unità nell'uomo.
Il più grande errore, egli diceva, è credere che l'uomo abbia un'unità permanente. Un uomo non è mai uno. Continuamente egli cambia. Raramente rimane identico, anche per una sola mezz'ora. Noi pensiamo che un uomo chiamato Ivan sia sempre Ivan. Ma non è così. Ora è Ivan, in un altro momento è Pietro, e un minuto più tardi Nicola, Sergio, Matteo, Simone, anche se tutti pensiamo che sia sempre Ivan. Sapete che Ivan non può commettere certe azioni, mentire per esempio, ed ora scoprite che Ivan ha mentito e siete tutti sorpresi che lui, Ivan, abbia potuto fare questo. Infatti, Ivan non può mentire, è Nicola che ha mentito ed a ogni occasione Nicola mentirà nuovamente, perché Nicola non può fare a meno di mentire. Rimarrete stupiti rendendovi conto della moltitudine di questi Ivan e Nicola che vivono in un solo uomo. Se imparerete ad osservarvi non avrete più bisogno di andare al cinema.
Tutto ciò, domandai, ha qualcosa a che fare con la coscienza delle diverse parti ed organi del corpo? Credo di capire ciò che avete detto, perché ho sovente sentito la realtà di queste coscienze. So che non soltanto ogni organo, ma ogni parte del corpo avente una distinta funzione, ha una coscienza sua propria; vi è una coscienza della mano destra e una coscienza della mano sinistra. È questo che volete dire?.
Non del tutto, disse G. Anche queste coscienze esistono, ma sono relativamente innocue. Ognuna di esse conosce il suo posto e sa quello che deve fare. Le mani sanno di dover lavorare, i piedi di dover camminare.
Ma questi Ivan, Pietro, Nicola, sono del tutto diversi: si chiamano tutti 'IO', ossia si considerano come padroni e nessuno di loro vuole riconoscerne un altro. Ciascuno di essi è il Califfo per un'ora, fa ciò che gli piace senza riguardi per nessuno: saranno poi gli altri a farne le spese. Nessun ordine regna fra di loro. Colui che si impone è il padrone. Distribuisce frustate da tutte le parti senza tener conto di nulla. Il momento seguente però, quando un altro avrà preso la frusta, toccherà a lui riceverne i colpi. E cosi vanno le cose per tutta la vita. Immaginate un paese in cui ciascuno possa essere re per cinque minuti, e durante questi cinque minuti fare del suo regno tutto ciò che vuole. Ecco la nostra vita.
G. ritornò ancora una volta sull'idea dei diversi corpi dell'uomo.
Che l'uomo possa avere più corpi, disse, deve essere compreso come un'idea, come un principio, benché questo non possa applicarsi a noi. Noi sappiamo infatti di avere un corpo fisico e non sappiamo nient'altro. Ed è il corpo fisico che dobbiamo studiare, pur ricordandoci che la questione non si limita al corpo fisico e che certi uomini possono avere due, tre e più corpi. Ma per noi, personalmente, cambia forse qualche cosa? Rockefeller, in America, può avere dei milioni, ma non saranno certo i suoi milioni ad aiutarmi se io non ho niente da mangiare. Si tratta proprio di una situazione analoga. Ognuno pensi 
dunque a se stesso; è inutile e insensato fare affidamento sugli altri o consolarsi con il pensiero delle ricchezze altrui.
Come si può sapere se un uomo possiede un corpo astrale?, domandai.
Vi sono modi precisi per riconoscerlo. In certe condizioni, il corpo astrale può essere visto; può essere separato e persino fotografato a lato del corpo fisico. Ma è più facile stabilire l'esistenza del corpo astrale semplicemente considerando le sue funzioni. Il corpo astrale ha delle funzioni definite, che il corpo fisico non può avere e la presenza o l'assenza di queste funzioni ci indica la presenza o l'assenza del corpo astrale. Ma è prematuro parlare di questo, tutta la nostra attenzione deve portarsi ora sullo studio del corpo fisico. È indispensabile capire la struttura della macchina umana. Il nostro principale errore è credere di avere un cervello solo. Le funzioni di questo cervello le chiamiamo: il cosciente; tutto ciò che apparentemente non rientra in esse lo chiamiamo: l'inconscio o il subcosciente. È questo il nostro errore capitale. Parleremo più tardi del conscio e dell'inconscio.
Per ora vorrei chiarire come l'attività della macchina umana, cioè del corpo fisico, sia retta non da uno, ma da più cervelli indipendenti gli uni dagli altri, aventi funzioni distinte e distinti campi di manifestazione.
Questa è la prima cosa da comprendere, poiché da essa dipende ogni ulteriore comprensione.
G. parlò in seguito delle differenti funzioni dell'uomo e dei centri che le controllano, così come sono esposte nelle conferenze psicologiche.
Queste spiegazioni e tutte le conversazioni che ne derivarono presero molto tempo poiché ritornavamo quasi ogni volta sulle idee fondamentali della 'meccanicità' dell'uomo, della sua assenza di unità, della sua impossibilità di scelta, incapacità di fare e così via. Naturalmente è impossibile ricostruire tutte queste conversazioni esattamente come si svolsero. Per tale ragione ho suddiviso tutto il materiale cosmologico in due serie distinte di conferenze.
A questo proposito, deve essere notato che le idee non ci furono date nella forma nella quale sono esposte nelle mie Conferenze.
G. rivelava le idee a poco a poco, come se le difendesse o le proteggesse da noi. Quando toccava dei nuovi temi, la prima volta dava soltanto i principi generali, non rivelando il più essenziale. Talvolta egli stesso indicava le apparenti contraddizioni nelle idee da lui esposte, contraddizioni dovute precisamente a queste sue riserve ed omissioni.
La volta dopo, riprendendo lo stesso soggetto, possibilmente sotto un diverso punto di vista, risolveva qualcosa di più e più ancora la volta successiva. Quando si trattò l'argomento delle funzioni dei centri, la prima volta parlò soltanto di tre centri: intellettuale, emozionale, motore, e cercò di farci distinguere queste funzioni, trovare degli esempi, e così via. Solo in seguito aggiunse il centro istintivo, parlandone come di una macchina indipendente ed autosufficiente, poi il centro sessuale.
Ricordo che alcune sue osservazioni richiamarono particolarmente la mia attenzione. Per esempio, parlando del centro sessuale, diceva che esso praticamente non lavora mai in modo autonomo, ma sempre asservito ad altri centri: intellettuale, emozionale, istintivo e motore.
Parlando dell'energia dei centri, ritornava sovente su ciò che chiamava il loro cattivo lavoro e sulla parte che ha il centro sessuale in questo lavoro.
Parlava molto di come tutti i centri rubano energia al centro sessuale, producendo con essa un pessimo lavoro, fatto di inutili eccitamenti e come il centro sessuale riceva a sua volta un'energia inutilizzabile, con la quale è incapace di lavorare. Ricordo queste parole: È una grande cosa quando il centro sessuale lavora con l'energia sua propria, ma questo accade molto raramente.
Mi ricordo anche di una sua precisazione che più tardi mi permise di individuare la causa di un gran numero di falsi ragionamenti e di erronee conclusioni. Diceva che i tre centri inferiori, istintivo, motore e sessuale, lavorano uno in rapporto all'altro come tre forze. E che il centro sessuale, normalmente, ha la funzione di forza neutralizzante in rapporto ai centri istintivo e motore che agiscono come forza attiva e passiva.
Il metodo di esposizione di cui sto parlando e le restrizioni di G. nelle sue prime spiegazioni, diedero luogo a molteplici malintesi, soprattutto nei gruppi che vennero dopo il mio, con i quali io non lavoravo.
Parecchie persone trovavano delle contraddizioni tra la prima esposizione di una certa idea e le spiegazioni che seguivano; talvolta la ricerca di attenersi il più possibile alla prima esposizione, li conduceva ad elaborare teorie fantastiche senza relazione con ciò che G. aveva detto. Così l'idea dei tre centri era accettata da certi gruppi con i quali, lo ripeto, non avevo alcuna relazione. E questa idea era collegata in qualche modo a quella delle tre forze, con la quale in realtà non ha rapporto, soprattutto perché non vi sono tre centri nell'uomo ordinario, ma cinque.
Questo accoppiamento di due nozioni d'ordine, scala e significato diverso, dava origine a molti altri malintesi e falsava completamente, per quelli che pensavano in tal modo, tutto il sistema. È possibile che l'idea dei tre centri (intellettuale, emozionale e motore) quale espressione delle tre forze, sia nata dalle osservazioni di G. sulla natura delle relazioni dei tre centri del piano inferiore, erroneamente comprese e riferite.
Durante le prime conversazioni sui centri, G. aggiungeva qualcosa di nuovo quasi ad ogni riunione. Come ho già detto, egli parlò prima di tre centri, in seguito di quattro, di cinque ed infine di sette centri.
Delle suddivisioni dei centri non si parlava quasi mai. G. diceva che i centri erano suddivisi in due parti, una positiva ed una negativa, non specificando che tale divisione non è identica per tutti i centri. Diceva che ciascun centro è diviso in tre parti o tre piani a loro volta divisi in tre; ma non dava degli esempi e neppure metteva in rilievo come lo studio dell'attenzione renda possibile distinguere il lavoro delle diverse parti dei centri.
Tutto questo e molte altre cose dovevano essere stabilite più tardi.
Per esempio, benché egli avesse incontestabilmente posto i principi fondamentali per lo studio delle emozioni negative e del loro ruolo e significato, e avesse fornito i metodi per lottare contro di esse, metodi che si riferiscono alla non-identificazione, alla non-considerazione ed alla non-espressione di queste emozioni, non sviluppò queste teorie, e neppure spiegò che le emozioni negative sono del tutto superflue e che non esiste per esse alcun centro normale.
Cercherò di riferire tutto ciò che è stato detto nei gruppi di Pietroburgo e in quelli successivi, così come lo ricordo, evitando di ripetere quanto è stato già esposto nell'Evoluzione inferiore dell'uomo. Tuttavia, è impossibile in certi casi evitare le ripetizioni e d'altra parte una esposizione fedele delle idee dell'insegnamento come G. le trasmetteva, presenta secondo me un grande interesse.
Qualcuno domandò durante una riunione: Come si deve comprendere l'evoluzione?.
L'evoluzione dell'uomo, rispose G., può essere considerata come l'evolversi in lui di quelle facoltà e di quei poteri che non si sviluppano mai da soli, ossia meccanicamente. Solo questo tipo di sviluppo, solo questo tipo di crescita caratterizza la vera evoluzione dell'uomo.
Non c'è e non può esserci alcun altro tipo di evoluzione.
Consideriamo l'uomo nella fase attuale del suo sviluppo: la natura lo ha fatto così com'è, e, preso collettivamente, da quanto si può vedere, rimarrà tale e quale. I cambiamenti che potrebbero violare le generali esigenze della natura non possono prodursi che per singoli individui.
Per comprendere la legge dell'evoluzione dell'uomo è necessario capire che, oltre un certo grado, questa evoluzione non è per nulla necessaria, ossia non è necessaria alla natura in nessun momento del proprio sviluppo. Per parlare con maggiore precisione, l'evoluzione dell'umanità corrisponde all'evoluzione dei pianeti, ma il processo evolutivo dei pianeti si svolge secondo cicli di tempo per noi infinitamente lunghi. Nello spazio di tempo che può essere abbracciato dal pensiero umano, nessun cambiamento essenziale può verificarsi nella vita dei pianeti, e di conseguenza nessun cambiamento essenziale può verificarsi nella vita dell'umanità.
L'umanità non progredisce e neppure evolve. Ciò che ci sembra essere progresso o evoluzione non è che una parziale modificazione che può essere immediatamente controbilanciata da una corrispondente modificazione nella direzione opposta.
L'umanità, come il resto della vita organica, esiste sulla terra per le necessità e gli scopi propri alla terra. Ed essa è esattamente ciò che deve essere per rispondere ai bisogni della terra al momento attuale.
Solo un pensiero così teorico e così separato dai fatti quale il pensiero europeo moderno, poteva concepire che un'evoluzione dell'uomo fosse possibile indipendentemente dalla natura che lo circonda, oppure considerare l'evoluzione dell'uomo come una graduale conquista della natura. Questo è assolutamente impossibile. Che egli viva, muoia, evolva o degeneri, l'uomo serve egualmente le finalità della natura o, piuttosto, la natura si serve allo stesso modo, sebbene forse per differenti scopi, dei prodotti sia dell'evoluzione che della degenerazione. L'umanità, considerata come un tutto, non può mai sfuggire alla natura, poiché l'uomo agisce in conformità agli scopi della natura, anche quando lotta contro di essa. L'evoluzione di grandi masse umane è opposta 
alle finalità della natura, mentre quella di una piccola percentuale di uomini può essere in accordo con tali finalità.
L'uomo contiene in se stesso la possibilità della propria evoluzione, ma l'evoluzione dell'umanità nel suo insieme, cioè lo sviluppo di questa possibilità in tutti, gli uomini o nella maggior parte di essi, o anche in un grande numero, non è necessaria ai disegni della terra o del mondo planetario in generale: 
questo anzi potrebbe essere pregiudizievole o persino fatale all'umanità. Vi sono di conseguenza speciali forze, di carattere planetario, che si oppongono all'evoluzione di grandi masse umane e che le mantengono al livello in cui esse devono restare.
Per esempio, l'evoluzione dell'umanità oltre un certo limite, o più esattamente oltre una certa percentuale, sarebbe fatale alla luna. Attualmente la luna si nutre della vita organica, si nutre dell'umanità. L'umanità è una parte della vita organica; questo significa che l'umanità è un nutrimento per la luna. Se tutti gli uomini divenissero troppo intelligenti, non vorrebbero più essere mangiati dalla luna.
Ma, allo stesso tempo, le possibilità di evoluzione esistono e possono essere sviluppate in individui distinti, con l'aiuto di conoscenze e metodi appropriati. Tale sviluppo può soltanto avere luogo nell'interesse dell'uomo, in opposizione alle forze e, si potrebbe dire, agli interessi del mondo planetario. Una cosa l'uomo deve ben comprendere: la sua evoluzione non è necessaria che a lui. Nessun altro vi è interessato, ed egli non deve contare sull'aiuto di nessuno; infatti, nessuno è tenuto ad aiutarlo e neppure ne ha l'intenzione. Al contrario, le forze che si oppongono all'evoluzione di grandi masse umane, si oppongono anche all'evoluzione del singolo. Spetta a ciascuno di eluderle. E se un uomo può sottrarsi ad esse, l'umanità non lo può.
Comprenderete più tardi come questi ostacoli siano utili; se non esistessero bisognerebbe crearli intenzionalmente, poiché soltanto vincendo degli ostacoli l'uomo può sviluppare in sé le qualità di cui ha bisogno.
Queste sono le basi per una visione corretta dell'evoluzione umana.
Non esiste evoluzione obbligatoria, meccanica. L'evoluzione è il risultato di una lotta cosciente. La natura non ha bisogno di tale evoluzione; anzi non la vuole e la combatte. L'evoluzione può essere necessaria soltanto a colui che si renda conto della sua situazione e della possibilità di cambiarla, e si renda conto che ha dei poteri che non usa e delle ricchezze che non vede. Ed è nel senso della presa di possesso di questi poteri e di queste ricchezze che l'evoluzione è possibile; ma se tutti gli uomini o la maggior parte di essi comprendessero questo e desiderassero di ottenere quello che loro spetta per diritto di nascita, l'evoluzione, lo ripeto, diverrebbe impossibile. Ciò che è possibile per il singolo è impossibile per le masse.
L'individuo ha il vantaggio di essere molto piccolo e di conseguenza di non contare nell'economia generale della natura, dove non fa nessuna differenza che ci sia un uomo meccanico in più o in meno.
Possiamo farci un'idea di questo rapporto di grandezze se immaginiamo il rapporto esistente tra una cellula microscopica e il nostro corpo intero. La presenza o l'assenza di una cellula non cambia niente nella vita del corpo. Noi non possiamo esserne coscienti e questo non può avere influenza sulla vita e le funzioni dell'organismo. Esattamente nello stesso modo un individuo distinto è troppo piccolo per influenzare la vita dell'organismo cosmico, con il quale egli si trova (per quanto riguarda le dimensioni) nello stesso rapporto che una cellula ha con il nostro intero organismo; ed è questo precisamente ciò che rende la sua 'evoluzione' possibile, ciò su cui si basano le sue 'possibilità'.
Riguardo all'evoluzione è indispensabile comprendere fin dall'inizio, che non esiste la possibilità di una evoluzione meccanica. L'evoluzione dell'uomo è l'evoluzione della sua coscienza. E la 'coscienza' non può evolvere inconsciamente. L'evoluzione dell'uomo è l'evoluzione della sua volontà, e la Volontà' non può evolversi involontariamente. L'evoluzione dell'uomo è l'evoluzione del suo potere di fare, e 'fare' non può essere il risultato di ciò che 'accade'.
La gente non sa che cosa è l'uomo. Si trova alle prese con una macchina molto complicata, molto più complicata di una locomotiva, di un'auto o di un aereo, ma non sa nulla o quasi nulla della struttura, della marcia e delle possibilità di questa macchina; non capisce neppure le sue più semplici funzioni perché non conosce lo scopo di queste funzioni. Immagina vagamente che un uomo dovrebbe imparare a guidare la sua macchina, come deve imparare a guidare una locomotiva, un'auto o un aereo, e che una manovra incompetente della macchina umana, è altrettanto pericolosa di una manovra incompetente di qualsiasi altra macchina. Tutti se ne rendono conto quando si tratta di un aereo, di un'auto o di una locomotiva. Ma è molto raro che si prenda la cosa in considerazione quando si tratta dell'uomo in generale o di se stessi in particolare. Si crede giusto e legittimo pensare che la natura abbia dato all'uomo la conoscenza necessaria della propria macchina; tuttavia si converrà che una conoscenza istintiva di questa macchina è lungi dall'essere sufficiente. Perché gli uomini studiano la medicina e ricorrono ai suoi servizi? Evidentemente perché si rendono conto di non conoscere la propria macchina. Ma non sospettano che 
potrebbero conoscerla molto meglio di quanto fa la scienza e che potrebbero allora ottenerne un lavoro completamente differente.
Molto sovente, quasi ad ogni riunione, G. ritornava sull'assenza di unità nell'uomo.Uno dei più gravi errori dell'uomo, diceva, quello che deve essergli costantemente ricordato, è la sua illusione riguardo al suo 'Io'.
L'uomo così come lo conosciamo, l'uomo macchina, l'uomo che non può 'fare', per il quale e attraverso il quale 'tutto accade' non può avere un 'Io' permanente ed unico. Il suo 'io' cambia velocemente come i suoi pensieri, i suoi sentimenti, i suoi umori, ed egli commette un errore profondo quando si considera come se fosse sempre una sola e stessa persona; in realtà egli è sempre una persona differente; non è mai quello che era un momento prima.
L'uomo non ha un 'Io' permanente ed immutabile. Ogni pensiero, ogni umore, ogni desiderio, ogni sensazione dice 'Io'. E ogni volta sembra doversi ritenere certo che questo 'io' appartiene alla Totalità dell'uomo, all'uomo intero, e che un pensiero, un desiderio, un'avversione sono l'espressione di questa Totalità. In realtà nessuna prova può essere portata per convalidare questa affermazione. Ogni pensiero dell'uomo, ognuno dei suoi desideri si manifesta e vive in un modo completamente indipendente e separato dalla sua Totalità. E la Totalità dell'uomo non si esprime mai, per la semplice ragione che non esiste come tale, salvo che fisicamente come una cosa, ed astrattamente come un concetto. L'uomo non ha un 'Io' individuale. Al suo posto vi sono centinaia e migliaia di piccoli 'io' separati che il più delle volte si ignorano, non hanno alcuna relazione, o, al contrario, sono ostili gli uni agli altri, esclusivi ed incompatibili. Ad ogni attimo, ad ogni momento, l'uomo dice o pensa 'Io'. Ed ogni volta il suo 'io' è differente. Un attimo fa era un pensiero, ora è un desiderio, poi una sensazione, poi un altro pensiero e così via, senza fine. L'uomo è una pluralità. Il nome dell'uomo è legione.
L'alternarsi di questi 'io', le loro lotte manifeste, di ogni istante, per la supremazia, sono comandate dalle influenze esteriori accidentali.
Il calore, il sole, il bel tempo richiamano subito tutto un gruppo di 'io'. Il freddo, la pioggia, la nebbia richiamano un altro gruppo di 'io', altre associazioni, altri sentimenti, altre azioni. E non c'è niente nell'uomo che sia in grado di controllare i cambiamenti di questi 'io', principalmente perché l'uomo non li nota, o non, ne ha alcuna idea; egli vive sempre nell'ultimo 'io'. Alcuni, naturalmente, sono più forti degli altri, ma non della loro propria forza cosciente. Essi sono stati creati dalla forza degli avvenimenti o dagli stimoli meccanici esterni.
L'imitazione, l'educazione, la lettura, l'ipnotismo della religione, delle caste e delle tradizioni, o la seduzione degli ultimi slogans, danno origine nella personalità dell'uomo a degli 'io' molto forti che dominano intere serie di altri 'io' più deboli. Ma la loro forza non è che quella dei rulli nei centri. E tutti questi 'io' che costituiscono la personalità dell'uomo hanno la stessa origine delle incisioni sui rulli: sia gli uni che gli altri sono i risultati delle influenze esteriori e sono messi in movimento e comandati dalle influenze del momento.
...
NOTA: I rulli, o dischi di grammofono, un tempo usati per l'incisione del sonoro, sono descritti nell'opera l'Evoluzione inferiore dell'uomo dello stesso autore. Hanno funzione di apparecchi di registrazione di ogni centro sui quali vengono ad incidersi le impressioni. L'insieme delle incisioni di questi rulli,  costituisce la memoria, il materiale di associazione di un uomo. FINE NOTA.
...L'uomo non ha individualità. Non ha un grande 'Io' unico. L'uomo è diviso in una moltitudine di piccoli 'io'.
Ed ogni piccolo 'io' separato è capace di chiamare se stesso col nome della Totalità, di agire in nome della Totalità, di fare delle promesse, prendere delle decisioni, essere d'accordo o non essere d'accordo con quello che un altro 'io', o la Totalità dovrebbe fare. Questo spiega perché la gente prende così spesso delle decisioni e le mantiene così raramente. Un uomo decide di alzarsi presto, cominciando dall'indomani.
Un 'io', o un gruppo di 'io', prende questa decisione. Ma l'alzarsi è una cosa che riguarda un altro 'io', che non è affatto d'accordo, e che può persino non essere stato messo al corrente della cosa. Naturalmente quest'uomo continuerà a dormire il mattino seguente e la sera deciderà di nuovo di alzarsi presto. In certi casi questo può comportare conseguenze molto spiacevoli. Un piccolo 'io' accidentale può, a un certo momento, fare una promessa, non a se stesso, ma a qualcun altro, semplicemente per vanità o per divertimento. Poi scompare, ma l'uomo, ossia l'insieme degli altri 'io' che sono assolutamente innocenti, dovrà forse pagare tutta la vita per questo scherzo. È la tragedia dell'essere umano, che qualunque piccolo 'io' abbia così il potere di 
firmare assegni e cambiali e che sia in seguito l'uomo, ossia la totalità, che debba farvi fronte. Vite intere trascorrono così, per regolare dei debiti contratti da piccoli 'io' accidentali.
Gli insegnamenti orientali contengono varie immagini allegoriche che cercano di ritrarre la natura dell'essere umano da questo punto di vista.
Secondo uno di essi, l'uomo è paragonato a una casa senza Padrone né sovrintendente, occupata da una moltitudine di servitori che hanno interamente dimenticato i loro doveri: nessuno vuole fare ciò che deve; ognuno cerca di essere il padrone, non fosse che per un momento, e, in questa specie di anarchia, la casa è minacciata dai più gravi pericoli. La sola speranza di salvezza è che un gruppo di servitori più sensati si riuniscano ed eleggano un sovrintendente temporaneo, cioè un sovrintendente delegato. Questo sovrintendente delegato può allora mettere gli altri servitori al loro posto, e costringere ognuno a fare il proprio lavoro: la cuoca in cucina, il cocchiere nella scuderia, il giardiniere in giardino, e così via. In questo modo, la 'casa' può essere pronta per l'arrivo del vero sovrintendente, il quale a sua volta preparerà l'arrivo del vero Padrone.
Il paragone dell'uomo con una casa che aspetta l'arrivo del padrone è frequente negli insegnamenti orientali che hanno conservato tracce dell'antica conoscenza e, come sapete, questa idea appare sotto varie forme, anche in molte parabole dei Vangeli.
Ma anche se l’uomo comprendesse nel modo più chiaro le sue possibilità, questo non lo farebbe progredire di un solo passo verso la loro realizzazione. Per essere in grado di realizzare queste possibilità, deve avere un desiderio di liberazione molto forte, deve essere pronto a sacrificare tutto, a rischiare tutto per la propria liberazione.
A questo periodo si ricollegano due conversazioni interessanti.
Avevo mostrato a G. una fotografia che avevo fatta a Benares di un 'fachiro su un letto di chiodi'.
Questo fachiro non era semplicemente un abile giocoliere come quelli che avevo visto a Ceylon, benché fosse senza dubbio un 'professionista'.
Mi era stato detto che in un cortile della Moschea Aurangzeb, sulla sponda del Gange, vi era un fachiro coricato su un letto irto di punte di ferro. Il fatto aveva un che di molto misterioso e terrificante. Ma quando vi arrivai vi era solo il letto di chiodi senza il fachiro. Mi venne detto che il fachiro era andato a prendere la vacca. Quando andai per la seconda volta, il fachiro c'era, ma non era coricato sul suo letto e, per quanto potei comprendere, non vi prendeva posto che all'arrivo degli spettatori. Per una rupia mi mostrò tutta la sua arte. Si coricava veramente, quasi nudo, sul letto che era irto di lunghi chiodi di ferro, molto appuntiti. E, benché evidentemente facesse attenzione a non fare movimenti bruschi, si voltava e rivoltava sui chiodi, poggiava con tutto il suo peso su di essi con la schiena, le costole, lo stomaco, senza che essi penetrassero in lui né lo scorticassero. Gli scattai due fotografie, ma non potei spiegarmi il significato del fenomeno. Questo fachiro non dava l'impressione di essere un uomo intelligente o religioso; il suo 
viso aveva una espressione atona, annoiata ed indifferente e non c'era nulla in lui che parlasse di aspirazioni verso il sacrificio o la sofferenza.
Raccontai tutto ciò a G. mostrandogli la foto e gli domandai ciò che ne pensasse.
“È difficile spiegarlo in due parole, rispose G. Innanzitutto, evidentemente quell'uomo non è un 'fachiro' nel senso in cui ho usato questo termine.
Tuttavia avete ragione di pensare che non si tratti proprio di un trucco. Egli stesso non sa come fa. Se voi gli aveste dato una buona mancia, sareste forse riuscito a farvi raccontare ciò che sa; allora egli probabilmente vi avrebbe detto di conoscere una certa parola che deve dire a se stesso, dopo di che può coricarsi sui chiodi. Può darsi che avrebbe perfino acconsentito a dirvi questa parola. Ma ciò non vi sarebbe stato di alcuna utilità, perché la parola sarebbe stata del tutto comune e non avrebbe avuto il minimo effetto su di voi. Quest'uomo veniva da una scuola ma in questa scuola non era un allievo, egli era un esperimento. Ci si serviva di lui per degli esperimenti. Certamente era stato ipnotizzato parecchie volte e, sotto l'ipnosi, la sua pelle era stata resa insensibile ai chiodi e capace di resistere. La cosa è d'altronde possibile, in piccolo, anche ai comuni ipnotizzatori europei. Successivamente, 
l'insensibilità e l'impenetrabilità della pelle sono state rese permanenti in lui per mezzo di una suggestione post-ipnotica. Sapete che cos'è la suggestione post-ipnotica? Un uomo viene addormentato e gli si dice che cinque ore dopo il suo risveglio dovrà fare una certa azione o pronunciare una certa parola, che in quel momento preciso avrà sete, o crederà di essere morto o qualche altra cosa del genere.
Dopo di che lo si risveglia. A quell'ora precisa egli proverà un desiderio irresistibile di fare ciò che gli è stato suggerito; oppure, ricordandosi della parola che gli è stata detta, egli la pronuncerà e cadrà immediatamente in trance. Ecco esattamente la storia del vostro 'fachiro'.
L'hanno abituato a coricarsi sui chiodi sotto ipnosi, poi gli hanno detto che tutte le volte che avrebbe pronunciato una certa parola sarebbe stato di nuovo capace di farlo. Questa parola lo pone in uno stato ipnotico. È questa la ragione per cui egli ha lo sguardo così addormentato, così apatico; succede spesso in casi simili. Forse hanno lavorato su di lui per lunghi anni; poi l'hanno semplicemente lasciato andare a vivere come poteva. Allora ha installato questo letto irto di chiodi guadagnando probabilmente in questo modo qualche rupia la settimana. In India ci sono molti uomini come lui. Le scuole li prendono per le loro esperienze; e generalmente li comprano ancora bambini, da genitori che ne traggono profitto. Ma è ovvio che quell'uomo non comprende nulla di ciò che fa, né del modo in cui lo fa.
Questa spiegazione mi interessò molto perché non ne avevo mai letta né sentita una simile.
In tutti i tentativi di spiegazione che avevo incontrato sui miracoli dei fachiri', o i miracoli erano 'spiegati' come trucchi oppure si pretendeva che l'esecutore sapesse molto bene ciò che faceva e che, se non rivelava il suo segreto, era perché non lo voleva, o aveva paura di farlo. Nel caso presente il punto di vista era del tutto diverso. La spiegazione di G. mi sembrava non soltanto probabile, ma, oso dirlo, la sola possibile. Il fachiro stesso non sapeva come operava il suo 'miracolo' e, naturalmente, non avrebbe potuto spiegarlo.
Stavamo parlando, in un'altra occasione, del Buddismo di Ceylon.
Io avevo espresso l'opinione che i buddisti devono avere una magia, della quale non riconoscono l'esistenza e la cui stessa possibilità è negata dal buddismo ufficiale. Senza alcun rapporto con questa osservazione e mentre, se ben ricordo, stavo mostrando la mia fotografia a G., gli parlai di un piccolo reliquario che avevo visto in una casa di amici a Colombo, dove vi era, come di consueto, una statua del Budda e, ai piedi di questo Budda, un piccolo 'dagoba' in avorio a forma di campana, ossia una piccola riproduzione cesellata di un vero dagoba, vuoto all'interno. I miei ospiti lo aprirono in mia presenza e mi mostrarono qualcosa che era considerato come una reliquia: una pallina rotonda della misura di una palla di fucile di grosso calibro, 
cesellata, mi pareva, in una specie d'avorio o di madreperla.
G. mi ascoltava attentamente. 
Non vi hanno spiegato il significato di questa pallina? domandò.
Mi hanno detto che si trattava di un frammento di ossa di uno dei discepoli del Budda; che era una reliquia sacra molto antica.
Sì e no, disse G.. L'uomo che vi ha mostrato il frammento di osso, come voi dite, non sapeva nulla o non voleva dirvi nulla. Infatti, non era un frammento di osso ma una formazione ossea particolare che appare intorno al collo come una specie di collana, in seguito a certi esercizi speciali. Avete già sentito l'espressione: 'collana di Budda'?.
Sì, dissi, ma il senso è tutto diverso. È la catena delle reincarnazioni del Budda che viene chiamata 'collana di Budda' .
È vero, disse, questo è uno dei significati di tale espressione, ma io parlo di un altro significato. Questa collana ossea che circonda il collo, sotto la pelle, è direttamente legata a ciò che viene chiamato 'corpo astrale'. Il corpo astrale vi è in qualche modo collegato, o per essere più precisi, questa 'collana' collega il corpo fisico al corpo astrale.
Ora, se il corpo astrale continua a vivere dopo la morte del corpo fisico, la persona che possiede un osso di questa 'collana' potrà sempre comunicare con il corpo astrale del morto. Questa è la loro magia.
Ma non ne parlano mai apertamente. Voi avete dunque ragione di dire che essi hanno una magia, e ne abbiamo qui un esempio. Ciò non significa che l'osso che avete visto sia veramente un osso. Ne troverete altri quasi in ogni casa; vi parlo soltanto della credenza che è alla base di questa usanza.
E dovevo ammettere ancora una volta di non aver mai incontrato una tale spiegazione.
G. abbozzò per me un disegno indicando la posizione degli ossicini sotto la pelle; essi formavano, alla base della nuca, un semicerchio che cominciava un po' prima delle orecchie. Questo disegno mi ricordò immediatamente la solita rappresentazione schematica dei gangli linfatici del collo, così come si possono vedere sulle tavole anatomiche. Ma non riusc Il a saperne di più.
...
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CAPITOLO QUARTO.
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...
Ciò che G. andava esponendo, suscitava molte conversazioni nei nostri gruppi.
Molte cose non erano ancora chiare per me. Tuttavia parecchi elementi si erano già collegati e talvolta, in un modo del tutto inatteso, una cosa ne chiariva un'altra, che non sembrava avere il minimo rapporto con questa. Alcune parti del sistema cominciavano vagamente a prendere forma come una figura o un paesaggio appaiono a poco a poco su una lastra fotografica durante lo sviluppo. Ma c'erano ancora parecchi spazi bianchi e incompleti, e ciò che si rivelava era talvolta tutto il contrario di ciò che mi aspettavo. Ma cercavo di non concludere e di attendere. Sovente una parola nuova o che non avevo ancora notato, poteva modificare l'intero quadro ed io ero obbligato a ricostruire tutto daccapo. Così dovevo arrendermi all'evidenza: ci sarebbe voluto ancora molto tempo prima che potessi stimarmi capace di delineare correttamente l'intero sistema. Ero sempre molto sorpreso di constatare come persone, venute ad una sola riunione, avessero compreso tutto di colpo, lo spiegassero agli altri e si formassero delle opinioni definitive non solo su ciò che noi avevamo detto, ma anche su di noi.
Devo confessare che a quel tempo mi ricordavo sovente del mio primo incontro con G. e la serata passata con il gruppo di Mosca. Anch'io allora ero stato sul punto di dare su G. e sui suoi allievi un giudizio definitivo. Ma qualcosa mi aveva fermato. E ora che incominciavo a rendermi conto del prodigioso valore di queste idee, ero quasi terrificato al pensiero di quanto facilmente avrei potuto lasciarmi sfuggire tutto, di quanto facilmente avrei potuto ignorare l'esistenza di G. e perderne le tracce, se non gli avessi chiesto di rivederlo.
Durante quasi tutte le sue spiegazioni G. ritornava su un tema che evidentemente considerava della massima importanza, ma che parecchi tra noi avevano molta difficoltà ad assimilare.
Lo sviluppo dell'uomo, egli diceva, si effettua secondo due linee, 'sapere' ed 'essere'. Ma affinché l'evoluzione avvenga correttamente, le due linee devono procedere insieme, parallele l'una all'altra e sostenersi reciprocamente. Se la linea del sapere sorpassa troppo quella dell'essere, e se la linea dell'essere sorpassa troppo quella del sapere, lo sviluppo dell'uomo non può farsi regolarmente; prima o poi deve fermarsi.
La gente afferra ciò che si intende per 'sapere'. Si riconosce che il sapere può essere più o meno vasto e di qualità più o meno buona.
Ma questa comprensione non viene applicata all'essere. Per essi l'essere significa semplicemente ' l'esistenza ' che contrappongono alla 'non esistenza'.
Non comprendono che l'essere può situarsi a livelli molto differenti e comportare diverse categorie. Prendete per esempio l'essere di un minerale e l'essere di una pianta. Sono due esseri differenti.
L'essere di una pianta e quello di un animale sono anch'essi due esseri differenti, e così pure l'essere di un animale e quello di un uomo. Ma due uomini possono differire nel loro essere più ancora di quanto un minerale e un animale differiscono tra loro. E questo è proprio ciò che le persone non comprendono. Non comprendono che il sapere dipende dall'essere. E non soltanto non lo comprendono, ma non lo vogliono comprendere. In modo particolare nella civiltà occidentale, si ammette che un uomo possa avere un vasto sapere, che per esempio egli possa essere un illustre sapiente, autore di grandi scoperte, un uomo che fa progredire la scienza, e nello stesso tempo possa essere, ed abbia il diritto di essere, un povero piccolo uomo egoista, cavilloso, meschino, invidioso, vanitoso, ingenuo e distratto. Sembra normale che un professore debba dimenticare dappertutto il suo ombrello. Eppure è proprio questo il suo essere. Ma si ritiene, in occidente, che il sapere di un uomo non dipende dal suo essere. Le persone accordano un valore massimo al sapere, ma non sanno accordare all'essere un valore eguale e non si vergognano del livello inferiore del loro essere. Non si comprende neppure ciò che questo significhi. Non si comprende che il grado del sapere di un uomo è in funzione del grado del suo essere.
Allorché il sapere sorpassa di troppo l'essere, esso diventa teorico, astratto, inapplicabile alla vita; può anche diventare nocivo, perché invece di servire la vita e aiutare le persone nella lotta contro le difficoltà questo sapere comincia a complicare tutto; di conseguenza non può che apportare nuove difficoltà, nuovi turbamenti ed ogni sorta di calamità che prima non esistevano.
La ragione di ciò è che il sapere, quando non è in armonia con l'essere, non potrà mai essere abbastanza grande, o per meglio dire, sufficientemente qualificato per i reali bisogni dell'uomo. Sarà il sapere di una cosa legato all'ignoranza di un'altra; sarà il sapere del particolare legato all'ignoranza del tutto, il sapere della forma che ignora l'essenza.
Una tale preponderanza del sapere sull'essere può essere constatata nella cultura attuale. L'idea del valore e dell'importanza del livello dell'essere è stata completamente dimenticata. Non si comprende più che il livello del sapere è determinato dal livello dell'essere. Effettivamente ad ogni livello di essere corrispondono determinate possibilità di sapere, ben definite. Nei limiti di un certo 'essere' la qualità del sapere non può essere cambiata; solo è possibile l'accumularsi di informazioni di una sola e medesima natura. Un cambiamento della natura del sapere è impossibile senza un cambiamento nella natura dell'essere.
Preso in sé, l'essere di un uomo presenta molteplici aspetti. Quello dell'uomo moderno si caratterizza soprattutto per l'assenza di unità in se stesso e per l'assenza della benché minima traccia di quelle proprietà che specialmente ama attribuirsi: la 'lucidità di ‘coscienza’, la 'volontà libera', un 'Ego permanente' o 'Io' e la 'capacità di fare'.
Sì, per stupefacente che ciò possa sembrarvi, vi dirò che la caratteristica principale dell'essere di un uomo moderno, e ciò spiega tutto ciò che gli manca, è il sonno.
L'uomo moderno vive nel sonno; nato nel sonno, egli muore nel sonno. Del sonno, del suo significato e della parte che ha nella vita, parleremo più tardi, ora riflettete soltanto su questo: che cosa può conoscere un uomo che dorme? Se ci pensate, ricordandovi nello stesso tempo che il sonno è la caratteristica principale del nostro essere, subito vi diverrà evidente che un uomo, se vuole realmente conoscere, deve innanzi tutto riflettere sulla maniera di svegliarsi, cioè sulla maniera di cambiare il suo essere.
Esteriormente l'essere dell'uomo ha molti differenti aspetti: attività o passività; veracità o malafede; sincerità o falsità; coraggio, vigliaccheria; 
autocontrollo, sfrontatezza; irritabilità, egoismo, disposizione al sacrificio, orgoglio, vanità, presunzione, assiduità, pigrizia, senso morale, 
depravazione; tutte queste caratteristiche e molte altre compongono l'essere di un uomo.
Ma tutto questo nell'uomo è interamente meccanico. Se egli mente, questo significa che egli non può fare a meno di mentire. Se dice la verità, questo significa che non può fare a meno di dire la verità, e così è per tutto. Tutto accade; un uomo non può fare niente, né interiormente né esteriormente.
Ci sono tuttavia dei limiti. Come regola generale, l'essere dell'uomo moderno è di qualità molto scadente. Di una qualità alle volte talmente scadente che non c'è possibilità di cambiamento per lui. Non bisogna mai dimenticarlo; coloro il cui essere può venire ancora cambiato possono considerarsi fortunati. Ve ne sono tanti che sono definitivamente malati, macchine guaste di cui non si può più fare niente. E sono la maggioranza. Rari sono gli uomini che possono ricevere il vero sapere; se ci riflettete, comprenderete perché gli altri non lo possono: il loro essere vi si oppone.
In generale l’equilibrio dell'essere e del sapere è anche più importante di uno sviluppo separato dell'uno o dell'altro. Poiché uno sviluppo separato dell'essere o del sapere non è in alcun modo desiderabile. Benché sia precisamente questo sviluppo unilaterale che sembra attrarre particolarmente la gente.
Allorché il sapere predomina sull'essere, l'uomo sa, ma non ha il potere di fare. È un sapere inutile. Al contrario, quando l'essere predomina sul sapere, l'uomo ha il potere di fare, ma non sa che cosa deve fare. Così l'essere che egli ha acquisito non può servirgli a nulla e tutti i suoi sforzi saranno stati inutili.
Nella storia dell'umanità, troviamo numerosi esempi di intere civiltà che perirono sia perché il loro sapere superava il loro essere, sia perché il loro essere superava il loro sapere.
A che cosa conducono uno sviluppo unilaterale del sapere e uno sviluppo unilaterale dell'essere?, chiese uno degli uditori.
Lo sviluppo della linea del sapere senza uno sviluppo corrispondente della linea dell'essere, rispose G., produce un debole Yogi, voglio dire un uomo che sa molto, ma che non può far niente, un uomo che non comprende (egli accentuò queste parole) ciò che egli sa, un uomo che non ha possibilità di apprezzamento, voglio dire: incapace di valutare le differenze fra un genere di sapere e un altro. E lo sviluppo della linea dell'essere senza uno sviluppo corrispondente del sapere produce uno stupido santo. È un uomo che può fare molto, ma non sa cosa fare, né con che cosa; e se fa qualche cosa, agisce schiavo dei suoi sentimenti soggettivi che lo possono far sbagliare, fargli commettere gravi errori, in realtà, fargli fare il contrario di ciò che vuole.
Nell'uno e nell'altro caso, tanto il debole Yogi che lo stupido santo arrivano ad un punto morto. Essi sono diventati incapaci di ogni ulteriore sviluppo.
Per afferrare questa distinzione e in generale la differenza di natura del sapere e dell'essere e la loro interdipendenza, è indispensabile comprendere il rapporto del sapere e dell'essere presi insieme, con la comprensione. Il sapere è una cosa, la comprensione è un'altra. Ma la gente confonde spesso queste due idee, oppure non vede nettamente dove sta la differenza.
Il sapere di per sé stesso non dà comprensione. E la comprensione non potrebbe essere aumentata da un accrescimento del solo sapere.
La comprensione dipende dalla relazione tra il sapere e l'essere. La comprensione risulta dalla congiunzione del sapere e dell'essere. Di conseguenza l'essere ed il sapere non debbono divergere troppo, altrimenti la comprensione risulterebbe molto distante dall'uno e dall'altro.
Ripetiamo: la relazione tra il sapere e l'essere non cambia per un semplice accrescimento del sapere. Essa cambia solamente quando l'essere cresce parallelamente al sapere. In altri termini, la comprensione non cresce che in funzione dello sviluppo dell'essere.
Le persone, sovente confondono questi concetti e non afferrano chiaramente quale è la differenza tra di essi. Pensano che se si sa di più, si deve comprendere di più. Questo è il motivo per cui esse accumulano il sapere o quello che chiamano così, ma non sanno come si accumula la comprensione e non se ne preoccupano.
Tuttavia una persona esercitata all'osservazione di sé, sa con certezza che in differenti periodi della sua vita ha compreso una stessa idea, uno stesso pensiero, in modo totalmente diverso. Sovente le sembra strano, di aver potuto comprendere così male ciò che adesso crede di comprendere così bene. E, ciononostante, si rende conto che il suo sapere è rimasto lo stesso, e che oggi non sa niente più di ieri.
Che cosa dunque è cambiato? È il suo essere che è cambiato. Quando l'essere cambia, anche la comprensione deve cambiare.
La differenza tra il sapere e la comprensione ci diventa chiara quando ci rendiamo conto che il sapere può essere funzione di un solo centro. La comprensione, invece, risulta dalla funzione di tre centri. Così l'apparecchio del pensiero può sapere qualcosa. Ma la comprensione appare soltanto quando un uomo ha il sentimento e la sensazione di tutto ciò che si ricollega al suo sapere.
Abbiamo già parlato della meccanicità. Un uomo non può dire di comprendere l'idea della meccanicità quando la sa soltanto con la testa.
La deve sentire, con tutta la sua massa, con l'intero suo essere. Allora la comprenderà.
Nell'ambito delle attività pratiche le persone sanno molto bene fare la differenza tra il semplice sapere e la comprensione. Esse si rendono conto che sapere e saper fare sono due cose del tutto diverse, e che saper fare non è frutto del solo sapere. Ma fuori dal campo della loro attività pratica le persone non comprendono più che cosa significa : ‘comprendere’.
Come regola generale, quando le persone si rendono conto che non comprendono una cosa, cercano di trovarle un nome, quando hanno trovato un nome, dicono che 'comprendono'; ma 'trovare un nome' non significa comprendere. Purtroppo, la gente si soddisfa abitualmente dei nomi e un uomo che conosce un gran numero di nomi, cioè un gran numero di parole, ha la reputazione di comprendere molto, eccetto naturalmente nella sfera delle attività pratiche in cui la sua ignoranza non tarda a diventare evidente.
Una delle ragioni della divergenza nella nostra vita fra la linea del sapere e la linea dell'essere, in altri termini, la mancanza di comprensione che è in parte causa e in parte effetto di questa divergenza, si trova nel linguaggio parlato dalla gente. Questo linguaggio è pieno di concetti falsi, di classificazioni false, di associazioni false. Soprattutto: le caratteristiche essenziali del pensare ordinario, la sua vacuità e la sua imprecisione fanno sì che ogni parola può avere migliaia di significati differenti, secondo il bagaglio di cui dispone colui che parla, e l'insieme di associazioni in gioco al momento stesso. Le persone non si accorgono quanto il loro linguaggio sia soggettivo e quanto le cose che dicono siano diverse, benché impieghino tutte le stesse parole.
Non vedono che ognuno parla una lingua sua propria, non comprendendo affatto o solo in modo vago quella degli altri, e non avendo la minima idea del fatto che gli altri parlano sempre in una lingua a loro sconosciuta. Le persone sono assolutamente convinte di avere una lingua comune e di comprendersi reciprocamente, ma, in realtà, questa convinzione non ha il minimo fondamento. Le parole delle quali fanno uso sono adattate ai bisogni della vita pratica; possono in tal modo scambiarsi delle informazioni di carattere pratico, ma non appena passano in un campo un po' più complesso, si smarriscono e cessano di 
comprendersi, benché non se ne rendano conto. Le persone credono spesso, o addirittura sempre, di comprendersi o comunque immaginano che potrebbero comprendersi se soltanto volessero darsene la pena; immaginano anche di comprendere gli autori dei libri che leggono e di non essere le sole capaci di questo. È ancora una delle illusioni che si fanno e in mezzo alle quali vivono. In effetti, nessuno capisce gli altri. Due uomini possono, con una profonda convinzione, dire la stessa cosa, ma con parole diverse, e discutere all'infinito senza sospettare che il loro pensiero è esattamente lo stesso. Oppure inversamente, due uomini possono usare le stesse parole e immaginare allora di essere d'accordo e di comprendersi, mentre in realtà dicono cose assolutamente diverse e non si comprendono affatto.
Prendiamo le parole più semplici, quelle che ritornano costantemente sulle nostre labbra e cerchiamo di analizzare il senso che viene loro dato: noi vedremo che ad ogni istante un uomo mette in ogni parola un senso speciale che un altro uomo non vi mette mai e che non sospetta neppure.
Prendiamo la parola 'uomo', per esempio, e immaginiamo una conversazione in cui questa parola ricorra sovente. Senza esagerare, ci saranno per la parola 'uomo' tanti significati quante sono le persone presenti, e questi significati non avranno tra loro nulla di comune.
Pronunciando la parola 'uomo', ognuno se la prospetterà involontariamente dal punto di vista dal quale egli guarda l'uomo in generale, o dal quale egli lo guarda attualmente per tale o tale altra ragione.
Così una persona può essere preoccupata dalla questione sessuale. Allora la parola 'uomo' perderà per essa il suo senso generale e ascoltandola si domanderà subito: Chi? Uomo o donna? Un altro può essere devoto, e la sua prima domanda sarà: cristiano o non cristiano? Il terzo può essere medico, e il concetto 'uomo' si ridurrà per lui a sano o malato... e, beninteso, dal punto di vista della sua specialità! Uno spiritista penserà all'uomo dal punto di vista dal suo ‘corpo astrale’ e della 'vita dell'aldilà', ecc, e dirà, se lo si interroga, che vi sono due qualità di uomini, i medium e i non medium. Per un naturalista, il centro di gravità dei suoi pensieri sarà l'idea dell'uomo dal punto di vista del tipo zoologico, egli avrà dunque particolarmente in vista la struttura del cranio, la distanza interoculare, l'angolo facciale... Un uomo di legge vedrà nell' 'uomo' un'unità statistica, o un soggetto per l'applicazione della legge, un criminale in potenza o un possibile cliente. Un moralista quando pronuncerà la parola 'uomo' non mancherà di introdurvi 
l'idea del bene e del male. E così di seguito senza fine.
La gente non nota tutte queste contraddizioni, non vede che parla sempre di cose differenti, che non si comprende mai. È evidente che per degli studi ben condotti, per uno scambio esatto di pensieri, un linguaggio esatto è necessario, un linguaggio che renda possibile esprimere effettivamente ciò che si vuol dire, che permetta di includere ogni volta una indicazione del punto di vista dal quale si considera un concetto dato, affinché il centro di gravità del concetto sia ben determinato.
Questa idea è perfettamente chiara e ogni ramo della scienza si sforza di elaborare e di stabilire un linguaggio esatto. Ma non esiste una lingua universale. La gente continua a confondere le lingue delle differenti scienze, e non può mai stabilire i loro giusti rapporti. Anche in ciascun ramo della scienza preso isolatamente, nuove terminologie, nuove nomenclature appaiono continuamente. E più vanno avanti le cose, peggio diventano. L'incomprensione reciproca, lungi dal diminuire, non fa che crescere, e vi sono tutte le ragioni per pensare che ciò non farà che amplificarsi sempre nello stesso senso. Le persone si comprenderanno sempre meno.
Per una comprensione esatta, un linguaggio esatto è necessario.
E lo studio dei sistemi dell'antica conoscenza, comincia con lo studio di un linguaggio che permetterà di precisare immediatamente ciò che viene detto, da quale punto di vista è detto, e sotto quale rapporto.
Questo linguaggio nuovo non contiene per così dire termini nuovi, né nuove nomenclature, ma la sua struttura si basa su un principio nuovo: il principio di relatività. In altri termini esso introduce la relatività in tutti i concetti e rende così possibile una determinazione precisa dell'angolo del pensiero. Giacché il linguaggio ordinario difetta maggiormente proprio nei termini esprimenti la relatività. 
Quando un uomo ha assimilato questo linguaggio nuovo, allora col suo aiuto possono essergli trasmesse tutte le conoscenze e informazioni che non possono essere trasmesse attraverso il linguaggio ordinario, anche con un grande apporto di termini filosofici e scientifici.
La proprietà fondamentale di questo nuovo linguaggio consiste nel fatto che tutte le idee si concentrano attorno a una sola idea; vale a dire esse sono tutte prospettate nella loro relazione reciproca, dal punto di vista di una idea unica. Questa idea è l'idea dell'evoluzione.
Naturalmente, non nel senso di una evoluzione meccanica, poiché questa non esiste, ma nel senso di una evoluzione cosciente e volontaria. Questa è la sola possibile.
Non vi è nulla nel mondo, dal sistema solare fino all'uomo e dall'uomo fino all'atomo, che non salga o non scenda, che non si evolva o non degeneri, che non si sviluppi o non decada. Ma nulla si evolve meccanicamente. Solo la degenerazione e la distruzione procedono meccanicamente. Ciò che non può evolversi coscientemente, degenera. L'aiuto esterno non è possibile che nella misura in cui è apprezzato e accettato, anche se esso lo è all'inizio solo dal sentimento. Il linguaggio che permette la comprensione, si basa sulla conoscenza del rapporto dell'oggetto che si esamina con la sua evoluzione possibile, 
sulla conoscenza del suo posto nella scala evolutiva.
A questo fine, un gran numero delle nostre idee comuni sono divise in conformità agli stadi di questa evoluzione.
Una volta ancora, prendiamo l'idea dell'uomo. Nel linguaggio di cui parlo, al posto della parola 'uomo' sono usate sette parole, ossia: uomo n. 1, uomo n. 2, uomo n. 3, uomo n. 4, uomo n. 5, uomo n. 6, uomo n. 7. Con queste sette idee, noi saremo in grado di comprenderci allorché parleremo dell'uomo.
L'uomo n. 7 è giunto al più completo sviluppo possibile per l'uomo, e possiede tutto ciò che l'uomo può possedere, come volontà, coscienza, un 'Io' permanente e immutabile, individualità, immortalità, e una quantità di altre proprietà che nella nostra cecità e nella nostra ignoranza noi ci attribuiamo. Solo fino a un certo punto possiamo capire l'uomo n. 7 e le sue proprietà, così come le tappe graduali per avvicinarci a lui, cioè capire il processo di sviluppo che ci è possibile.
L'uomo n. 6 segue da vicino l'uomo n. 7. Differisce da lui solo per qualcuna delle sue proprietà che non sono ancora diventate permanenti.
L'uomo n. 5 è anch'egli un tipo d'uomo a noi inaccessibile, perché ha raggiunto l’unità.
L'uomo n. 4 si trova ad un grado intermedio: ne parlerò in seguito.
Gli uomini n. 1, 2, 3, costituiscono l'umanità meccanica: restano al livello in cui sono nati. L’uomo n. 1 ha il centro di gravità della sua vita psichica nel centro motore. È l'uomo del corpo fisico, in cui le funzioni dell'istinto e del movimento predominano sempre sulle funzioni del sentimento e del pensiero.
L’uomo n. 2 è allo stesso livello di sviluppo, ma il centro di gravità della sua vita psichica si trova nel centro emozionale; è dunque l'uomo in cui le funzioni emozionali predominano su tutte le altre, è l'uomo del sentimento, l'uomo emozionale.
L'uomo n. 3 è anch'esso allo stesso livello di sviluppo, ma il centro di gravità della sua vita psichica, è nel centro intellettuale; in altri termini, è un uomo in cui le funzioni intellettuali predominano sulle funzioni emozionali, istintive, motorie; è l'uomo che ragiona, che ha una teoria per tutto ciò che fa, che parte sempre da considerazioni mentali.
Ogni uomo nasce n. 1, n. 2, n. 3.
L’uomo n. 4 non è nato n. 4, egli è nato 1, 2, 3 e non diventa 4 che in seguito a sforzi di carattere ben definito. L'uomo n. 4 è sempre il prodotto di un lavoro di scuola. Non può nascere tale né svilupparsi accidentalmente: le influenze ordinarie dell'educazione, della cultura, ecc, non possono produrre un uomo n. 4. Il suo livello è superiore a quello dell'uomo n. 1, 2 e 3; egli ha un centro di gravità permanente che è fatto delle sue idee, del suo apprezzamento del lavoro, e della sua relazione con la scuola. Inoltre, i suoi centri psichici hanno già incominciato a equilibrarsi; in lui, un centro non può più avere una preponderanza sugli altri, come per gli uomini delle tre prime categorie.
L'uomo n. 4 comincia già a conoscersi, comincia a sapere dove va.
L'uomo n. 5 è già il prodotto di una cristallizzazione; egli non può più cambiare continuamente, come gli uomini n. 1, 2 e 3. Ma si deve notare che l'uomo n. 5 può essere sia il risultato di un lavoro giusto come il risultato di un lavoro sbagliato. Egli può essere diventato n. 5 dopo essere stato n. 4 e può essere diventato n. 5 senza essere stato n. 4. In questo caso, non potrà svilupparsi oltre, non potrà diventare n. 6 e 7. Per diventare n. 6 egli dovrà prima rifondere completamente la sua essenza, già cristallizzata. Dovrà perdere intenzionalmente il suo essere di uomo n. 5. Ora questo non può essere 
portato a compimento che attraverso sofferenze terribili. Per fortuna, tali casi di falso sviluppo sono molto rari.
La divisione dell'uomo in 7 categorie permette di spiegare molte cose che non potrebbero essere comprese altrimenti. Questa divisione è una prima applicazione all'uomo del concetto della relatività. Cose apparentemente identiche, possono essere del tutto differenti, secondo la categoria di uomini da cui dipendono o in relazione alla quale si considerano.
Secondo questa concezione, tutte le manifestazioni interiori od esteriori dell'uomo, tutto ciò che gli è proprio, tutte le sue creazioni, sono ugualmente divise in sette categorie.
Possiamo dunque dire che vi è un sapere n. 1 basato sull'imitazione, gli istinti o imparato a memoria, meccanicamente, per ripetizione. L'uomo n. 1, se è un uomo n. 1 nel pieno senso di questo termine, acquisisce tutto il suo sapere come una scimmia o un pappagallo.
Il sapere dell'uomo n. 2 è semplicemente il sapere di ciò che gli piace. L'uomo n. 2 non vuole sapere nulla di ciò che non gli piace. Sempre e in tutto egli vuole qualcosa che gli piaccia. Oppure, se è un uomo malato, è attratto da tutto ciò che gli dispiace, è affascinato dalle proprie ripugnanze, da tutto ciò che provoca in lui l'orrore, lo spavento e la nausea.
Il sapere dell'uomo n. 3 è un sapere fondato su un pensare soggettivamente logico, su parole, su una comprensione letterale. È il sapere dei topi di biblioteca, degli scolastici. Per esempio, sono uomini n. 3 quelli che hanno contato quante volte ritorna ogni lettera dell'alfabeto arabo nel Corano, e hanno basato su ciò tutto un sistema di interpretazione.
Il sapere dell'uomo n. 4 è di una specie completamente differente.
È un sapere che viene dall'uomo n. 5 il quale l'ha ricevuto dall'uomo n. 6, il quale l'ha attinto alla sorgente dell'uomo n. 7. Tuttavia è chiaro che l'uomo n. 4 assimila di questa conoscenza solo ciò che è in rapporto con le sue possibilità. Ma a confronto del sapere degli uomini n. 1, 2 e 3, il sapere dell'uomo n. 4 ha incominciato a liberarsi dagli elementi soggettivi. L'uomo n. 4 è in cammino verso il sapere oggettivo.
Il sapere dell'uomo n. 5 è un sapere totale e indivisibile. L'uomo n. 5 possiede un Io indivisibile e tutta la sua conoscenza appartiene a questo 'Io'. Non può esserci un 'io' che sappia qualche cosa senza che un altro 'io' ne sia informato. Ciò che egli sa, lo sa con la totalità del suo essere. Il suo sapere è più vicino al sapere oggettivo di quanto può esserlo quello dell'uomo n. 4.
Il sapere dell'uomo n. 6 rappresenta l’integralità del sapere accessibile all'uomo; ma può ancora essere perduto.
Il sapere dell'uomo n. 7 è del tutto suo e non può più essergli tolto; questo è il sapere oggettivo e interamente pratico di Tutto.
Per quanto riguarda l'essere, succede esattamente la stessa cosa.
Vi è l'essere dell'uomo n. 1, vale a dire di colui che vive con i suoi istinti e le sue sensazioni; vi è l’essere dell'uomo n. 2 che vive dei suoi sentimenti e delle sue emozioni; l’essere dell'uomo n. 3, l'uomo della ragione, il teorico, e così di seguito. Si comprende in tal modo perché il sapere non può mai essere molto lontano dall'essere. Gli uomini n. 1, 2, 3 non possono in ragione del loro essere possedere il sapere degli uomini 4, 5 e oltre.
Qualsiasi cosa gli sia data, la interpretano a modo loro e non potrebbero fare altrimenti che ricondurla al livello inferiore, che è il loro.
Lo stesso genere di divisione in 7 categorie è applicabile a tutto ciò che è in rapporto con l'uomo. Vi è un'arte n. 1, che è quella dell'uomo n. 1, un'arte di imitazione, di vana apparenza, oppure grossolanamente primitiva e sensuale, come la musica e le danze dei popoli primitivi. Vi è un'arte n. 2, un'arte del sentimento; un'arte n. 3 che è intellettuale, inventata; e vi deve essere un'arte n. 4, n. 5, ecc.
Esattamente allo stesso modo, vi è una religione dell'uomo n. 1, vale a dire una religione fatta di riti, di forme esteriori, di sacrifici e di cerimonie brillanti che possono essere talvolta di imponente splendore o al contrario di carattere lugubre, selvaggio, crudele, ecc. E vi è la religione dell'uomo n. 2: la religione della fede, dell'amore, degli slanci, dell'adorazione e dell'entusiasmo, che non tardano a trasformarsi in una religione di persecuzione, di oppressione e di sterminio degli 'eretici' e dei 'pagani'. Vi è una religione dell'uomo n. 3, intellettuale e teorica, una religione di prove e di argomenti, fondata su ragionamenti, interpretazioni e deduzioni logiche. Le religioni n. 1, 2 e 3 sono realmente le sole che noi conosciamo, tutte le confessioni a noi note appartengono all'una o all'altra di queste tre categorie. Per ciò che riguarda le religioni dell'uomo n. 4, 5, 6 e 7, non le conosciamo e non le possiamo conoscere fino a che resteremo ciò che siamo.
Se invece di prendere la religione in generale, noi consideriamo il Cristianesimo, allora vedremo che allo stesso modo esiste un Cristianesimo n. 1, in altre parole un paganesimo sotto nome cristiano. Il Cristianesimo n. 2 è una religione di sentimento, talvolta molto pura, ma priva di forza, talvolta ebbra di sangue ed atroce, che conduce all'inquisizione, alle guerre di religione. Il Cristianesimo n. 3 di cui le differenti forme di protestantesimo offrono esempi, si fonda su teorie, su argomenti, su tutta una dialettica, ecc. Poi vi è un Cristianesimo n. 4 del quale gli uomini n. 1, 2, 3, non hanno la minima idea.
Di fatto il Cristianesimo n. 1, 2, 3 non è che un'imitazione esteriore. Solo l'uomo n. 4 si sforza di diventare un Cristiano, e solo l'uomo n. 5 può realmente essere un Cristiano. Perché per essere un Cristiano bisogna avere l’essere di un Cristiano, vale a dire vivere conformemente ai precetti del Cristo.
Gli uomini n. 1, 2, 3 non possono vivere conformemente ai precetti del Cristo, perché per essi tutto 'accade'. Oggi è una cosa, domani è un'altra. Oggi essi sono pronti a dare la loro ultima camicia, domani a fare a pezzi un uomo, perché rifiuterà di donare loro la sua. Sono mossi a caso dagli avvenimenti, vanno alla deriva. Non sono padroni di se stessi e per conseguenza non possono decidere di essere cristiani, ed esserlo realmente.
La scienza, la filosofia e tutte le manifestazioni della vita e dell'attività umana possono essere suddivise esattamente nello stesso modo, in sette categorie; ma queste distinzioni sfuggono in genere al linguaggio ordinario, proprio per questo è così difficile per gli uomini comprendersi.
Analizzando i sensi differenti e soggettivi della parola 'uomo' abbiamo visto quanto essi siano diversi e contraddittori, e soprattutto quanto velati e nascosti, persino per chi parla, siano i sensi e le sfumature — creati dalle 'associazioni abituali' — che possono essere messi in una parola.
Prendiamo per esempio un'altra parola, la parola 'mondo'. Ciascuno la comprende a modo suo. Ognuno, quando dice o ascolta la parola 'mondo', ha le sue associazioni particolari, del tutto incomprensibili per gli altri. Ogni 'concezione del mondo', ogni forma di pensiero abituale, comporta le proprie associazioni, le proprie idee.
Per un uomo che ha una concezione religiosa del mondo, un cristiano per esempio, la parola 'mondo' richiama immediatamente tutta una serie di idee religiose, e si associa necessariamente all'idea di Dio, all'idea della creazione del mondo e della fine del mondo, di questo mondo 'peccatore', e così di seguito.
Per un seguace della filosofia Vedanta, il mondo prima di tutto sarà illusione, 'Maya'.
Un teosofo penserà ai differenti 'piani', fisico, astrale, mentale, ecc.
Uno spiritista penserà al mondo dell'aldilà, al mondo degli spiriti.
Un fisico vedrà il mondo dal punto di vista della struttura della materia, sarà un mondo di molecole, di atomi, di elettroni.
Per l'astronomo, il mondo sarà un mondo di stelle e di galassie.
E poi ancora: il mondo dei fenomeni e quello del noumeno; il mondo della quarta dimensione e di altre dimensioni; il mondo del bene e quello del male; il mondo materiale e il mondo immateriale; il rapporto di forze tra le diverse nazioni de! mondo; se l'uomo può essere 'salvato' nel mondo, eccetera.
Le persone hanno del mondo migliaia di idee diverse, ma manca loro quell'idea generale che permetterebbe di comprendersi l'un l'altro e di determinare subito da quale punto di vista essi intendono considerare il mondo.
È impossibile studiare un sistema dell'universo senza studiare l'uomo. Allo stesso tempo è impossibile studiare l'uomo senza studiare l'universo. L'uomo è un'immagine del mondo. Egli è stato creato dalle medesime leggi che crearono l'insieme del mondo. Se un uomo conoscesse e comprendesse se stesso, conoscerebbe e comprenderebbe il mondo intero, tutte le leggi che creano e che governano il mondo.
E inversamente, con lo studio del mondo e delle leggi che lo governano, apprenderebbe e comprenderebbe le leggi che governano anche lui. A questo riguardo, certe leggi sono comprese e assimilate più facilmente con lo studio del mondo oggettivo, e certe altre non possono essere comprese che attraverso lo studio di sé. Lo studio del mondo e lo studio dell'uomo devono quindi essere condotti parallelamente, l'uno aiutando l'altro.
Per quello che è il senso della parola 'mondo', bisogna comprendere in primo luogo che vi è una molteplicità di mondi, e che noi viviamo non in un mondo unico, ma in parecchi mondi. Questa idea è difficile da afferrare, perché nel linguaggio ordinario, la parola 'mondo' è usata generalmente al singolare. E se il plurale 'mondi' è usato, lo è solamente per sottolineare comunque la stessa idea o esprimere l'idea di mondi differenti, esistenti parallelamente gli uni agli altri. Il linguaggio abituale non comporta l'idea di mondi contenuti gli uni negli altri.
D'altronde, l'idea che noi viviamo in mondi differenti implica precisamente dei mondi contenuti gli uni negli altri, coi quali noi siamo in relazioni differenti.
Se cerchiamo la risposta alla domanda: che cos'è il mondo o i mondi nei quali viviamo, dobbiamo prima di tutto domandarci qual è il mondo che ci concerne più intimamente o immediatamente.
A ciò possiamo rispondere che diamo sovente nome di mondo al mondo degli uomini, all'umanità della quale noi facciamo parte. Ma l'umanità è parte integrante della vita organica sulla terra. Per conseguenza, sarà giusto dire che il mondo più vicino a noi è la vita organica sulla terra, il mondo delle piante, degli animali e degli uomini.
Ma la vita organica è compresa nel mondo. Che cosa è dunque il mondo per la vita organica? Il mondo per la vita organica è il nostro pianeta, la terra.
Ma anche la terra è nel mondo. Che cosa è dunque il 'mondo' per la terra? Il mondo per la terra è il mondo dei pianeti, del sistema solare di cui la terra fa parte.
Cos'è il 'mondo' per tutti i pianeti presi insieme? Il sole, o l'influenza della sfera solare o il sistema solare di cui i pianeti fanno parte.
Per il sole a sua volta 'il mondo' è il mondo delle stelle o la Via Lattea, un ammasso enorme di sistemi solari.
E più lontano ancora, da un punto di vista astronomico, è del tutto possibile presumere l'esistenza di una moltitudine di mondi a distanze enormi gli uni dagli altri, nello spazio di 'tutti i mondi'. Questi mondi presi insieme saranno il 'mondo' per la Via Lattea.
E adesso, passando a conclusioni filosofiche, noi possiamo dire che 'tutti i mondi' devono formare, in qualche modo sconosciuto a noi e incomprensibile, una 'Totalità' o una 'Unità' (come una mela è un'unità).
Questa Totalità o questa Unità, questo Tutto, che può essere chiamato 'l'Assoluto' o 'l'Indipendente', perché, includendo tutto in se stesso, non dipende da nulla, è 'mondo' per 'tutti i mondi'. Logicamente è possibile concepire uno stato di cose in cui il Tutto formi una sola Unità. Una tale Unità sarà certamente l'Assoluto, ossia l'Indipendente, poiché essendo Tutto non può che essere indivisibile e infinito.
L'Assoluto, vale a dire quello stato di cose in cui l'Insieme costituisce un Tutto, è lo stato primordiale, fuori dal quale, per divisione e differenziazione, sorse la diversità dei fenomeni che noi osserviamo.
L'uomo vive in tutti i mondi, ma in modi differenti.
Ciò significa che egli è prima di tutto influenzato dal mondo più vicino, con il quale vive in contatto immediato, giacché ne fa parte.
I mondi più lontani, anch'essi influiscono sull'uomo, sia direttamente, sia attraverso i mondi intermedi, ma la loro azione diminuisce in ragione diretta della loro lontananza o dall'aumento della differenza tra essi e gli uomini. Come vedremo più tardi, l'influenza diretta dell'Assoluto non raggiunge l'uomo. Ma l'influenza del mondo immediatamente consecutivo, quella del mondo delle stelle, è già del tutto evidente nella vita dell'uomo, benché la 'scienza' certamente non ne sappia nulla.
Con queste parole G. terminò la sua esposizione.
Alla riunione seguente, tutti avevamo molte domande, soprattutto sulle influenze dei differenti mondi, e in particolare: perché l'influenza dell'Assoluto non arriva fino a noi?
Prima di questi problemi, cominciò G., e delle leggi della trasformazione dell'Unità in Pluralità, dobbiamo esaminare la legge fondamentale che crea tutti i fenomeni nella loro diversità o l'Unità di tutti gli universi.
È la legge del Tre, la legge dei Tre Principi o delle Tre Forze. Secondo questa legge, ogni fenomeno su qualsiasi scala e in qualsiasi mondo esso abbia luogo, dal piano molecolare al piano cosmico è il risultato della combinazione o dell'incontro di tre forze differenti e opposte.
Il pensiero contemporaneo riconosce l'esistenza di due forze e la necessità di queste per la produzione di un fenomeno: forza e resistenza, magnetismo positivo e negativo, elettricità positiva e negativa, cellule maschili e femminili, e così di seguito; e neppure constata sempre e ovunque, l'esistenza di queste due forze. Per quanto riguarda la terza forza, il pensiero moderno non se n'è mai preoccupato, o se gli è capitato per caso di sollevare questa questione, nessuno se ne è accorto.
Secondo la vera, esatta conoscenza, una forza o due forze non possono mai produrre un fenomeno. La presenza di una terza forza è necessaria, perché è unicamente col suo aiuto che le prime due possono produrre un fenomeno, su qualsiasi piano.
La dottrina delle tre forze sta alla radice di tutti i sistemi antichi.
La prima forza può essere chiamata attiva o positiva; la seconda passiva o negativa; la terza neutralizzante. Ma questi sono soltanto dei nomi. In realtà queste tre forze sono tutte egualmente attive; esse appaiono come attive, passive o neutralizzanti solamente nel loro punto di incontro, cioè soltanto nel momento in cui entrano in relazione le une con le altre. Le prime due forze si lasciano più o meno comprendere, e la terza può essere qualche volta scoperta sia nel punto dell'applicazione delle forze, sia nel loro 'ambiente', sia nel loro 'risultato'. Ma in genere è difficile osservare e comprendere la terza forza. La ragione si deve ricercare nei limiti funzionali della nostra attività psicologica ordinaria e nelle categorie fondamentali della nostra percezione del mondo dei fenomeni, cioè nella nostra sensazione dello spazio e del tempo, che risulta da queste limitazioni. Gli uomini non possono né percepire né osservare direttamente la terza forza, non più di quanto possano percepire spazialmente la 'quarta dimensione'.
Ma studiando se stesso, studiando le manifestazioni del proprio pensiero, della propria coscienza, della propria attività, delle proprie abitudini, dei propri desideri, ecc, l'uomo può imparare ad osservare e a vedere in sé l'azione delle tre forze. Supponiamo ad esempio che un uomo voglia lavorare su se stesso per cambiare certe caratteristiche, per raggiungere un più alto grado d'essere. Il suo desiderio, la sua iniziativa, sarà la forza attiva. L'inerzia di tutta la sua vita psicologica abituale, che si oppone a questa iniziativa, sarà la forza passiva o negativa.
Le due forze si controbilanceranno, oppure l'una prevarrà sull'altra che in questo caso diverrà troppo debole per ogni azione ulteriore.
Così le due forze dovranno in qualche modo girare l'una attorno all'altra, l'una assorbendo l'altra, non producendo alcun genere di risultato.
Ciò può continuare per tutta una vita. Un uomo può provare un desiderio di iniziativa. Ma tutta la sua forza di iniziativa può essere assorbita nel superare l'inerzia abituale della vita, non lasciandogli nulla per raggiungere lo scopo verso il quale dovrebbe tendere la sua iniziativa.
E questo può durare fino a che la terza forza non faccia la sua apparizione sotto forma per esempio di un 'nuovo sapere', mostrando immediatamente il vantaggio o la necessità di un lavoro su di sé, sostenendo e rinforzando così, l'iniziativa. Allora l'iniziativa con il sostegno della terza forza potrà aver ragione dell'inerzia e l'uomo diverrà attivo nella direzione desiderata.
Esempi dell'azione delle tre forze e dei momenti in cui la terza forza entra in gioco possono essere scoperti in tutte le manifestazioni della nostra vita psichica, in tutti i fenomeni della vita delle comunità umane, dell'umanità considerata nel suo insieme e in tutti i fenomeni della natura intorno a noi.
Inizialmente sarà sufficiente comprendere il principio generale: ogni fenomeno, per grande che sia, è necessariamente la manifestazione di tre forze; una o due forze non possono produrre un fenomeno; e se noi osserviamo un arresto in qualche cosa, o un'esitazione senza fine nello stesso punto, possiamo dire che in questo punto manca la terza forza. Per cercare di comprenderla bisogna ancora ricordare che non possiamo vedere i fenomeni come manifestazioni delle tre forze, perché nei nostri stati soggettivi di coscienza il mondo oggettivo sfugge alle nostre osservazioni. E nel mondo fenomenico, soggettivamente osservato, vediamo nei fenomeni solo la manifestazione di una o due forze.
Se potessimo vedere la manifestazione di tre forze in ogni azione, vedremmo allora il mondo così com'è (le cose in se stesse). Bisogna soltanto ricordarsi a questo punto che un fenomeno in apparenza semplice può in realtà essere complicato, vale a dire che può essere una combinazione molto complessa di ternari.
Ma sappiamo che non possiamo vedere il mondo così com'è, e ciò dovrebbe aiutarci a comprendere perché non possiamo vedere la terza forza. La terza forza è una proprietà del mondo reale. Il mondo soggettivo o fenomenico della nostra osservazione non è che relativamente reale, in ogni caso non è completo.
Ritornando al mondo nel quale viviamo, possiamo ora dire che nell'Assoluto, così come in ogni altra cosa, sono attive tre forze: la forza detta attiva, la forza detta passiva e la forza detta neutralizzante. Ma poiché nell'Assoluto, per la sua stessa natura, ogni cosa costituisce un tutto, le tre forze anch'esse costituiscono un tutto. Per di più, formando un tutto indipendente, le tre forze posseggono una piena ed indipendente volontà, una piena coscienza, una piena comprensione di se stesse e di tutto ciò che fanno.
L'idea dell'unità delle tre forze nell'Assoluto forma la base di molti insegnamenti antichi: consustanziale e indivisibile Trinità; Trimurti: Brahma, Vishnu, Shiva; e così di seguito.
Le tre forze dell'Assoluto costituenti un tutto, separate e unite per loro propria volontà, per la loro propria decisione, creano ai loro punti di congiunzione dei fenomeni, dei 'mondi'. Questi mondi, creati dalla volontà dell'Assoluto, dipendono interamente da questa volontà in tutto ciò che concerne la loro propria esistenza. In ognuno di essi le tre forze agiscono ancora. Ma d'altra parte, poiché ciascuno di questi mondi non è più il tutto, ma soltanto una delle sue parti, le tre forze in essi cessano di formare in un solo tutto. Ora vi sono tre volontà, tre coscienze, tre unità. Ciascuna delle tre forze contiene in se stessa le possibilità delle tre, ma al loro punto di incontro ciascuna di esse non manifesta che un principio: l'attivo, il passivo o il neutralizzante. Le tre forze costituiscono insieme una trinità che produce nuovi fenomeni.
Ma questa trinità è differente, essa non è quella che era nell'Assoluto ove le tre forze, costituendo una totalità indivisibile, possedevano una sola volontà e una sola coscienza. Nei mondi del secondo ordine, le tre forze sono ora divise, e i loro punti di congiunzione sono di un'altra natura.
Nell'Assoluto, l'istante ed il punto della loro congiunzione sono determinati dalla loro volontà, che è unica. Nei mondi del secondo ordine, dove non vi è più una volontà unica, ma tre volontà, i punti di manifestazione sono determinati da una volontà separata, indipendente dalle altre e per conseguenza il punto di incontro diviene accidentale e meccanico. La volontà dell'Assoluto crea i mondi del secondo ordine e li governa, ma essa non governa il loro lavoro creativo, dove un elemento di meccanicità ha fatto la sua apparizione.
G. tracciò un diagramma: Immaginiamo l'Assoluto come un cerchio, ed in esso una moltitudine di altri cerchi; questi saranno i mondi del secondo ordine. Prendiamo il primo di questi cerchi. L'Assoluto è designato con il numero 1, poiché nell'Assoluto le tre forze costituiscono un tutto. In quanto ai piccoli cerchi, li indicheremo con il numero 3, poiché in un mondo del secondo ordine, le tre forze sono già divise.
In ciascuno di questi mondi del secondo ordine, le tre forze divise creano, incontrandosi, mondi nuovi di un terzo ordine. Consideriamo uno di questi mondi. I mondi del terzo ordine, creati dalle tre forze che agiscono semi-meccanicamente, non dipendono più dalla sola volontà dell'Assoluto, ma da tre leggi meccaniche. Questi mondi sono creati dalle tre forze. E, una volta creati, essi manifestano tre nuove forze del proprio ordine. Per conseguenza, le forze che agiscono nei mondi del terzo ordine saranno in numero di 6. Sul diagramma il cerchio del terzo ordine è indicato dal numero 6 (3 + 3). In questi mondi 
sono creati mondi di un ordine nuovo, il quarto ordine. Nei mondi del quarto ordine agiscono le tre forze del mondo del secondo ordine, le sei forze del mondo del terzo ordine e tre forze del loro ordine proprio, ossia 12 forze insieme. Prendiamo uno di questi mondi e indichiamolo con il numero 12 (3 + 6 + 3). Assoggettati ad un più gran numero di leggi, questi mondi sono ancora più lontani dall'Unica Volontà dell'Assoluto, e sono ancora più meccanici. I mondi creati all'interno di questi mondi saranno governati da 24 forze (3 + 6 + 12 + 3). A loro volta i mondi creati all'interno di questi nuovi mondi saranno governati da 48 forze, il numero quarantotto essendo costituito da: tre forze del mondo che è il più vicino all'Assoluto, sei forze di quello successivo, 
dodici del seguente, ventiquattro ancora del seguente, e tre del suo stesso ordine (3 + 6 + 12 + 24 + 3) ossia quarantotto in tutto. I mondi creati all'interno dei mondi quarantotto saranno governati da 96 forze (3 + 6+12 + 24 + 48+3). I mondi dell'ordine seguente, se mai ve ne fossero, sarebbero governati da 192 forze, e così di seguito.
Se noi prendiamo uno dei numerosi mondi creati nell'Assoluto, vale a dire il mondo 3, esso rappresenterà la totalità dei mondi delle stelle analoghe alla nostra Via Lattea. Se prendiamo uno dei mondi creati all'interno di questo mondo 3, ossia il mondo 6, esso sarà quell'agglomerato di stelle che chiamiamo la Via Lattea. Il mondo 12 sarà uno dei soli che compongono la Via Lattea, il nostro Sole. Il mondo 24 sarà il mondo planetario, ossia tutti i pianeti del sistema solare. Il mondo 48 sarà la Terra. Il mondo 96 sarà la Luna. Se la Luna avesse un satellite, questo sarebbe il mondo 192 e così di seguito.
La catena dei mondi, i cui anelli sono l'Assoluto, Tutti-i-mondi, Tutti-i-soli, il nostro Sole, Tutti-i-pianeti,, la Terra e la Luna, forma il 'raggio di creazione' nel quale noi ci troviamo. Il raggio di creazione è per noi il 'mondo' nel senso più ampio di questo termine. Ma il raggio di creazione, naturalmente, non è il mondo che per noi, poiché l'Assoluto origina una quantità indefinita di mondi differenti, ciascuno dei quali emette un nuovo raggio di creazione. Inoltre, ciascuno di questi mondi contiene a sua volta una quantità di mondi che rappresentano una nuova rifrazione del raggio, e, ancora, tra tutti questi mondi noi non ne scegliamo che uno: la nostra Via Lattea. La Via Lattea è formata da una quantità di soli, ma tra questi noi scegliamo l'unico 
sole, quello che è più vicino a noi, e dal quale noi immediatamente dipendiamo, il nostro sole, nel quale viviamo, ci muoviamo ed abbiamo il nostro essere.
Ciascuno degli altri soli rappresenta un'altra rifrazione del raggio, ma noi non possiamo studiare questi raggi nello stesso modo del nostro, il raggio ove siamo situati. Inoltre, all'interno del sistema solare, il mondo planetario è più vicino a noi del sole stesso, e all'interno del mondo planetario il mondo più vicino a noi è la Terra, il pianeta sul quale viviamo. Non abbiamo bisogno di studiare gli altri pianeti nello stesso modo in cui studiamo la Terra; è sufficiente che noi li consideriamo tutti insieme, cioè in scala considerevolmente più piccola che per la Terra.
Il numero delle forze in ogni mondo 1, 3, 6, 12, ecc, indica il numero delle leggi alle quali è soggetto il mondo considerato.
Meno leggi vi sono in un dato mondo, più esso è vicino alla volontà dell'Assoluto; più vi sono leggi in un dato mondo, più è grande la sua meccanicità, più è lontano dalla volontà dell'Assoluto. Noi viviamo in un mondo soggetto a quarantotto ordini di leggi, cioè molto lontano dalla volontà dell'Assoluto, in un angolo molto distante e molto scuro dell'Universo.
Così, il raggio di creazione ci aiuta a determinare e comprendere il nostro posto nel mondo. Ma, come vedete, non abbiamo ancora risposto alle questioni sulle influenze. Per poter comprendere la differenza tra le influenze dei diversi mondi, noi dovremo per prima cosa approfondire la Legge del Tre. Dopo di che dovremo studiare un'altra legge fondamentale: la Legge del Sette o Legge della Ottava.
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CAPITOLO QUINTO.
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Consideriamo l'universo tridimensionale. Vediamolo come un mondo di materia e di forza nel senso più semplice e più elementare di queste parole. Delle dimensioni di ordine superiore, delle nuove teorie sulla materia, lo spazio e il tempo, e delle altre categorie di conoscenza del mondo, ignorate dalla scienza, diremo più tardi. Ora occorre rappresentarci l'universo nella forma schematica del raggio di creazione dall'Assoluto alla Luna.
 Il 'raggio di creazione' appare a prima vista come uno schema molto elementare dell'universo, ma, studiandolo ulteriormente, diviene chiaro che, con questo semplice schema, è possibile coordinare e fare la sintesi di una moltitudine di concezioni in conflitto tra di loro. L'idea del raggio di creazione appartiene all'antica conoscenza e un gran numero degli ingenui sistemi geocentrici che ci sono noti, non erano in realtà che esposizioni imperfette del raggio di creazione o deformazioni di questa idea, dovuta ad una comprensione letterale. 
Occorre dire che l'idea del raggio di creazione e del suo crescere a partire dall'Assoluto, contraddice alcune teorie moderne, che d'altronde non sono realmente scientifiche. Prendiamo, per esempio, la sequenza: Sole, Terra, Luna. Secondo le solite concezioni, la luna è un corpo celeste, freddo e morto, che avrebbe una volta posseduto, come la terra, un fuoco interno e che, in tempi ancora più remoti, sarebbe stato una massa in fusione come il sole. La terra, secondo le stesse concezioni, fu in passato come il sole e anch'essa sta raffreddandosi gradualmente: presto o tardi diventerà una massa gelida come la luna. Si suppone di solito che il sole si raffredderà e diventerà a suo tempo qualcosa come la terra e più tardi ancora come la luna.
Bisogna tener presente che una simile teoria non ha alcuna ragione di essere chiamata scientifica nel vero senso della parola; nella scienza, in astronomia, più esattamente in astrofisica, esistono molte teorie e ipotesi varie e contraddittorie sull'argomento, nessuna delle quali ha una base seria. Ma questa teoria è una delle più diffuse ed è diventata quella dell'uomo medio dei tempi moderni, per ciò che riguarda il mondo nel quale viviamo.
Ripeto, l'idea del raggio di creazione e del suo crescere a partire dall'Assoluto, contraddice i modi di vedere dei nostri contemporanei.
Secondo questa idea, la luna è un pianeta che non è ancora nato, che sta, per così dire, nascendo. Si scalda progressivamente e, a suo tempo (nel caso di uno sviluppo favorevole del raggio di creazione), diventerà come la terra e avrà il proprio satellite, una nuova luna. Un nuovo anello sarà aggiunto alla catena del raggio di creazione. Anche la terra, non sta diventando fredda, ma, al contrario, si riscalda e potrà a suo tempo diventare come il sole.
Possiamo osservare uno sviluppo analogo, per esempio, nel sistema di Giove, che è un sole per i suoi satelliti.
Per riassumere tutto quanto abbiamo detto sul raggio di creazione, dal mondo 1 fino al mondo 96, ricordiamo che le cifre con le quali i mondi sono designati, indicano il numero delle forze o ordini di leggi che governano i mondi in questione. Nell'Assoluto non vi è che una sola forza e una sola legge: l'unica e indipendente volontà dell'Assoluto.
Nel mondo successivo vi sono tre forze e tre ordini di leggi. Nel successivo, sei ordini di leggi, nel successivo ancora dodici e così via.
Nel nostro mondo, ossia la terra, siamo assoggettati a quarantotto ordini di leggi che governano tutta la nostra vita. Se vivessimo sulla luna, saremmo assoggettati a novantasei ordini di leggi, ossia la nostra vita e la nostra attività sarebbero ancora più meccaniche e non avremmo le possibilità che abbiamo ora di sfuggire alla meccanicità.
Come ho già detto, la volontà dell'Assoluto si manifesta soltanto nel mondo direttamente creato da lui, all'interno di se stesso, cioè nel mondo 3: la volontà immediata dell'Assoluto non raggiunge il mondo 6 e non si manifesta in esso che sotto forma di leggi meccaniche. Più oltre, nei mondi 12, 24, 48, 96, la volontà dell'Assoluto ha sempre meno possibilità di manifestarsi. Questo significa che nel mondo 3 l'Assoluto crea, in un certo senso, un piano generale di tutto il resto dell'Universo che, ulteriormente, si sviluppa in modo meccanico. La volontà dell'Assoluto non può manifestarsi nei mondi successivi che in accordo con questo piano; la sua manifestazione prende allora la forma di leggi meccaniche. In altri termini, se l'Assoluto volesse manifestare la sua volontà, diciamo, nel nostro mondo, in opposizione alle leggi meccaniche alle quali quest'ultimo è assoggettato, dovrebbe distruggere tutti i mondi intermedi tra se stesso e il nostro mondo.
L'idea di un miracolo, nel senso di una violazione di leggi da parte della volontà che le ha fatte, si oppone non soltanto al senso comune, ma alla stessa idea di volontà. Un miracolo non può essere che una manifestazione di certe leggi ignorate dagli uomini o raramente conosciute. Un miracolo è la manifestazione, in questo mondo, di leggi di un altro mondo.
Sulla terra, siamo molto lontani dalla volontà dell'Assoluto: ne siamo separati da 48 ordini di leggi meccaniche. Se potessimo liberarci della metà di queste leggi, ci troveremmo soggetti soltanto a 24 ordini di leggi, cioè alle leggi del mondo planetario, e saremmo più vicini di uno scalino all'Assoluto e alla sua Volontà. Se potessimo poi liberarci di metà di queste leggi, saremmo soggetti alle leggi del sole (dodici leggi) e di conseguenza un gradino ancora più vicino all'Assoluto. E se potessimo, ancora una volta, liberarci di metà di queste leggi, saremmo allora assoggettati alle leggi del mondo delle stelle e separati soltanto di un gradino dalla volontà immediata dell'Assoluto.
E per l'uomo, la possibilità di liberarsi gradualmente dalle leggi meccaniche esiste. 
Lo studio dei 48 ordini di leggi ai quali l'uomo è sottomesso non può essere astratto come lo studio dell'astronomia; non vi è che un modo di studiarli: osservarli in se stessi e riuscire a liberarsene. All'inizio un uomo deve semplicemente comprendere che è schiavo, senza necessità, di mille piccole leggi fastidiose che altri uomini hanno creato per lui o che si è creato da solo. Ma, non appena cercherà di liberarsene, si accorgerà di non potere. Lunghi e persistenti sforzi in questa direzione lo convinceranno della propria schiavitù. Le leggi alle quali l'uomo è soggetto non possono essere studiate che lottando contro di esse e sforzandosi di liberarsene. Ma occorre una grande conoscenza per liberarsi di una legge, senza crearsene un'altra in sostituzione.
Gli ordini di leggi e le loro forze variano secondo il punto di vista dal quale consideriamo il raggio di creazione.
Nel nostro sistema, il punto terminale del 'raggio di creazione', il germoglio, per così dire, del ramo, è la luna.
La luna riceve dalla terra l'energia necessaria alla sua crescita, cioè al suo sviluppo e alla formazione di nuovi germogli; questa energia è creata sulla terra dall'azione congiunta del sole, di tutti gli altri pianeti del sistema solare e della terra stessa, ed è raccolta e conservata in un gigantesco accumulatore situato sulla sua superficie. Questo accumulatore è la vita organica sulla terra. La vita organica alimenta la luna.
Tutto ciò che vive sulla superficie della terra, uomini, animali, piante, serve di nutrimento alla luna. La luna è un gigantesco essere vivente che si nutre di tutto ciò che respira, di tutto ciò che germoglia sulla terra. La luna non potrebbe esistere senza la vita organica sulla terra, così come la vita organica sulla terra non potrebbe esistere senza la luna. Nei suoi rapporti con la vita organica sulla terra, è una colossale elettrocalamita. Se l'azione della calamita si interrompesse, la vita organica ricadrebbe immediatamente nel nulla.
Il processo della crescita e del graduale aumento di calore della luna è intimamente connesso con la vita e la morte sulla terra. Tutti gli esseri viventi liberano, nell'istante della loro morte, una certa quantità dell'energia che li ha animati; questa energia — o l'insieme delle 'anime' di tutti gli esseri viventi: piante, animali, uomini — viene attirata verso la luna come da una colossale elettrocalamita e le fornisce il calore e la vita da cui dipende la sua crescita, cioè lo sviluppo del raggio di creazione. Nell'economia dell'Universo nulla è mai perduto e quando una energia ha finito il suo lavoro su di un piano, passa su di un altro piano.
Le anime che vanno alla luna e che possiedono forse una certa somma di coscienza e di memoria, si trovano sottomesse a 96 leggi, in condizioni di vita minerale, o, in altri termini, in condizioni tali che non vi è per esse alcuna possibilità di salvezza al di fuori di una evoluzione generale, in cicli di tempo incommensurabilmente lunghi.
La luna si trova al 'punto estremo', al limite del mondo; essa è quella 'tenebra esteriore' della dottrina cristiana.
L'influenza della luna su tutti gli esseri viventi si manifesta in tutto ciò che accade sulla terra. La luna è la forza principale, o meglio la forza motrice più vicina, più immediata, di tutto ciò che si produce nella vita organica sulla terra. Tutti i movimenti, tutte le azioni e manifestazioni degli uomini, degli animali e delle piante dipendono e sono comandati dalla luna. La sottile pellicola sensibile di vita organica che ricopre il globo terrestre è interamente dipendente dall'influenza di questa formidabile elettrocalamita che succhia la sua vitalità. L'uomo, come ogni altro essere vivente, non può, nelle condizioni ordinarie della vita, liberarsi della luna. Tutti i suoi movimenti e, di conseguenza, tutte le sue azioni, sono controllate dalla luna. Se egli uccide un uomo, è la luna che lo fa; se si sacrifica per gli altri, è ancora la luna. Tutte le cattive azioni, tutti i crimini, tutti i sacrifici, tutte le imprese eroiche, così come il modo di comportarsi nella vita di tutti i giorni, tutto questo è comandato dalla luna.
La liberazione che viene con la crescita dei poteri e delle facoltà mentali è una liberazione dal giogo della luna. La parte meccanica della nostra vita dipende dalla luna, è soggetta alla luna. Ma se noi sviluppiamo in noi stessi la coscienza e la volontà e sottomettiamo ad esse la nostra vita meccanica e tutte le nostre manifestazioni meccaniche, sfuggiremo al potere della luna.
Un'altra idea che dobbiamo assimilare, è l'idea della materialità dell'universo, considerata nella prospettiva del 'raggio di 'creazione'.
Tutto, in questo universo, può essere pesato e misurato. L'Assoluto stesso non è meno materiale, meno ponderabile e misurabile della luna e dell'uomo. Se l'Assoluto è Dio, ciò significa che Dio può essere pesato e misurato, risolto nei suoi elementi costituenti, 'calcolato' ed espresso in una formula definita.
Ma il concetto di 'materialità' è relativo come ogni altro. Se ricordiamo come il concetto 'uomo' e tutto ciò che lo riguarda: bene, male, verità, menzogna, ecc. è suddiviso in differenti categorie (uomo n. 1, uomo n. 2, ecc), sarà facile per noi comprendere che il concetto 'mondo' e tutto ciò che vi si riferisce è diviso a sua volta in differenti categorie. Il raggio di creazione stabilisce sette piani nel mondo, sette mondi l'uno nell'altro. Tutto ciò che si riferisce al mondo è così diviso in sette categorie, l'una nell'altra. La materialità dell'Assoluto è una materialità di ordine differente da quelle di 'tutti i mondi'. La materialità di 'tutti i mondi' è di un ordine differente da quella di 'tutti i soli'. La materialità di 'tutti i soli' è di ordine differente da quella del nostro Sole. La materialità del nostro Sole è di un ordine differente da quella di 'tutti i pianeti'. La materialità di 'tutti i pianeti' è di un ordine differente da quella della Terra, e la materialità della Terra è di un ordie differente da quella della Luna. Questa idea è, a tutta 
prima, difficile da afferrare. La gente è abituata a pensare che la materia è dappertutto la stessa. La fisica, l'astrofisica, la chimica, i metodi come 
l'analisi spettrale, ecc, sono tutti fondati su questa asserzione. Ed è vero, la materia è sempre la stessa, ma la materialità è differente e i differenti gradi di materialità dipendono direttamente dalla qualità e dalle proprietà dell'energia manifestata in un dato luogo. 
La materia, o sostanza, presuppone necessariamente l'esistenza della forza o energia. Questo non significa affatto che occorra adottare una concezione dualistica dell'universo. I concetti di materia e di forza sono relativi così come ogni altra cosa. Nell'Assoluto, dove tutto è uno, anche la materia e la forza sono uno. Ma in questo caso la materia e la forza non sono prese come principi reali del mondo in sé, ma come proprietà e caratteristiche del mondo fenomenico da noi osservato. Per intraprendere lo studio dell'Universo, basta avere un'idea elementare della materia e dell'energia, quale ce la forniscono le osservazioni immediate fatte attraverso i nostri organi sensoriali. Ciò che è 'permanente' è considerato come materiale, come materia, e i 'cambiamenti' 
che intervengono nello stato di ciò che è permanente o della materia, chiamati manifestazioni di forza o di energia. Tutti questi cambiamenti possono essere visti come la risultante delle vibrazioni o dei movimenti ondulatori che partono dal centro, ossia dall'Assoluto, e vanno in tutte le direzioni, si incrociano, entrano in collisione e si fondono gli uni con gli altri, finché si arrestano tutti alla fine del raggio di creazione.
Da questo punto di vista, dunque, il mondo consiste di movimenti ondulatori o vibrazioni e di materia, o materia allo stato di vibrazione, di materia vibratoria. La velocità delle vibrazioni è in ragione inversa alla densità della materia.
È nell'Assoluto che le vibrazioni sono le più rapide e la materia la meno densa. Nel mondo immediatamente consecutivo, le vibrazioni sono più lente e la materia più densa; più oltre, la materia è ancora più densa e le vibrazioni di una lentezza corrispondente.
La 'materia' può essere considerata come costituita da 'atomi'. Gli atomi in questo caso sono presi come il risultato della suddivisione finale della materia. In ogni ordine di materia, si può considerarli semplicemente come particelle infinitesimali di una data materia, che sono indivisibili soltanto su quel piano. Solo gli atomi dell'Assoluto sono realmente indivisibili; l'atomo del piano seguente, cioè del mondo 3, consiste di 3 atomi dell'Assoluto; in altre parole, è tre volte più grande e tre volte più pesante e i suoi movimenti sono di una lentezza corrispondente. L'atomo del mondo 6 è composto di 6 atomi dell'Assoluto, fusi insieme in un certo modo e formanti un solo atomo, e i suoi movimenti sono di una lentezza corrispondente. L'atomo del mondo successivo consiste di 12 particelle primordiali e quelli dei mondi successivi di 24, di 48 e di 96. L'atomo del mondo 96 è di una misura enorme in confronto all'atomo del mondo 1. I suoi movimenti sono più lenti in modo corrispondente e la materia costituita da tali atomi è essa stessa più densa.
I sette mondi del raggio di creazione rappresentano sette ordini di materialità. La materialità della luna è differente da quella della terra; la 
materialità della terra è differente da quella del mondo planetario; la materialità del mondo planetario è differente dalla materialità del sole, ecc.
Così, invece di un solo concetto di materia, abbiamo sette specie di materia; ma la nostra concezione ordinaria della materialità non afferra che la materialità dei mondi 96 e 48, e ancora con difficoltà.
La materia del mondo 24 è troppo rarefatta per essere considerata come materia dal punto di vista scientifico della nostra chimica e della nostra fisica; una simile materia è praticamente ipotetica. La materia ancora più sottile del mondo 12 non possiede più, per l'investigazione ordinaria, alcun carattere di materialità. Tutte queste materie, appartenenti a vari ordini dell'universo, non sono disposte in strati separati, ma si mescolano l'una con l'altra o piuttosto si compenetrano. Possiamo farci un'idea di una simile compenetrazione di materie di differenti densità riferendoci all'esperienza per noi possibile della penetrazione di una materia a noi conosciuta in un'altra egualmente nota. Un pezzo di legno può essere saturato d'acqua, quest'acqua può a sua volta contenere dei gas. Precisamente, la stessa relazione tra differenti specie di materie si può osservare nell'universo intero; le materie più sottili penetrano le materie più grossolane.
La materialità che ha caratteristiche per noi comprensibili, è divisa, secondo la sua densità, in vari stati: solido, liquido, gassoso; e comporta inoltre delle gradazioni come: energia radiante o elettricità, luce, magnetismo, e così via. Su ogni piano, cioè in ogni ordine di materialità, si possono trovare delle relazioni e divisioni analoghe tra i differenti stati di una data materia; ma, come ho già detto, la materia di un piano superiore non è affatto materiale per i piani inferiori.
Tutta la materia del mondo che ci circonda, il cibo che mangiamo, l'acqua che beviamo, l'aria che respiriamo, le pietre di cui sono costruite le nostre case, gli stessi nostri corpi, ogni cosa è attraversata da tutte le materie esistenti nell'universo. Non è necessario studiare scientificamente il sole per scoprire la materia del mondo solare: questa materia esiste in noi stessi ed è il risultato della divisione dei nostri atomi.
Allo stesso modo, abbiamo in noi la materia di tutti gli altri mondi.
L'uomo è un 'universo in miniatura', nel vero senso della parola. In lui esistono tutte le materie di cui è formato l'universo. Le stesse forze, le stesse leggi che reggono la vita dell'universo agiscono in lui. Proprio per questo, studiando l'uomo, ci è possibile studiare l'universo intero, esattamente come, studiando il mondo, possiamo studiare l'uomo.
Ma un parallelo completo tra l'uomo e il mondo può essere stabilito soltanto se consideriamo  l' uomo nel pieno senso di questa parola: un uomo in cui siano completamente sviluppati i poteri interiori inerenti. Un uomo non sviluppato, un uomo che non ha completato il corso della sua evoluzione, non può essere considerato come un'immagine completa o perfetta dell'universo: è un mondo non finito.
Come è già stato detto, lo studio di sé deve andare di pari passo con lo studio delle leggi fondamentali dell'universo. Le leggi sono le stesse ovunque e su tutti i piani. Ma leggi identiche, che si manifestano nei diversi mondi, ossia in condizioni diverse, producono fenomeni differenti. Lo studio della relazione delle leggi con i piani sui quali esse si manifestano ci porta allo studio della relatività.
L'idea di relatività occupa un posto molto importante in questo insegnamento, e più tardi la riprenderemo; ma prima di tutto occorre comprendere la relatività di ogni cosa e di ogni manifestazione, secondo il posto che occupa nell'ordine cosmico.
Noi siamo sulla terra, e dipendiamo interamente dalle leggi che operano sulla terra. La terra occupa un pessimo posto dal punto di vista cosmico, la si potrebbe paragonare alle regioni più remote della Siberia del Nord, lontana da tutto, fredda e con condizioni di vita estremamente dure. Tutto ciò che in altri luoghi nasce spontaneamente ed è ottenuto senza sforzi, qui non può essere conseguito che per mezzo di un penoso lavoro; tutto deve essere conquistato, così nella vita di ogni giorno come nel lavoro su di sé. Accade talvolta nella vita che un uomo riceva una eredità e in seguito viva senza fare nulla. Ma nel lavoro ciò non accade mai. Qui tutti sono eguali e tutti egualmente mendicanti.
Ritornando alla Legge del Tre, occorre imparare a riconoscere le sue manifestazioni in ogni cosa che facciamo ed in ogni cosa che studiamo.
In qualsiasi campo, l'applicazione di questa legge ci rivelerà immediatamente molte cose nuove che prima non avremmo mai supposto.
Prendiamo per esempio la chimica. Ricordiamo però che oltre alla chimica ordinaria, ve n'è un'altra, una chimica speciale, o un'alchimia, se si vuole, che studia la materia prendendo in considerazione le sue proprietà cosmiche.
La scienza ordinaria non sa nulla della Legge del Tre e studia la materia senza prendere in considerazione le sue proprietà cosmiche. Come è stato detto precedentemente, le proprietà cosmiche di ogni sostanza sono determinate in primo luogo dal posto che occupa, in secondo luogo dalla forza che agisce attraverso di essa ad un dato momento. Ma, indipendentemente dalla sua posizione, la natura di una determinata sostanza subisce grandi cambiamenti in relazione alla forza che si manifesta attraverso di essa.
Ogni sostanza può essere conduttrice di ciascuna delle tre forze, e di conseguenza può essere attiva, passiva o neutralizzante. Può non essere attiva, né passiva, né neutralizzante se nessuna forza si manifesta attraverso di essa in un dato momento, oppure se la si considera indipendentemente dalla sua relazione con il manifestarsi delle forze. In tal modo, ogni sostanza appare, in un certo senso, sotto quattro aspetti o stati diversi. E sotto questo rapporto si deve notare che quando parliamo di materia, non parliamo degli elementi chimici. La chimica speciale della quale parlo considera ogni sostanza avente una funzione separata, anche la più complessa, come un elemento. Soltanto in questo modo è possibile studiare le proprietà cosmiche della materia, perché tutti i composti complessi hanno il loro proprio significato ed il loro proprio fine cosmico. Da questo punto di vista, un atomo di una data sostanza è la più piccola quantità di questa sostanza che mantenga tutte le proprietà chimiche, fisiche e cosmiche. Di conseguenza, la grandezza dell' 'atomo' di sostanze differenti non è la stessa e, in certi casi, un 'atomo' può essere una particella visibile anche ad occhio nudo.
I quattro stati o aspetti di ogni sostanza hanno nomi definiti.
Quando una sostanza è conduttrice della prima forza, o forza attiva, essa è chiamata 'Carbonio' e, come il carbonio della chimica, è contrassegnata 
dalla lettera C.
Quando una sostanza è conduttrice della seconda forza, o forza passiva, è chiamata 'Ossigeno' e, come l'ossigeno della chimica, è contrassegnata dalla lettera O.
Quando una sostanza è conduttrice della terza forza, o forza neutralizzante, è chiamata 'Nitrogeno' o 'Azoto' e, come l'azoto della chimica, è contrassegnata dalla lettera N.
Quando una sostanza viene considerata al di fuori della sua relazione con la forza che si manifesta attraverso di essa, viene chiamata 'Idrogeno' e, come l'idrogeno della chimica, viene indicata con la lettera H.
Le forze attiva, passiva e neutralizzante sono designate dalle cifre 1, 2, 3 e le sostanze dalle lettere C, O, N, H. Queste designazioni devono essere capite.
Questi quattro elementi, corrispondono ai quattro antichi elementi dell'alchimia, il fuoco, l'acqua, l'aria e la terra? domandò uno di noi.
Sì, vi corrispondono, disse G., ma non ne terremo conto. Più tardi capirete perché.
Quanto avevo udito mi interessava molto, poiché metteva in relazione il sistema di G. con quello del Taro, che mi era apparso ad un determinato momento come una possibile chiave della conoscenza occulta. Inoltre mi indicava una relazione del tre col quattro che era nuova per me e che non avevo potuto capire quando studiavo il Taro.
Il Taro è nettamente basato sulla legge dei quattro principi. Fino ad ora G. non aveva parlato che della legge dei tre principi. Ma ora vedevo come tre passava a quattro e comprendevo la necessità di questa divisione, nei limiti in cui la divisione di forza e materia si impone alla nostra osservazione immediata. 'Tre' si riferisce alla forza e 'Quattro' alla materia. Naturalmente vi era un senso più profondo che restava ancora oscuro per me; ma le poche indicazioni date da G. promettevano già molto per l'avvenire.
Aggiungerò che ero molto interessato dai nomi degli elementi: 'Carbonio', 'Ossigeno', 'Azoto' e 'Idrogeno'. Devo notare qui che G., benché avesse espressamente promesso di spiegarci il motivo per cui erano stati scelti questi nomi piuttosto che altri, non lo fece mai. Più tardi, tornerò ancora una volta su queste denominazioni. I tentativi per stabilire l'origine di questi nomi mi spiegarono molto dell'intero sistema di G., come pure della sua storia.
Durante una riunione, alla quale era stata invitata molta gente nuova che non aveva ancora ascoltato G., fu posta questa domanda: L'uomo è o non è immortale?.
Cercherò di rispondere a questa domanda, disse G., ma vi avverto che ciò non potrà essere fatto in modo pienamente soddisfacente con gli elementi che la scienza e il linguaggio ordinari mettono a nostra disposizione.
Voi domandate se l'uomo è immortale o no. Io risponderò sì e no.
La questione ha vari aspetti. Innanzitutto, che cosa significa immortale. Parlate dell'immortalità assoluta o ammettete diversi gradi? Se per esempio dopo la morte del corpo sussistesse qualche cosa che viva ancora per un certo tempo, conservando la sua coscienza, questo può essere chiamato immortalità o no?
In altri termini, quanto tempo, secondo voi, una tale sopravvivenza dovrebbe durare per essere chiamata immortalità? Ciò non implica allora la possibilità di una immortalità 'differente' per ciascun uomo? e tante altre questioni. Dico questo unicamente allo scopo di mostrare quanto siano vaghe parole come 
'immortalità' e quanto facilmente possano confonderci. Infatti non vi è niente di immortale, Dio stesso è mortale. Ma c'è una grande differenza tra l'uomo e Dio e naturalmente Dio 'è mortale in un modo diverso dall'uomo. Sarebbe molto meglio se alla parola 'immortalità' sostituissimo le parole ‘esistenza dopo la morte’. In questo caso posso rispondere che l'uomo ha la possibilità di un'esistenza dopo la morte.
Ma la possibilità è una cosa e la realizzazione della possibilità è una cosa del tutto diversa.
Cerchiamo ora di vedere da che cosa dipende questa possibilità e che cosa significa la sua realizzazione.
G. ricapitolò in brevi parole quanto era stato detto sulla struttura dell'uomo e del mondo. Riprodusse lo schema del raggio di creazione e quello dei quattro corpi dell'uomo. Ma a proposito dei corpi dell'uomo introdusse un particolare cui non aveva ancora accennato. Ricorse ancora una volta al paragone orientale dell'uomo, con una carrozza, un cavallo, un cocchiere ed un padrone e riprendendo lo schema aggiunse: L'uomo è una organizzazione complessa. È formato di quattro parti che possono essere collegate, non collegate o mal collegate. La carrozza è attaccata al cavallo per mezzo delle stanghe, il cavallo al cocchiere per mezzo delle redini, il cocchiere al suo padrone per mezzo della voce di lui. Ma il cocchiere deve udire e comprendere la voce del padrone, deve sapere come si guida; e il cavallo deve essere addestrato a obbedire alle redini. Per quanto riguarda la relazione del cavallo con la carrozza, esso deve essere attaccato nel modo giusto.
Così, tra le quattro parti di questa complessa organizzazione esistono tre collegamenti, tre legami. Se uno solo di essi presenta qualche difetto, l'insieme non può comportarsi come un tutto unico. I legami non sono dunque meno importanti dei 'corpi'. Lavorando su di sé, l'uomo lavora simultaneamente sui 'corpi' e sui ‘legami’. Ma si tratta in tal caso di due lavori diversi.
Il lavoro su di sé deve cominciare dal cocchiere. Il cocchiere è l'intelletto. Al fine di poter intendere la voce del padrone, il cocchiere anzitutto non deve essere addormentato, deve svegliarsi. Può anche darsi che il padrone parli una lingua che il cocchiere non capisce.
Il cocchiere deve imparare questa lingua. Quando l'avrà imparata capirà il suo padrone. Ma questo non basta, deve anche imparare a guidare il cavallo, ad attaccarlo, a nutrirlo, a curarlo, a tenere in efficienza la carrozza, perché non gli servirebbe a nulla capire il padrone se poi non fosse in grado di fare qualcosa. Il padrone da l'ordine di partire, ma il cocchiere è incapace di partire perché il cavallo non è stato nutrito, non è stato attaccato ed egli stesso non sa dove sono le redini. Il cavallo sono le nostre emozioni. La carrozza è il corpo. L'intelletto deve imparare a comandare le emozioni. Le emozioni trascinano sempre il corpo.
È in questo ordine che deve essere condotto il lavoro su di sé. Ma, notate bene: il lavoro 'sui corpi', ossia sul cocchiere, il cavallo e la carrozza, è una cosa; il lavoro sui 'legami', cioè sulla 'comprensione del cocchiere' che lo unisce al suo padrone, sulle 'redini' che lo uniscono al cavallo, sulle 'stanghe' e le 'bardature' che uniscono la Carrozza al cavallo, è tutt'altra cosa.
Accade qualche volta che i corpi siano buoni e in ordine, ma che i 'legami' non si producano. A che serve allora l'insieme di questa organizzazione? Come succede per i corpi non sviluppati, la totalità dell'organizzazione è allora inevitabilmente comandata dal basso, ossia non dalla volontà del padrone, ma in modo accidentale.
In un uomo che abbia due corpi, il secondo corpo è attivo in rapporto al corpo fisico; questo significa che nel 'corpo astrale' la coscienza ha il pieno potere sul corpo fisico.
G. mise il segno ( + ) sul corpo astrale, e il segno (—) sul corpo fisico. In un uomo che ha tre corpi, il terzo, cioè il 'corpo mentale', è attivo in rapporto al 'corpo astrale' ed al corpo fisico. Questo vuoi dire che nel 'corpo mentale' la coscienza ha il pieno potere sul 'corpo astrale' e sul corpo fisico.
G. mise il segno ( + ) sul corpo mentale e il segno (—) sul corpo astrale e sul corpo fisico riuniti da una graffa.
In un uomo che ha quattro corpi, il corpo attivo è il quarto. Ciò significa che la coscienza nel quarto corpo ha pieno potere sul corpo mentale, sul corpo astrale e sul corpo fisico.
G. mise il segno ( + ) sul quarto corpo ed il segno (—) sugli altri tre riuniti. 
Come vedete, disse, vi sono quattro situazioni completamente differenti.
In un caso tutte le funzioni sono comandate dal corpo fisico.
È lui che è attivo; in rapporto a lui, tutto il resto è passivo. 
In un altro caso il secondo corpo ha potere sul corpo fisico. Nel terzo caso, il 'corpo mentale' ha potere sul 'corpo astrale' e sul corpo fisico.
Nell'ultimo caso, il quarto corpo ha potere sui primi tre. Abbiamo già visto che nell'uomo che ha soltanto il corpo fisico, può stabilirsi, tra le sue 
diverse funzioni, esattamente la stessa specie di relazione che fra i diversi corpi. Le funzioni fisiche possono comandare il sentimento, l'intelletto e la coscienza. Il sentimento può comandare le funzioni fisiche, l'intelletto può comandare le funzioni fisiche ed il sentimento. E la coscienza può comandare le funzioni fisiche, il sentimento e l'intelletto.
Nell'uomo con due, tre e quattro corpi, il corpo più attivo vive più a lungo, ossia è 'immortale' in rapporto ad un corpo inferiore.
Disegnò nuovamente il diagramma del raggio di creazione e a lato della terra pose il corpo fisico dell'uomo.
Questo è l'uomo ordinario, disse, l'uomo numero 1, 2, 3 e 4. Ha soltanto il corpo fisico. Questo corpo muore, di lui non rimane più nulla. Il corpo fisico è composto di elementi terrestri e dopo la morte ritorna alla terra. È polvere e ritorna polvere. Non si può parlare di alcun genere di immortalità per un uomo di questo tipo. Ma se un uomo possiede il secondo corpo (egli pose il secondo corpo sul diagramma parallelamente ai pianeti), questo secondo corpo è composto di elementi del mondo planetario e può sopravvivere alla morte del corpo fisico. Non è immortale nel senso completo della parola, perché dopo un certo periodo di tempo muore a sua volta, ma in ogni caso non muore contemporaneamente al corpo fisico.
Per un uomo che possieda il terzo corpo (egli pose il terzo corpo sul diagramma parallelamente al sole), questo corpo, composto di elementi del sole, può esistere dopo la morte del 'corpo astrale'.
Il quarto corpo è composto di elementi del mondo delle stelle, cioè di elementi che non appartengono al sistema solare e di conseguenza, se si è cristallizzato nei limiti del sistema solare, non vi è nulla nell'ambito di questi limiti che lo possa distruggere. Questo significa che un uomo che possiede il quarto corpo è immortale nei limiti del sistema solare.
Vedete perché è impossibile rispondere di punto in bianco alla domanda: l'uomo è immortale o no? Un uomo è immortale, un altro non lo è, un terzo si sforza di raggiungere l'immortalità, un quarto immagina di essere immortale e tuttavia non è che un pezzo di carne.
Quando G. andava a Mosca, il nostro gruppo si riuniva senza di lui. Serbo ancora il ricordo di parecchie conversazioni.
Discorrevamo molto intorno all'idea di miracolo, e al fatto che l'Assoluto non può manifestare la sua volontà nel nostro mondo, che questa volontà si manifesta soltanto sotto forma di leggi meccaniche e non può manifestarsi violando queste leggi.
Non so più chi tra di noi ricordò per primo un aneddoto ben conosciuto, ma poco rispettoso, nel quale vedemmo immediatamente una illustrazione di questa legge.
Si trattava della storia del vecchio seminarista che al suo esame finale continua a non capire l'idea dell'onnipotenza divina.
Bene, fatemi un esempio di qualche cosa che il Signore non possa fare, dice il vescovo esaminatore.
Non ci vuol molto, Vostra Eminenza', risponde il seminarista.
Tutti sanno che il Signore stesso non può prendere l'asso di briscola con un comunissimo due.
Nulla poteva essere più lampante.
Vi era più senso in questa sciocca storiella che in mille trattati di teologia. Le leggi del gioco costituiscono l'essenza di quel gioco. Una violazione di queste leggi distruggerebbe l'intero gioco. L'Assoluto non può interferire nella nostra vita e sostituire altri risultati a quelli naturali delle cose accidentalmente create da noi, o al di fuori di noi, più di quanto possa prendere l'asso di briscola con il due. Gurdjieff scrisse da qualche parte che tutte le preghiere ordinarie possono essere ridotte a questa: Signore, fate che due più due non faccia quattro.
Il che è la stessa cosa dell'asso di briscola del seminarista.
Un'altra volta parlavamo della luna e del suo rapporto con la vita organica sulla terra. Uno di noi trovò nuovamente un eccellente esempio per illustrare questa relazione.
La luna è come i pesi di un orologio. La vita organica corrisponde al suo meccanismo che è messo in moto dai pesi. I pesi tirano la catena che passa attorno alla ruota dell'ingranaggio, che mette in movimento le rotelle dell'orologio e le sue lancette. Se si togliessero i pesi, l'orologio si fermerebbe subito. La luna è un gigantesco peso legato alla vita organica a cui dà movimento. Qualunque cosa facciamo di buono o di cattivo, di intelligente o stupido, tutti i movimenti delle ruote e delle lancette del nostro organismo dipendono da questi pesi, che non cessano mai di esercitare la loro pressione su di noi.
Personalmente ero molto interessato alla questione della relatività vista in rapporto alla posizione, voglio dire alla posizione nel mondo.
Già da parecchio tempo ero giunto all'idea di una relatività dipendente da una interrelazione tra grandezze e velocità; ma l'idea di posizione nell'ordine cosmico era del tutto nuova per me, come pure per tutti gli altri. Fu con stupore che mi resi conto poco dopo che si trattava della stessa cosa; compresi, cioè, che grandezza e velocità determinavano la posizione e che la posizione determinava grandezza e velocità.
Ricordo ancora un'altra conversazione che ebbe luogo nello stesso periodo. Qualcuno, non ricordo più a che proposito, interrogò G. sulla possibilità di una lingua universale.
Una lingua universale è possibile, disse G., ma nessuno l'inventerà mai.
E perché?, fu chiesto.
In primo luogo perché essa è già stata inventata da molto tempo, rispose G., e poi perché la capacità di comprendere e di esprimere delle idee in questa lingua non dipende soltanto dalla conoscenza di questa lingua, ma anche dall'essere. Dirò di più. Vi sono non una, ma tre lingue universali. La prima possiamo parlarla e scriverla sempre restando nei limiti della nostra lingua. La sola differenza è che quando la gente parla nella propria lingua ordinaria non riesce a comprendersi, mentre in quest'altra lingua vi riesce. Nel secondo linguaggio, la lingua scritta è la stessa per tutti i popoli; si veda ad esempio le cifre e le formule matematiche; pur continuando a parlare la propria lingua, ognuno capisce l'altro, benché la lingua dell'altro gli sia sconosciuta. La terza lingua, scritta e parlata, è la stessa per tutti. A questo livello la differenza delle lingue scompare completamente. 
Non è forse ciò che è stato descritto negli atti degli Apostoli come la discesa dello Spirito Santo, quando incominciarono a comprendere tutte le lingue?, domandò qualcuno.
Avevo già osservato che simili domande irritavano sempre G.
Non lo so, io non c'ero, disse G.
Ma in altre occasioni una domanda opportuna portava a delle spiegazioni nuove ed inattese.
Durante una riunione qualcuno gli domandò se negli insegnamenti e nei riti delle religioni esistenti vi fosse qualcosa di reale o che permettesse di raggiungere qualcosa di reale.
Sì e no, disse G. Immaginate che un giorno ci troviamo qui a parlare di religione e che la donna di servizio Masha ascolti la nostra conversazione.
Ovviamente la comprenderà a modo suo e ripeterà quello che avrà potuto capire a Giovanni, il portinaio; Giovanni la comprenderà anche lui a modo suo e ripeterà ciò che avrà afferrato a Pietro, il cocchiere della casa vicina. Pietro se ne va in campagna e racconta in paese cosa dicono quei signori in città.
Pensate che quello che racconterà avrà conservato qualche somiglianza con ciò che avremo detto? Questo è precisamente il rapporto tra le religioni esistenti e ciò che erano all'origine. Gli insegnamenti, le tradizioni, le preghiere e i riti non ci giungono di quinta mano, ma di venticinquesima mano, e naturalmente quasi tutto è stato deformato al punto da essere irriconoscibile; l'essenziale si è perso da lungo tempo.
Per esempio, in tutte le confessioni cristiane una parte importante spetta alla tradizione dell'Ultima Cena del Cristo con i suoi apostoli.
Le liturgie e tutta una serie di dogmi, di riti e di sacramenti traggono di qui la loro origine. Questa tradizione ha provocato scismi, separazioni di Chiese, formazioni di sette. Molta gente è morta perché rifiutava di accettare questa o quella interpretazione. Ma resta il fatto che nessuno comprende veramente ciò che Cristo ha compiuto con i suoi discepoli quella sera. Non vi è spiegazione che assomigli, anche approssimativamente, alla verità, innanzi tutto perché il testo stesso dei Vangeli è stato snaturato dai copisti e dai traduttori, inoltre perché essi sono stati scritti per coloro che sanno. Per coloro che non sanno, i Vangeli non possono spiegare nulla. Più si sforzano di comprenderli, più affondano nell'errore.
Per comprendere ciò che accadde durante l'Ultima Cena è indispensabile innanzi tutto conoscere certe leggi.
Ricordate ciò che ho detto sul corpo astrale? Riassumiamolo brevemente.
Gli uomini che hanno un 'corpo astrale' possono comunicare l'uno con l'altro a distanza, senza ricorrere a mezzi fisici, ma affinché tali comunicazioni siano possibili essi devono stabilire qualche 'legame' tra di loro. Con questo intento, quando qualcuno di loro va in un'altra regione, prende talvolta con sé un oggetto appartenente alla persona con la quale desidera rimanere in relazione, di preferenza un oggetto che sia stato in contatto con il suo corpo e sia permeato delle sue emanazioni. Nello stesso modo, per mantenere una relazione con una persona morta, i suoi amici hanno l'abitudine di conservare degli 
oggetti che le sono appartenuti. Questi lasciano in qualche modo una traccia dietro di sé, qualcosa come dei fili o dei filamenti invisibili, che rimangono tesi nello spazio. Questi fili legano quel determinato oggetto alla persona, viva o morta, alla quale l'oggetto apparteneva.
Gli uomini hanno avuto questa conoscenza fin dalla più remota antichità e ne hanno fatto gli usi più svariati.
Se ne possono trovare tracce nei costumi di molti popoli. Sapete per esempio che sono numerosi quelli che praticano il rito della fraternizzazione per mezzo del sangue. Due o più uomini miscelano il loro sangue nella stessa coppa e ne bevono. In seguito sono considerati fratelli di sangue. Ma l'origine di questa usanza deve essere ricercata su di un piano più profondo. Nei tempi primitivi si trattava di una cerimonia magica per stabilire un legame tra 'corpi astrali'. Il sangue ha qualità speciali. Alcuni popoli, per esempio gli Ebrei, attribuiscono al sangue un significato particolare e proprietà magiche. Ora capite che secondo le credenze di certi popoli, se si stabilisce un legame tra 'corpi astrali', esso non è spezzato dalla morte.
Il Cristo sapeva di dover morire. Questo era stato deciso prima. Lo sapeva ed anche i suoi discepoli lo sapevano. E ciascuno di essi sapeva qual era la sua parte. Ma al tempo stesso essi volevano stabilire un legame permanente con il loro Maestro. A questo fine il Cristo diede loro da bere il suo sangue e da mangiare la sua carne. Non erano affatto pane e vino, ma realmente la sua carne ed il suo sangue.
La Santa Cena fu un rito magico analogo ad una 'fraternizzazione per mezzo del sangue' per stabilire un legame tra i 'corpi astrali'. Ma chi saprebbe ancora ritrovarne la traccia e comprenderne il senso nelle religioni attuali? Da lungo tempo tutto è stato dimenticato e al senso originale sono state sostituite interpretazioni completamente diverse.
Le parole sono rimaste, ma il loro significato si è perso da secoli.
Questa riunione, e soprattutto la sua conclusione, provocò molte conversazioni nei nostri gruppi. Molti rimasero rivoltati da ciò che G. aveva detto sul Cristo e sull'Ultima Cena; altri, al contrario, sentivano che vi era una verità che non avrebbero mai potuto raggiungere da soli.
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FINE Parte 1.
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INDICE di questa parte.
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CAPITOLO 1.
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Ritorno dalle Indie.
La guerra e la ricerca del miracoloso.
Conferenza sull'India a Mosca.
Incontro con G.
Un'allusione al gruppo dei cercatori di verità.
Il balletto: La lotta dei Magi e lo studio di sé.
L'uomo è una macchina governata dalle influenze esteriori.
Psicologia e meccanica.
Tutto 'riesce'. Nessuno non può 'fare' niente.
Per fare, bisogna essere.
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CAPITOLO 2.
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San Pietroburgo nel 1915.
Un gruppo è l'inizio di tutto.
Rendersi conto che si è prigionieri.
Perché la conoscenza è tenuta segreta?
La materialità del sapere.
Si può dire che l'uomo possiede l'immortalità?
Secondo gli antichi insegnamenti, l'uomo si compone di quattro corpi.
Immagine della formazione di un secondo  corpo: la fusione delle polveri.
La via del fachiro, la via del monaco, la via dello yogi.
Esiste un'altra possibilità, quella di una quarta via; la via dell'uomo scaltro.
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CAPITOLO 3.
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Qualche punto fondamentale dell'insegnamento di G.
L'assenza di unità nell'uomo.
I centri nell'uomo: centri intellettuale, emozionale e motore, centro istintivo, centro sessuale.
Lavoro del centro sessuale con la propria energia.
Come deve essere compresa l'evoluzione dell'uomo.
La luna si nutre dell'umanità.
L'evoluzione dell'uomo è l'evoluzione della sua coscienza.
L'uomo non ha un 'Io' permanente e immutabile.
L'uomo è paragonato a una casa senza padrone né amministratore.
I fachiri di Benares. Il Buddhismo di Ceylon.
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CAPITOLO 4.
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Lo sviluppo dell'uomo avviene secondo due linee: 'sapere' e 'essere'.
L'uomo moderno è caratterizzato dall'assenza di unità in lui stesso.
Il suo tratto principale è il sonno.
Il sapere è una cosa, la comprensione un'altra.
La comprensione è funzione di tre centri.
Un nuovo linguaggio fondato sul principio di relatività L'uomo n. 1, l'uomo n. 2, l'uomo n. 3.
L'uomo n. 4 è il prodotto di un lavoro di gruppo, ha un centro di gravita permanente.
La legge fondamentale: la 'Legge del Tre' o Legge delle Tre Forze -L'idea dell'unità delle tre forze nell'Assoluto.
La molteplicità dei 'mondi'.
Il raggio di creazione.
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CAPITOLO 5.
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Rappresentazione dell'Universo sotto forma di raggio di creazione.
Dall'Assoluto alla Luna.
L'uomo è un 'universo in miniatura'.
I quattro stati di tutta la sostanza: 'Carbonio', 'Ossigeno', 'Azoto', 'Idrogeno'.
L'uomo ha la possibilità di un'esistenza dopo la morte.
La parabola della carrozza, del cavallo, del cocchiere e del padrone.
Possibilità di una lingua universale.
Una spiegazione della Ultima Cena.
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FINE.